L’euforia della “quiete dopo la tempesta” d’inizio anno è già tramontata. L’illusione di un governo di salvezza nazionale guidato da tecnici di indubbie capacità, s’è rivelata in tutta la sua amarezza. Gli spread sono tornati a terrorizzare e la volatilità sui mercati finanziari si è ridotta a valori paragonabili a quelli della crisi di Lehman Brothers. Purtroppo però, per comprendere lo stato economico della nostra nazione, è necessario proiettarsi nel contesto europeo e capirne gli assetti e gli orizzonti.

Certamente il clima politico europeo, mutato dopo la vittoria di François Hollande alle presidenziali francesi, e dopo le elezioni in Grecia, ha messo in discussione lo schema per una via d’uscita alla crisi che prevedeva in primis l’adozione del “fiscal compact”, e quindi di politiche economiche di austerità nazionale in grado di riportare sotto controllo i debiti dei paesi dell’area euro, e in secondo luogo, la fornitura di liquidità a lunga scadenza per il sistema bancario europeo (per oltre 1.000 miliardi di euro tra dicembre e febbraio). E’ noto che Hollande, neo presidente francese, sia proprio il primo critico del “fiscal compact”, e con il loro voto, anche i francesi si sono schierati dalla parte “revisionista”, dalla parte di coloro, cioè, che vogliono “rivedere” lo schema economico da applicare. Forse Hollande ha visto più lontano di altri leader europei e capi di stato, tra cui il nostro premier Monti, che hanno applicato provvedimenti austeri senza se e senza ma, e che hanno intrappolato i rispettivi stati a baratri di tasse senza orizzonte di crescita. Si stima che l’economia europea in media sia in lieve recessione, e che le zone periferiche siano le più danneggiate: Grecia a -4,7, il quinto anno consecutivo di recessione, Portogallo a -3,3, Spagna a -1,8 e Italia a -1,4. Basta osservare i dati per comprendere che la sola austerità non “accende il motore” dell’economia, ma che, anzi, ne tarda la ripresa. Secondo il modello keynesiano, l’austerità fiscale sta indebolendo la crescita, e senza di essa la possibilità di onorare i debiti pubblici nazionali è assai ridotta: ne consegue un inevitabile aumento del costo di finanziamento sul mercato interbancario nazionale, quindi un’ulteriore stretta creditizia (stimata dal Fmi in circa 2.000 miliardi di deleveraging di attività a bilancio, o in circa 1,7% del credito attualmente erogato). Questo sistema alimenta una spirale micidiale di credit crunch, recessione e downgrade, che più volte in questi primi mesi dell’anno il Sole 24 Ore ci ha ben illustrato e argomentato.

E’ necessario, quindi, rivedere (come a buon dire insiste il presidente francese) le politiche europee, incentrandole sulla crescita e non sull’austerità fine a sé stessa. La Bce dovrebbe, con perspicace intuito, smettere di fornire liquidità al sistema bancario europeo, debole e sempre meno credibile, e iniziare a stampare moneta, modificandone i connotati: la sua impostazione deve essere quella di creditore di ultima istanza, come la Federal Reserve e la banca giapponese, ed emettere credito direttamente agli stati. Certo, una mossa azzardata e mal vista dalla Germania della Merkel, che con la sua indiscutibile importanza nel campo degli equilibri tra le potenze europee, rischierebbe di dover fare qualche sacrificio in più, al pari delle altre nazioni, ma che certamente sta rapidamente diffondendosi nelle idee di economisti e leader politici europei. Non una “pazza idea” come l’ha definita Berlusconi, ma come l’idea che potrebbe finalmente stroncare questa crisi sistemica dell’economia europea, che, se trascurata ancora per troppo, rischia di minacciare l’intero sistema/equilibrio economico, geostrategico e (perché no?) militare mondiale.