di Guido Franco 

È opinione comune che l’attuale costruzione europea sia inadeguata a rispondere alle enormi sollecitazioni provenienti dall’esterno ed in particolare dai mercati finanziari. L’Europa è quindi a un bivio epocale: tornare alle origini degli Stati-nazione o procedere verso una federazione di stati. Tralasciando la discussione su quale delle due soluzioni sia auspicabile, l’obiettivo di questo articolo è di analizzare la possibilità e la convenienza di una estensione del modello di welfare scandinavo (quello che la realtà empirica ha dimostrato funzionare meglio, in termini di benessere generato a favore dei cittadini) a tutta l’Europa come elemento fondante di una eventuale unione politico-sociale e non soltanto monetaria.

Il sistema di welfare scandinavo può essere classificato come il tipico sistema “universalistico”, dal momento che l’accento è posto prevalentemente sull’autonomia individuale e sui diritti universali dell’uomo: il cittadino non è protetto in quanto lavoratore, ma come cittadino in quanto tale. Si caratterizza per tre aspetti fondamentali: consistente ed estesa indennità di disoccupazione; uguali possibilità per ciascun individuo di trovare lavoro, attraverso le c.d. “Active Labour Market Policies” (ALMP, Politiche del lavoro Attive), che consistono in corsi di aggiornamento, agevolazioni e una spinta costante per il disoccupato a cercare lavoro; forte flessibilità e dinamicità del mercato del lavoro, che ne garantisce una continua evoluzione. Questi tre tipi di politiche del lavoro, cosi combinate, costituiscono un mix di grande efficacia. Le ALMP infatti eliminano il problema di azzardo morale presente in elevate indennità di disoccupazione, che a loro volta assicurano contro i possibili risvolti negativi di una grande flessibilità: il lavoratore non può accontentarsi di essere mantenuto dallo Stato perché è indotto dallo Stato stesso a svolgere attività che incrementano le sue possibilità di trovare lavoro; l’indennità è sostanzialmente condizionata alla partecipazione a tali politiche del lavoro attive. Dato particolare, ma assai significativo, è l’andamento del tasso di disoccupazione, nettamente al di sotto della media europea.

Ecco che quindi, risultati alla mano, è il modello su cui si potrebbe fare maggiore affidamento per la costruzione di un sistema di welfare europeo. Certamente però, non si può nascondere che il successo di questo modello, oltreché dall’adozione di politiche oculate e ben combinate, sia dovuto anche alle condizioni territoriali e socio-economiche dei Paesi Scandinavi. Le grandi risorse naturali e la bassa densità della popolazione rendono di per sé ricchi questi paesi. L’Europa non presenta, nel suo complesso, queste caratteristiche: è povera di risorse naturali e densamente popolata. Il secondo problema riguarderebbe la sostenibilità nel lungo periodo di un welfare cosi generoso e costoso: l’invecchiamento della popolazione infatti riduce la forza lavoro, aumentando in compenso le necessità di chi deve essere mantenuto. Le ingenti risorse da destinare per sostenere un sistema siffatto dovrebbero poi essere recuperate attraverso un sistema di tassazione comune con aliquote elevatissime (generalmente, nei Paesi Scandinavi sono attorno al 45-50%). Vi potrebbe essere un forte sfavore intellettuale per questa soluzione, senza contare il minore apporto che arriverebbe da Paesi con una forte evasione fiscale. Proprio le diverse attitudini culturali e le diverse concezioni del ruolo dello Stato presenti nei Paesi dell’UE potrebbero risultare l’ostacolo più grande per la costruzione di una vera unione sociale e politica.

Una risposta univoca è difficile da dare; un’estensione senza alcuna modifica all’intera Europa sembra essere una soluzione che creerebbe forti rischi di scompensi strutturali. Sarebbe necessario fare tesoro dell’esperienza scandinava e riprenderne alcune linee guida, su cui costruire un eventuale modello unico che cerchi di trasformare in ricchezza la diversità tra i Paesi membri.