Il Laboratorio Saccardi, collettivo artistico palermitano composto attualmente da due associati (Vincenzo Profeta e Marco Leone Barone), svolge da anni una sferzante e irriverente critica nei confronti della società palermitana, italiana e globale. La loro poetica, o forse più un’anti-poetica, affonda le origini in quella surreale dimensione in cui Palermo si collocava intorno agli anni ’90, in quello stato di guerra civile tra ammazzatine, proiettili volanti e degrado generalizzato. Una dimensione dalla quale la città sembra essere radiosamente uscita; non bisogna però accogliere come assolutamente valide le dinamiche di questo apparente riscatto, che, se hanno reso la città più cosmopolita e internazionale, hanno creato un nuovo ibrido sul quale vale sempre la pena di riflettere. Il Laboratorio Saccardi vuole rendere visibili queste contraddizioni, insistendo sul rapporto tra i dati della più recente memoria storica cittadina e nazionale da una parte, e quelli della globalizzazione e della cultura pop dall’altra. Discutiamo di questo e di altro con Vincenzo Profeta, tra i primi fondatori del collettivo artistico.

Anzitutto, come nasce il Laboratorio Saccardi?

È iniziato tutto all’Accademia, in modo assolutamente goliardico. Eravamo in quattro e volevamo celarci dietro la figura di un unico artista. La scelta è caduta su Albert Saccardi, autore della bandiera svizzera e vicino a questioni esoteriche. Ci affascinava questo aspetto occulto della Svizzera, paese bancario perennemente neutrale, ordinato e pulito, così distante dalla Palermo che volevamo raccontare. Nel 2004 e nel 2005 abbiamo vinto un concorso tra quelli più ambiti in Europa, il “Genio di Palermo”. Il premio è stato investito nel nuovo studio, il Laboratorio Saccardi. E di lì sono seguite esposizioni in Sicilia e in Italia, come quella presso Casa Aut in memoria di Peppino Impastato o la nostra presenza alla mostra collettiva “Italia Ora” a cura di Achille Bonito Oliva a Roma. All’estero abbiamo esposto, ad esempio, alla Biennale di Praga nel 2005 e a quella di Shangai nel 2012, quando il collettivo si è ridotto di due elementi.

De Studio (2017) Laboratorio Saccardi

Voi avete cominciato a lavorare agli inizi del 2000 a Palermo, dopo che la città aveva attraversato un passaggio nevralgico sia per la storia locale che per quella nazionale. Da artisti, come avete vissuto questo momento decisivo?

Quando abbiamo iniziato, nei primi anni 2000, avevamo alle spalle gli anni ’90, che avevano cercato soltanto l’oblio del passato. E questo soprattutto a Palermo, dopo che le morti di Falcone e Borsellino avevano segnato la fase più cupa del conflitto Stato-mafia. La situazione artistica palermitana era allora dominata da un’avanguardia aggressiva, che voleva prendere posizione nei confronti della guerra che lo Stato e la mafia fingevano di combattersi l’un l’altra. Da un lato era la più internazionale rabbia punk, che nei fatti era l’espressione di ragazzi borghesi, di una giovane élite camuffata. Ma il vero disagio palermitano era nelle periferie, ed era molto più onirico e surreale, disturbante. Basti pensare a pellicole come “Mery per sempre”, ma soprattutto ai film di Ciprì e Maresco. E se nei gruppi elitari, nonostante le apparenze, la musica e le arti erano a tutti gli effetti uno status symbol, noi venivamo da un altro ceto, avevamo alle spalle un’altra storia. Eravamo molto più arrabbiati, e genuini. C’era molta meno rabbia nelle classi più elevate.

La considerazione del rapporto tra il locale e il globale è decisivo all’interno della vostra produzione. Cosa pensi della globalizzazione?

Ai nostri inizi Palermo era ancora una realtà isolata. Se filtrava qualcosa dal mondo esterno, arrivava in piccole dosi che potevano essere facilmente metabolizzate. Adesso la città è invasata da una sorta di mitologia del turismo e dell’internazionalizzazione. Con questo non voglio dire che non sia possibile un mix virtuoso tra le culture. Non è vero che la globalizzazione appiattisce il mondo, e non è del tutto vero che la tradizione sta sparendo. Anzi, i figli nati dalla reinterpretazione di queste due dimensioni possono essere molto interessanti. A noi interessa proprio questa soglia indefinita in cui succede l’imprevedibile.
Ad esempio: a Palermo, nei pressi del mercato storico di Ballarò, si trova il supermercato “Marotta” (dal nome del proprietario). Bene, l’insegna del supermercato Marotta è stata scritta col font del logo della nota fabbrica dolciaria Motta. Questo perché il signor Marotta, tra gli anni ’80 e ’90, trasformando la sua bottega in un supermercato, ha pensato bene di nobilitare l’insegna della sua attività usando un carattere tipografico noto e “internazionale”, nel pieno centro storico di Palermo. È stato soprattutto un passaggio estetico originale. Oggi la globalizzazione sta mostrando la sua faccia peggiore. Finché i padri avevano dei valori tradizionali, era possibile dialogare col globale in modo più sano e originale. I padri di adesso sono i figli che avevano messo in discussione questi valori e non vi hanno sostituito niente di nuovo. I nuovi nati sono gli eredi di questo vuoto. È questo il vero problema. Vengono sempre meno i presupposti che hanno permesso la nascita del caso Marotta. Noi abbiamo più volte omaggiato la cultura locale, ad esempio con l’installazione dedicata a Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, adesso al Capo a Palermo. Franco e Ciccio sono molto importanti, perché rappresentativi di un glocal creativo e di una comicità tutta popolare, legata alla stigmatizzazione, anche piuttosto stupida, di un difetto fisico come la bruttezza. Oggi una comicità simile non è più possibile.

Monumento a Franco e Ciccio (installazione in piazza Sant’Anna al Capo, Palermo) Laboratorio Saccardi 2016

È dunque importante osservare con attenzione anche le espressioni della cultura popolare, che adesso sempre più viene identificata col trash. Qual è il vostro rapporto con questa cultura?

Sicuramente la cultura trash è aberrazione, creata per annichilire le facoltà intellettive delle persone. Ma in quanto prodotto della nostra epoca, deve comunque essere analizzata. Penso che sia stato Quentin Tarantino a sdoganare in modo decisivo l’interesse nei confronti di questi fenomeni. Prima un film come “Ultimo Tango a Zagarol” era la spazzatura, adesso è quasi a pieno titolo entrato nei ranghi della cultura ufficiale. La realtà dei fatti è che alla fine hanno vinto i mass-media più scadenti, come una certa TV e un certo cinema. I social solo apparentemente hanno cambiato questo stato di cose, contrapponendosi ai mezzi più vetusti. Durante i regimi totalitari le informazioni venivano veicolate dai cinegiornali, adesso tutto il mondo è un intero cinegiornale. Non ci sono più barriere e le persone sono solo parte passiva di questa comunicazione, anche se sono convinte di essere centri autonomi di informazioni. La società è ormai un contenitore senza contenuto. Ci sono due possibili soluzioni: censurare o lasciar fare.
Noi abbiamo cercato di comprendere e di riassorbire la cultura trash nella nostra arte, perché lavoriamo con l’immaginario legato a ciò che conosciamo, dalla cultura arcaica siciliana alla produzione Mediaset degli anni ’80-’90. Analizziamo i corto-circuiti che nascono dall’incontro tra cultura alta e cultura pop: abbiamo anche lavorato con Bello Figo, per dire. Ci interessa la trap. Che ci piaccia o meno, è qualcosa di completamente nuovo. Agli inizi era ancora manifestazione di una capacità di arrabbiarsi, anche se in questo momento viene assorbita velocemente dal mercato. Il problema vero si presenterà quando non ci sarà più nemmeno la trap. Siamo al tramonto dell’Occidente, è palese.

Pensi che l’arte, che gli artisti possano ancora idealisticamente salvare le sorti del mondo?

L’arte non può salvare più nulla: siamo a un punto di non ritorno. Anche volendo, non potrebbe risolvere i problemi della povertà, dell’immigrazione o altro ancora. Tuttavia, l’arte può comunque aiutare le persone, singolarmente. L’arte è una medicina, consente di entrare in un mondo altro, in un puro piacere estatico, è una sorta di relax intelligente. Preleviamo i frammenti della contemporaneità per esorcizzarli, perché l’arte è questo. È un esorcismo del quotidiano, una catarsi, una preghiera.

Pee in the lilies (2017) Laboratorio Saccardi

Noi non crediamo neppure in un’arte dell’io, in un genio che risolve i problemi dell’umanità. Non crediamo all’arte come delirio esclusivo di una persona che lamenta la propria condizione, di qualsiasi tipo essa sia (in termini di genere, nazionalità, religione). Questa non è arte, ma psicoterapia, pura nevrosi. Noto questa tendenza maggiormente nelle artiste donne, quando la loro arte è esclusivamente di denuncia. Le donne spesso si approcciano a un’arte che è essenzialmente maschile e, loro malgrado, finiscono per subire questo stato di cose. In questo caso quello che emerge è un disagio sociale ma soprattutto individuale, non una riflessione spirituale o estetica. L’arte invece passa attraverso le vite di tutti. Se il sistema dell’arte è elitario, la vera arte è possibile ed è di tutti, anche fuori dal sistema. E non è soltanto una questione di studio. Anzi, penso che l’Accademia dovrebbe essere riformata, come tutto il ciclo di studi umanistici. A questo si aggiunge il problema specifico legato al fatto che l’arte in fondo non si può insegnare, ed è alto il rischio di condizionare gli studenti. Come diceva un mio professore: gli alunni sono migliori quando entrano in Accademia piuttosto che quando escono. L’arte è di tutti, semplicemente un artista è una persona che ne fa un lavoro. Per questo siamo distanti dall’arte introspettiva, cerebrale, analitica alla Lucien Freud: è nevrosi. Van Gogh, invece, era pazzo e basta. Si limitava a essere inconsapevolmente pazzo e la sua arte era un esorcismo del reale. Il mercato invece ha drogato il culto dell’individualità, e vi ha costruito un feticismo.

Qual è il vostro rapporto col mercato e con la dirigenza in generale?

I nostri collezionisti sono un po’ come noi, hanno qualcosa dentro, qualcosa che non va, hanno un’insofferenza anti-borghese e ci apprezzano per quello che siamo e facciamo. Per essere più autonomi talvolta ci rivolgiamo anche al crowdfunding, siamo stati tra i primi artisti ad avvalercene in Italia. Un tipo di finanziamento decisamente sui generis è stato quello con il quale abbiamo prodotto “Anima Mundi”, nel 2014: abbiamo creato un simulacro della Madonna dei Sette Dolori, fondendo le monete che la gente del Capo, quartiere popolare palermitano, ci aveva liberamente donato. La statua dialogava con la cultura locale, con la gente del posto, di cui avevamo sollecitato una partecipazione attiva. Alla fine, l’unica cosa che conta davvero, almeno per noi, è cercare di avere un riconoscimento nella società futura. Come dice Zeri, un’opera d’arte deve essere essere giudicata dopo cent’anni dalla sua produzione: solo a quel punto è possibile esprimersi. Invece il mercato dell’arte è saturo, colmo di vere e proprie bolle speculative, e tratta l’opera come un’azione, tutto è legato al contingente.

Anima Mundi (2014) Laboratorio Saccardi

Rispetto al passato sono cambiate tutte le dinamiche: la committenza di Leonardo e di Michelangelo possedeva altissimi requisiti culturali, comprendeva e conosceva il valore dell’opera dell’artista e della sua persona. Ormai i committenti sono borghesi distanti e impreparati, non c’è nessuna scelta culturale dietro le loro preferenze, ma solo di mercato. Oggi è tutto nelle mani del gusto opinabile dell’industriale e del politico di turno. A noi invece la politica non interessa, abbiamo soltanto le nostre idee politiche indipendenti e basta. Il mondo dell’arte è tendenzialmente di sinistra, ed è strano perché quelli che per noi sono i grandi artisti erano solitamente dei dissociati rispetto ai sistemi ideologici, come nel caso di De Dominicis. In realtà dal mio punto di vista la sinistra non ha mai fatto nulla per il mondo dell’arte. Più la sinistra tortura l’artista, più questo sente il bisogno di correrle dietro. È una vera e propria Sindrome di Stoccolma. Invece la cultura di destra artisticamente non fa sistema, non ha un contesto e se esistono sicuramente degli intellettuali di destra, non hanno vinto nessuna battaglia culturale a lungo termine. Invece la sinistra è stata in grado di istituire un sistema in cui gli artisti sono in realtà l’ultima ruota del carro.

Quando è cominciato, secondo te, il processo degenerativo dell’arte? Esiste una buona arte?

È comune dire che l’arte si sarebbe guastata con la Rivoluzione Francese, ma a me piace pensare che sia sia rovinata con l’apparizione del Cristo. Scherzi a parte, penso che l’arte abbia cominciato il suo lungo processo di degenerazione con l’invenzione della prospettiva. Per questo ci interessano molto le forme artistiche primitive e preistoriche, e soprattutto l’arte del Medioevo fino al Quattrocento. Siamo assolutamente contro l’arte dell’Ottocento: è un’arte ormai irrimediabilmente borghese, fatta anche da ottimi pittori, ma non da artisti. La Sicilia adula un pittore paesaggista dell’Ottocento come LoJacono: per noi è semplicemente un pittore borghese, non un artista. Comunque sia, è negli anni ’90 del Novecento che è iniziata la vera e propria speculazione finanziaria nel campo dell’arte. Ormai il re è talmente nudo che il meccanismo si auto-sgambetta, e comincia a cedere. Molte azioni si sono rivelate assolutamente perdenti.
L’arte di una società decadente è un’arte decadente. Adesso la vera arte esiste nel locale, o meglio nel glocale, in cui noi ci vogliamo collocare. La nostra visione è astorica, perché la storia dell’arte, come in generale la storia, è la narrazione fatta dai vincitori; proprio per questo mettiamo tutto sullo stesso piano e siamo iper-citazionisti. Ma non ci definiamo post-moderni; a ben vedere il post-moderno non esiste, è un’etichetta che è stata inventata per definire qualcosa che non si riesce ancora a comprendere. Non si è mai inventato niente: si è sempre creato a partire da quello che la cultura offriva. La vera fantasia è per le casalinghe, quando devono preparare una torta. La creatività è un’altra cosa. È necessario essere genuinamente creativi, non fantasiosi.