L’omologazione artistica è stato uno degli obiettivi principali dei regimi del XX secolo. In Germania e in Unione Sovietica ciò si tradusse nell’allontanamento e nella limitazione della libertà d’azione di alcuni tra i più importanti artisti e letterati dell’epoca. Tutto questo veniva compiuto per lasciare spazio ad una sorta di statalismo artistico, in grado di sopprimere il pluralismo e il pericoloso individualismo degli artisti, concentrando sullo Stato il monopolio della produzione e della distribuzione delle opere d’arte. Di tali caratteristiche il fascismo italiano sembrò fare a meno, mostrando altresì una insolita attenzione e tolleranza nei confronti delle correnti artistiche d’avanguardia. Attratta dalla relativa autonomia personale e dalla possibilità di scelta stilistica, buona parte dell’élite intellettuale italiana si legò così al regime. Ovviamente tale mancanza di omologazione non significava assenza di un indirizzo nella tematica. I temi della latinità, dell’italianità e della mediterraneità furono, infatti, argini entro i quali la pluralità artistica in periodo fascista dovette giocoforza circoscrivere il proprio campo d’azione.

Palazzo del Littorio a Roma concorso 1° grado - Adalberto Libera (1933-34)

Palazzo del Littorio a Roma, concorso 1° grado – Adalberto Libera (1933-34)

In questo modo, privo della caratteristica coercizione che identificava l’esperienza tedesca e sovietica, il regime fascista godette di un importante alleato in campo culturale. Scrisse a tal proposito Carlo Ludovico Ragghianti in Arte moderna in Italia, 1915-1935, scritto nel 1967:

Non per decisa tolleranza o per liberalismo, ma per opportunismo e forza di cose […] non esisté mai una compressione o un imposizione di servizio politico, quale si verificò nella Russia stalinista o nella Germania nazista.

Non sorprende perciò l’anti-statalismo artistico del regime fascista. Intellettuali e burocrati si sforzarono di limitare quanto più possibile il carattere statalista dell’arte ufficiale, per differenziarla dai simbolismi tipici dell’arte di regime.

La Giustizia - Mario Sironi (1935-36)

La Giustizia – Mario Sironi (1935-36)

I più importanti teorici dell’arte fascista, come Ardengo Soffici, Margherita Sarfatti, Mario Sironi, Filippo Tommaso Marinetti e Giuseppe Bottai, fecero leva su una idea di estetica che non poteva, a loro giudizio, essere imposta o standardizzata. Chiave di volta in grado di far concordare l’adesione di una grandissima varietà di stili ad una concezione di arte italica e fascista, stava nell’accettazione e nel pieno sfruttamento da parte del regime delle forme d’arte moderniste.

La celebrazione del dinamismo, del progresso tecnologico, dell’utilizzo di nuovi materiali come l’acciaio o il vetro, dell’accelerazione favorita dai nuovi mezzi di comunicazione che era stato uno dei marchi di fabbrica del Futurismo italiano, confluì nel movimento fascista. Reinterpretare così l’italianità in un’ottica al tempo stesso di grande attenzione per il futuro, senza svalutare i caratteri originali e tradizionali dell’arte italiana diede forza al regime e diede vita ad una produzione artistica unica nel suo genere.

Ex casa del fascio di Como - Giuseppe Terragni

Ex casa del fascio di Como – Giuseppe Terragni

Il fascismo si assicurò così l’adesione dei più importanti artisti innovatori dell’epoca, dall’architetto Giuseppe Terragni, al pittore Giorgio De Chirico. Questo aspetto, oltre a rovesciare la tesi che astrattisti e modernisti fossero tutti liberali o di sinistra, diede un’impronta particolare alla produzione artistica italiana prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Lo Stato italiano si fece mecenate e promotore dell’arti, come negli Stati Uniti del New Deal, anziché supervisore e padrone. La qualità delle opere d’arte in pieno regime fascista è paragonabile soltanto a quella dei Paesi democratici dell’occidente europeo. Scrive a questo proposito Emily Braun:

Il fascismo italiano era cattivo ma la pittura, la scultura e l’architettura erano più che valide. Si può dire che l’arte costituiva anche una buona propaganda, non perché la sua causa fosse credibile o perché servisse un male minore, ma perché la sua efficacia era dimostrabile.

Steso debitamente un velo pietoso sulle parole di Ruth Ben-Ghiat risulta più semplice comprendere come, alla luce di tali considerazioni, l’arte del periodo fascista – svincolata dal contesto storico di riferimento e analizzata soltanto in riferimento alla propria qualità intrinseca – risulti ancora oggi godibile e sia stata anche, ultimamente, inserita nella lista dei patrimoni dell’Unesco. Cosa avvenuta esattamente l’11 luglio di quest’anno ad Asmara, consacrata come Città Modernista dell’Africa; simile alle città di fondazione fascista nell’Agro Pontino e a buona parte della Roma ricostruita dal regime. All’epoca vetrina privilegiata per un fascismo collocato nella sua dimensione imperiale e nelle sue ambizioni universalistiche.

Il Cinema Impero di Asmara

Il Cinema Impero di Asmara