Molta metodologia teatrale, convergendo l’interesse sul testo e sull’interpretazione, cade troppo spesso nella distrazione di curare l’importanza della voce. Il suono rappresenta un mondo che vuole e deve entrare in un altro creato: la creatura attoriale fluisce nell’afflato delle proprie corde. In tale fusione il teatro acquista corporeità e giunge all’ascolto partecipato. Abbiamo la possibilità di incontrare Angela Caterina Muscogiuri, compositrice, cantante, scrittrice drammaturgica e regista. Nel suo percorso si ricorda un incontro importante: nel 2000, durante un corso intensivo di sedici giorni, lavora con Carmelo Bene al perfezionamento vocale mediante l’opera di D’Annunzio La figlia di Jorio.

Blues Blood Scritto e diretto da angela caterina muscogiuri IMMAGINE COPERTINA

Arguta sperimentatrice, concentra la propria attenzione sul rapporto tra la parola poetica e il suono, giungendo a un assunto illuminante: la voce è lo specchio dell’anima. L’indagine si muove nel verso del legame imprescindibile per un attore, tra la vocalità e la respirazione. Il respiro si fa tono per divenire infine suono. Tali modulazioni consentono al fiato di espandere la voce, tutta dentro un metodo fisico ed emozionale. All’interno di tale percorso è significativo rievocare il lavoro fatto dalla compositrice su I ritratti di voci femminili del ‘900.

Billie Holiday, Édith Piaf, Anna Magnani e Maria Callas sono solo alcune figure che la Muscogiuri descrive per una trasmissione di Rai Radio Sat 13. La voce figura il principio costituente per realizzare delle vere e proprie biografie sonore. Il tratto unico è la caratterizzazione sonica della creatura umana. Parallelamente alla ricerca sul suono, si dispiega nel teatro della regista un’analisi che la riporta alle proprie origini salentine. Cresce nel mito del tarantismo, distintamente la rappresentazione di una parte integrante di se stessa. Riscopre tale fenomeno intorno ai venti anni, attraverso gli studi di etno-musicologia. Lo studio altresì affronta la relazione intima tra l’ideazione musicale e i molteplici volti del carattere corporeo.

Maria Callas (1923/1977)

Maria Callas
(1923/1977)

Approfondiamo il discorso con Angela Caterina Muscogiuri.

In presenza di un teatro costruito sull’ancestrale importanza della voce, quanto è rilevante, o al contrario, del tutto marginale il testo per l’attore?

Rispondere è difficile, ho visto opere teatrali senza né suono né parole, ma di una intensità meravigliosa. Il suono può comunicare anche senza parola, basta ascoltare opere dell’artista americana Meredhit Monk. Ancora, compagnie russe che fanno capire perfettamente tutta la trama dell’ opera. Credo che dove c’è sincerità e passione, qualsiasi uso del linguaggio può arrivare. La verità è quella dell’anima. Più l’individuo si arricchisce, molteplici saranno gli orizzonti che si apriranno davanti ai suoi occhi. Maggiore sarà la possibilità di perdere l’egocentrismo che limita la consegna delle cose all’altro. Nella mia forma drammaturgica, ovvero nei miei testi, la cui durata è di un’ora, i minuti dedicati alla parola sono precisamente dodici. In questo breve lasso di tempo ci sono tre linguaggi: uno biografico, un altro poetico e infine uno critico. Le tre forme di comunicazione si intrecciano e sgorgano insieme.

In aggiunta ai caratteri della sincerità e della passione, qual è l’elemento o gli elementi che non possono mancare nella formazione di un attore?

Uno su tutti: non dovrebbero studiare recitazione. Questo lo dico sempre agli allievi con i quali lavoro: Se volete recitare bene, non dovete studiare recitazione. Ci sono molte cose importanti per la formazione di un attore, intanto l’aspetto fisico, dunque l’allenamento, la biomeccanica. L’attore dovrebbe fare tutto, dalla scherma alla danza, dalla tecnica vocale alla respirazione, la dizione, il canto e soprattutto sviluppare l’espressione massima della potenza vocale. Lo studio della recitazione al contrario rende l’attore enfatico. L’artista deve studiare molteplici tecniche, ma con un fine ben preciso, ossia quello di abbandonare la tecnica. In alcuni attori questo accade; in Italia l’espressione massima di tale percorso è stata la grande Mariangela Melato: la sua vocalità e il suo corpo che parla. Altri non riescono poiché cadono nella trappola dell’imitazione, un cammino certamente più comodo, ma lontano da un grande interprete.

Mariangela Melato (1941/2013)

Mariangela Melato
(1941/2013)

Lei ha conosciuto Carmelo Bene e ha lavorato con lui, può regalarci un ricordo, qualcosa che porterà sempre nella sua memoria del genio salentino?

È indelebile aver avuto la possibilità di leggere la sua grande umanità e la sua profonda cultura.

Cosa pensa della phoné e in estensione del fatto che non si possiede la voce ma si è voce? Qual è il suo pensiero in merito alla macchina attoriale di Carmelo Bene? E, in riferimento al teatro, meglio al non teatro di Bene, è d’accordo sulla lettura come sostituzione del lavoro mnemonico?

Si è voce, assolutamente vero. Ma bisogna avere consapevolezza di essere voce e della potenza che si può custodire. Il non attore e l’irrappresentabilità li restituisco al pensiero precedente, ovvero se non si studiasse recitazione sarebbe molto meglio. Per quanto concerne la rappresentazione, in realtà si rappresenta se stessi. Si è voce. Inoltre se l’artista riesce a padroneggiare il proprio strumento vocale, giunge a scavare in profondità, si riconosce e ritrova: esattamente in quel punto esiste la rappresentazione. Alla lettura preferisco l’oralità libera dalla scrittura, ovvero la memoria, i racconti del passato. Così nel rispetto al testo scritto e quanto nei riguardi del lavoro mnemonico, perseguo fortemente la memoria come lascito. Legata al ricordo, ho scritto una pièce teatrale dal titolo Non ho che queste mani. È una scrittura che evoca i cerchi, ovvero una ruota di persone che accadeva per le vie dei paesi. Un gruppo di individui seduti in terra o sulle sedie a formare un cerchio. Si tratta di un percorso del femminile e del maschile.

Sono una bimba che ricorda le memorie del passato, di quando da piccolina assistevo con gioia a questo momento intensamente umano: partecipavano tutte le generazioni, dai bambini agli anziani. Si può parlare di una forma di pantomima; le donne anziane iniziavano con il rosario, poi continuavano raccontando storie di folletti, tutto in un ritmo serrato di botta e risposta tra le diverse nonne. Si assisteva a qualcosa a metà tra la realtà e la fantasia per immettersi sulla strada della magia. Provengo esattamente da questo passato, da questa cultura anche molto contadina. Erano dei momenti importanti nella misura in cui l’incontro avveniva tra differenti generazioni, si divertivano insieme. Alla fine c’erano i giochi e la differenza di età veniva completamente annullata.

Carmelo Bene (1937/2002)

Carmelo Bene
(1937/2002)

Nei suoi lavori si avverte un forte legame con la terra, come colloca il teatro al tarantismo e quanto è importante per il Salento?

Nei miei lavori il tarantismo è più un aspetto umorale, finanche liberatorio poiché dirigo i miei attori invitandoli a essere loro stessi: liberatevi! Vengono incitati allo sbaglio e a svincolarsi dalla preoccupazione della perfezione. La mia più importante indicazione è sulla parola, nello specifico sull’accento. È importante andare sul vocabolo per vedere dove cade esattamente; in quel momento c’è già tutto il suono della parola, l’interpretazione, dunque un vero e proprio mondo. Per il Salento il tarantismo, soprattutto in questo momento è molto importante: è possibile osservare tale interesse nel turismo, tanto per fare l’esempio più evidente. Ma è particolarmente interessante per l’aspetto femminile. L’essere pizzicata, ossia quello che sino a trenta anni fa poteva rappresentare una vergogna, oggi per alcune donne figura come la condizione di essere fuori dal coro, sono pizzicate. Si è di fronte a una fortissima manifestazione di femminilità, di una vera e propria liberazione della donna. Un invito a essere se stessa in una condizione di piena consapevolezza. Non bisogna farsi incatenare dalla paura, al contrario tentare strade e percorsi difficili: essere dentro al femminile.

È il compimento di una danza liberatoria, rito che non appartiene solo alla terra salentina o alla Puglia. Ingloba varie regioni, in particolare dove vi erano grandi campi di grano, dunque tutto legato al raccolto, alla terra, all’agricoltura. Ed è proprio nelle circostanze del raccolto che le donne si accasciavano a terra. Naturalmente la causa era il sole cocente, la donna sveniva e per uno strano caso, qualcuna iniziava a dimenarsi o a fare gesti un pochino osceni. Davanti a tali movimenti, qualcuno pensava alla follia, altri prendevano un violino e iniziavano a suonare quartine. Nel momento della musica la donna prendeva a muoversi. Il tempo ha trasformato tutto in qualcosa di collettivo e rituale. Non si conosce l’esatto momento iniziale, è difficile attribuire una datazione precisa, ma si presuppone sia nato in questo modo. Inoltre, molti anni fa non era per nulla anomalo il fatto che i contadini fossero in possesso di uno strumento musicale.

La Taranta in un documentario di Gianfranco Mingozzi

Lei lavora con le scuole, dunque anche con l’età adolescenziale. Come guardano i giovani al teatro?

L’adolescente risponde in base a ciò che gli viene trasmesso. I ragazzi sono pronti ad ascoltare, ma è importante essere interessanti, diversamente non si crea alcuna relazione. Sfaterei anche il luogo comune che i giovani di oggi sono completamente votati alla superficialità. Chi decide di accostarsi al teatro è già vicino a una determinata volontà di approfondimento. Vi è una sensibilità diversa. Generalmente, come già detto, per essere ben percepiti è necessario saper trasmettere. La mia esperienza con i giovani rientra in una valutazione positiva.

In Italia, attualmente esistono registi o scuole teatrali ai quali va la sua stima?

Sì, una piccola realtà teatrale, Il Teatro della Dodicesima. Ho lavorato in molte scuole teatrali, la Dodicesima resta l’unico posto con il quale collaboro da dodici anni. Inoltre è importante perché agisce su un territorio di periferia romana, molti dei ragazzi che lo hanno frequentato sono poi entrati in Accademia.


Attualmente la Muscogiuri sta lavorando a un progetto teatrale incentrato sulla figura di Maria Callas.