Nella lunga storia del nostro (ormai) piccolissimo pianeta, le estinzioni di massa si sono succedute ogni circa 100 milioni di anni, portando alla totale scomparsa della maggior parte delle forme di vita e allo sviluppo di altre più adatte alle nuove condizioni ambientali. Queste transizioni biotiche, per quanto infauste, hanno segnato nella stesura della cronologia della vita sulla Terra delle pietre miliari nello studio delle evoluzioni delle specie viventi, al punto che l’ultima di esse, avvenuta tra il Mesozoico e il Cenozoico (proprio quella dei dinosauri, compiutasi circa 65 milioni di anni fa), viene considerata il catalizzatore fondamentale della nascita dell’uomo e della vita così come la conosciamo oggi.

Da una quarantina d’anni a questa parte non si fa che parlare di cambiamenti importanti, sia climatici che ambientali, ritenuti sintomi embrionali di uno stravolgimento in procinto di manifestarsi (relativamente) presto. E se questo stravolgimento fosse già in atto? E se fosse addirittura inevitabile? E se fossimo al cospetto del principio della grande sesta estinzione di massa?

Link – Anthropocene (documentary trailer) / Mongrel / Baichwal, Burtynsky, de Pencier 

Paul Crutzen, premio Nobel per la chimica, nel suo Benvenuti nell’Antropocene (edito in Italia da Mondadori nel 2005), introduce nella cultura pop un termine coniato dal biologo Eugene F. Stoermer negli anni Ottanta del Novecento per indicare l’inizio di una nuova epoca, totalmente diversa da tutte le precedenti. Nella sua opera, presenta l’Antropocene come l’era in cui l’uomo è la causa principale dei cambiamenti climatici, della trasformazione del territorio, dell’estinzione di migliaia di specie e dell’omogeneizzazione progressiva dei diversi ecosistemi. Proprio partendo da questa descrizione, Edward Burtynsky, fotografo canadese divenuto famoso grazie alla sua capacità di immortalare paesaggi industriali, con la collaborazione di Nicholas de Pencier e Jennifer Baichwal, pluripremiati documentaristi, intraprende un viaggio che lo porta alla creazione di un progetto comprensivo di mostre interattive (in arrivo anche a Bologna in primavera), un film documentario, un libro fotografico e una serie di corsi educativi e conferenze.

Le immagini di Anthropocene lasciano senza fiato per la loro ricchezza nei dettagli, per i colori vividi e per un’inaspettata bellezza, da cui traspare una necessità di documentare l’attività umana e la trasformazione del paesaggio da essa causata, eppure sembra proprio per questo contrastare con il film e con la denuncia vera e propria. Lo stesso Burtynsky, infatti, dichiara più volte che la sua intenzione è quella di descrivere minuziosamente il problema, senza puntare il dito contro nessuno, per arrivare ad una diffusione maggiore della discussione e, ipoteticamente, ad una più facile soluzione.

Uralkali Potash Mine, Russia (2017), from Anthropocene. © Edward Burtynsky /Steidl

All my landscapes aren’t disaster landscapes. These are business-as-usual landscapes. These are the things that we create.

Il fotografo in questione si fa quindi semplicemente testimone della trasfigurazione avvenuta o in atto: Burtynsky resta così affascinato dal lavoro dell’uomo sulla natura da mettere in mostra una bellezza quasi astratta, fotografando i paesaggi da una distanza notevole (circa 450 metri da terra) e non riuscendo a colmare quella distanza con nient’altro se non stupore, utile alle vendite, non ad una causa ecologista. Insomma, la sua è esplicitamente un’operazione estetica che per dire il fumo è una delle cause maggiori del cancro ai polmoni fa un elogio della nicotina e dei polmoni anneriti: il suo, a detta dello stesso fotografo, è un lamento silenzioso che perciò non può che svanire nello schiamazzo quotidiano.

Saw Mills, Nigeria (2016), from Anthropocene. © Edward Burtynsky /Steidl

Quello di Antonio Moresco, scrittore per troppo tempo ignorato, invece, è un vero e proprio grido capace di lacerare quel cielo appesantito dagli scarichi delle nostre industrie e delle nostre scorie. Un urlo lungo duecento pagine, pubblicato da poco da SEM, in cui lo scrittore tira in ballo proprio tutti: vivi, morti, morenti e immortali, mettendo in gioco perfino se stesso in quanto parte del sistema sotto accusa.

Finalmente un pamphlet furioso e deciso, finalmente un intellettuale in Italia che non ha timore di fare l’intellettuale, uno scrittore che non ha paura di scrivere, un uomo che non ha il terrore di essere onesto con se stesso e con gli altri.

Sta succedendo una cosa enorme: le nostre sono le prime generazioni umane a vivere al cospetto di un’estinzione di specie.

Questo è l’incipit de Il grido, in cui Moresco, dopo aver scritto romanzi caotici, incendiati, increati, lettere d’amore e d’odio, e fiabe affilate, decide di confrontarsi a viso aperto con la società odierna e tutto ciò che ha creato, sin dalle sue origini. Il suo è un atto d’accusa alle logiche suicide perseguite dall’umanità ed in particolare da coloro che detengono le redini di un potere ancora più gretto e cieco, non in grado di vedere al di là della propria avidità, incapace a segare il ramo marcio su cui siede, e che utilizza una narrazione semplificata, costruendo uno scontro tra individui atomizzati incapaci così di una reale presa di coscienza rivoluzionaria.

Sì, parla soprattutto di rivoluzione Moresco, ma non una scopiazzatura di quella francese, non una dettata da vecchie gabbie ideologiche, bensì uno stravolgimento totale, perché no profondamente traumatico, in grado di sgretolare le colonne portanti della visione contemporanea del mondo, profondamente intrisa di una religione unica, ultra monoteistica, piena zeppa di profeti e di imbecilli rincoglioniti integralisti che ne seguono i fondamenti in ogni aspetto della propria vita: la teologia dell’economia, unica interpretazione possibile, di cui le democrazie odierne non sono che l’emanazione terminale. Ogni cosa è capitale, ha un valore in moneta e un plusvalore da sfruttare, così lo stesso pianeta Terra, messo in vendita da Dio in Canti del Caos come ultima frontiera possibile del pensiero unico economico finanziario.

Maschi imprigionati nel futile esercizio del dominio, femmine bloccate dal tentativo di sostituirsi ai maschi attraverso la tecnocrazia, disperati che fuggono dalla miseria per diventare schiavi di un’altra miseria, scienziati ed “esperti” che danno soluzioni ai problemi senza tener conto della natura di coloro che quel problema l’hanno creato e di cui essi stessi sono parte, quegli stessi umani auto elettisi a sapiens, ora evolutisi nell’Homo ridens, finale metamorfosi che ride costantemente, vanitosamente, disgraziati che fingono una felicità impossibile ma sempre fotografabile, to share.

Maddalena (2010) © Nicola Samorì

E dove sono finiti allora gli intellettuali, gli artisti, i sapienti, i possessori della cultura, coloro i quali sarebbero in grado di smuovere le coscienze, di provocare azioni e reazioni? Si nascondono, sfuggono, oppure si fanno paralizzare dalla Medusa, divenendo élite da sollazzo per pochi, pietre svuotate di ogni virtù, marionette del potere dominante, megafoni della propaganda della Grande Narrazione Incriticabile.

Oppure finiscono in un cesso. Pubblico. Sperduto in una periferia qualunque di una città qualunque. Un cesso-mondo, in cui tutto avviene per non far avvenire nulla, dove Moresco ha la fortuna di incontrarli e di combatterci, davanti a quegli orinatoi ingialliti e incrostati che fanno da incubatori di quelle ombre non più umane che vi si affollano nella notte, quando solo donne e uomini inquieti, insonni, incendiati vagano. Lì, tra il fetore di urina e il costante rumoreggiare di culi insonni, lo scrittore incontra (dopo aver intrattenuto lunghe conversazioni per strada con Stephen Hawking ed Emily Dickinson) Darwin, Dostoevskij, Houellebecq, Balzac, Freud, Nietzsche, Marx, Severino, Elvis e Leopardi, tutte personalità straordinarie, tutte così prese dalla loro ordinaria espulsione corporea. Proprio in quell’atmosfera inquinata dalle deiezioni umane, Moresco provoca, si difende, combatte: attacca l’idea di progresso continuo e il darwinismo sociale da esso derivato; attacca la filosofia (definita “ancella delle potenze”) che, ammutolita davanti alla presenza del dolore e del male, deve, per sopravvivere, inventare concetti e parole che si distaccano totalmente da tutto e tutti, svanendo nel nulla cosmico; attacca il materialismo e tutte le ideologie applicate nella società.

Ma allora perché il capitalismo diventa immediatamente mancanza di libertà, monopolio, gioco chiuso e truccato, oppressione e soffocazione per gli altri? Perché il mitico comunismo non arriva mai e il socialismo reale diventa capitalismo di stato, tirannide espressa in nome della maggioranza invece che di pochi, e persecuzione delle differenze? Perché la democrazia diventa una feroce e autoreferenziale guerra per bande asservite, tese a carpire la delega a maggioranze di elettori espropriati dei veri termini di conoscenza e abilmente soggiogati e blanditi, in un abbraccio mortale e in una dinamica di servo-padrone che trascina in basso ogni cosa e conduce a un tragico immobilismo […]? Perché il liberalismo e il liberoscambismo, sorti dalle illusioni razionalistiche e di tolleranza di classi intellettuali e sociali in ascesa, si sono trasformati nell’ultraliberismo spietato e selvaggio che abbiamo sotto gli occhi oggi? […] Perché la dittatura può diventare solo oppressione criminale delle menti e dei corpi, conformismo, infantilizzazione e identificazione con l’aggressore? Perché, nella monarchia, per ogni monarca illuminato ce ne sono altri dieci al buio, irresponsabili, marci, deliranti, vili? Perché l’anarchia conduce alla sopraffazione di pochi […] insomma a qualcosa di maledettamente simile a quello che abbiamo di fronte oggi?

La domanda non può che avere un’unica risposta, ed è proprio quella che deve condurre alla trasformazione di specie, perché altrimenti tutta la battaglia intrapresa resterebbe vana. Non è possibile risolvere un problema con le stesse modalità di pensiero che l’ha creato è il refrain continuo che permea la lettura de Il grido, frase attribuita ad Albert Einstein. Ci vorrebbe uno shock talmente potente e devastante per farci cambiare rotta e, soprattutto, metodo e schema di concezione dell’idea e del ragionamento.

Arriva, invece, la voce di Maria Callas che mette a tacere tutti e tutto, sconvolgendo con una bellezza infinita quel cesso-mondo lurido, custodito da Lyudmila, grassa e sonnolente rappresentazione degli ultimi, in costante lotta per non farsi derubare, schiavizzata da padroni e padroncini, che non sopporta le parolacce e quel gruppo di intellettualoidi intenti a discorrere di massimi sistemi quando lei si vede costretta per tirare a campare e dar da campare ai sogni di marito e figli a pulire le deiezioni altrui.

Allora tutto finisce dopo quel lampo improvviso di bellezza: quel mondo viene abbandonato e lo scrittore modenese si ritrova solo con se stesso a chiedersi se forse sia lui il folle, visto che tutti, perfino gli allarmisti, continuano a mangiare, bere, dormire, figliare, sorridere come nulla fosse, come se il pianeta così come lo conosciamo non fosse sull’orlo di una catastrofe.

Intanto il tempo passa e la specie si crogiola nell’oggi, nel suicidio di massa, nella sparizione felice e inconsapevole. Purché degli altri.