di R. C.

Oggi, l’attualità del Medio Oriente continua ad attirare l’attenzione del mondo intero: nuove proteste, nuove guerre, nuove rivolte, nuove elezioni, nuovi partiti politici. Un Paese sembra però rimanere in disparte, abbandonato da televisioni e giornali, dimenticato dal flusso mediatico dominante, quando in un’epoca non troppo lontana occupava le prime pagine di tutto il mondo.  Stiamo parlando dell’Iraq post Saddam Hussein.

Otto anni sono passati da quando il governo Bush accusò Saddam Hussein di possedere missili batteriologici, otto anni quindi dall’ultimatum americano e britannico all’Iraq, otto anni dalle intimidazioni e dalle richieste di rilascio delle famose “armi di Saddam”. Otto anni sono trascorsi dall’invasione militare del Paese da parte delle forze britanniche e statunitensi; otto anni dopo i primi combattimenti; otto anni dalla parata dei carri armati americani a Baghdad e otto anni dalle immagini che mostrano la resa della Guardia Repubblicana in lacrime per la sconfitta. Otto anni sono infine trascorsi dalla demolizione delle statue del rais, otto anni dopo la cattura di un Saddam barbuto e mal vestito, trovato in un bunker a Tikrit e otto anni dall’esecuzione per impiccagione del dittatore Iracheno, accusato di “crimini contro l’umanità”.

Otto anni sono passati dall’intervento americano in Iraq, e molte domande riguardanti la situazione politica ed economica del paese mesopotamico vanno studiate con assoluta risolutezza. Delle risposte sono necessarie soprattutto quando Condoleezza Rice, ex-segretario di Stato e capo della diplomazia degli Stati Uniti durante la triste amministrazione Bush, aveva esposto nel suo libro autobiografico “No higher honour, a memoir of my years in Washington” una teoria bizzarra quanto pericolosa. L’immenso movimento libertario della “primavera araba” sarebbe stato, secondo la Rice, scatenato dall’intervento “liberatore” in Iraq. Questa teoria ha letteralmente conquistato la gran parte dei poli neoconservatori americani: oggi molti sostengono che uno degli obiettivi a lungo termine della cosiddetta “democratizzazione dell’Iraq” era davvero di innescare un “effetto domino” nei Paesi della regione. Che farsa. La verità è un’altra: il silenzio che circonda il nuovo regime “democratico” non sembra, infatti, confermare la teoria più che pittoresca della Rice.

L’operazione di “nation building” rimane incompiuta, anzi sembra non sia mai iniziata. Eliminata la violenza perpetrata dal partito Baath, a poco a poco le autorità americane e il governo iracheno hanno assistito a una recrudescenza di altre forme di violenza politica. Il Paese è difatti sottomesso a nuove forze centrifughe che non esistevano (perché represse) durante il regime di Saddam Hussein. Il rafforzamento di numerosi gruppi legati ad Al Qaeda in Mesopotamia, il ritorno di conflitti atavici tra fedeli musulmani e cristiani, ma soprattutto tra Musulmani sciiti (la maggioranza in Iraq) e musulmani sunniti, la sete indipendentista dei curdi… mostrano chiaramente come l’Iraq è tutt’altro che pacificato e sicuro. Anche la ricostruzione economica procede molto lentamente. Se dal 2003 gli Stati Uniti hanno iniettato nel sistema economico circa sessantadue miliardi di dollari in aiuti e investimenti, la corruzione, il caos e gli innumerevoli intermedi (finanziari e umanitari), hanno quantomeno disperso il potere benefico di questi investimenti. L’Iraq rimane un Paese economicamente distrutto: dodici anni di sanzioni (illegittime) e le gravi lesioni di guerra, hanno messo in ginocchio un Paese che oggi fatica a riprendersi.

Quando leggiamo gli slogan dei manifestanti Tunisini, che nel febbraio 2011 rovesciano il dittatore Ben Ali, capiamo che non è di certo il “nuovo Iraq” ad aver influenzato le rivoluzioni tunisine ed egiziane. Si possono, infatti, leggere slogan come “Tunisi non diventerà una nuova Baghdad!” Oppure “Non abbiamo bisogno dell’America!”. Una solidarietà nasce con gli iracheni, e alcuni slogan, rivolti sempre al popolo iracheno, invitano alla ribellione contro il governo di Maliki imposto dalla macchina da guerra USA.  Il sistema democratico in Iraq non ha in alcun modo influenzato il resto del Medio Oriente. Anzi, la democratizzazione forzata è stata individuata e mostrata come l’esempio di transizione politica da non seguire.

Vi è qualcosa d’ironico in tutta questa storia, perché la gioventù irachena si mosse nel Febbraio 2011, per manifestare contro il governo fantoccio di Maliki. Lungi dall’avere ispirato il mondo arabo, gli iracheni hanno organizzato le “Giornate della collera” per denunciare l’illegittimità del sistema istituito dagli americani. Perché anche loro vogliono poter rivendicare, senza l’aiuto “benevolo” di altri, la loro libertà. Gli obiettivi delle “Giornate della Collera” irachene erano, e sono ancora oggi la classe politica (una casta che include strani personaggi che mai hanno vissuto in Iraq), ma anche la cattiva gestione della “cosa pubblica”, la corruzione e l’abuso di potere degli uomini di governo, tutti illegittimi perché piazzati da Washington.

Perché allora tutto questo silenzio riguardo all’Iraq? Forse perché la democrazia “splendente” che doveva influenzare il resto dei Paesi arabi e innescare quindi un effetto domino, è stata piuttosto influenzata da un soffio libertario molto più legittimo perché endogeno e non importato, spontaneo e non organizzato o forzato da soggetti terzi (come in Libia, e forse Siria?). Gli iracheni di oggi vogliono i loro martiri per la vera libertà.