La disputa per le isole Senkaku non si è placata, anzi sembra accendersi sempre di più. Le preoccupazioni dei lavoratori impegnati nelle aziende giapponesi sul territorio cinese sono fondate, le cifre parlano di centinaia di migliaia di posti di lavori a rischio. Pechino deve affrontare questo braccio di ferro con il Giappone anche dal punto di vista economico. La possibile rottura dei rapporti con Tokio metterebbe in forte difficoltà non solo l’economia del Paese, ma gran parte del mercato del lavoro. Per questo il governo centrale sta cercando di isolare sempre di più le merci nipponiche investendo forti somme nei prodotti cinesi, esempio lampante il comparto automobilistico, in cui i maggiori produttori di automobili in Cina Guangzhou Automobile Group Co. e Chery Automobile Co. sono stati accorpati per cercare di aumentare le vendite e ridurre i costi nel tentativo di isolarsi dalla concorrenza sempre più agguerrita dei rivali stranieri.

Dopo il secondo incontro ufficiale delle due delegazioni, il risultato è stato un nulla di fatto.  L’unico a commentare il vertice appena svolto è il portavoce del governo giapponese che si limita a indicare come Cina e Giappone siano su posizioni diverse, dato non molto incoraggiante visto che la guerra (per ora) economica innescata sta mietendo le sue prime vittime. Il rischio maggiore è ovviamente quello che si accenda e  una guerra vera e propria,  allarmante è il fatto che siano  appena iniziate le esercitazioni militari congiunte tra forze armate giapponesi e statunitensi proprio nel distretto di Okinawa che ospita circa il 75% dei 48.000 soldati che compongono il contingente statunitense che, dalla fine della seconda guerra mondiale, conta diverse basi militari in Giappone. Inoltre gli Stati Uniti hanno l’obbligo di proteggere il territorio giapponese da un “attacco armato” secondo un trattato di reciproca sicurezza stipulato nell 1960. Lo spiegamento di forze per queste esercitazioni è piuttosto imponente,  comunicazioni ufficiali parlano di 37.000  unità giapponesi e 10.000 americane, militari dislocati in 5 navi da guerra e due portaerei. Washington ha aderito alle manovre, incurante dell’esplicito richiamo cinese a ritirarsi  dall’affare, atteggiamento di cui secondo Pechino, gli americani dovranno rendere conto, come sancito nelle conclusioni scaturite dal   XVIII Congresso del Partito Comunista Cinese (Pcc).

La scelta di effettuare le esercitazioni senza ammettere la presenza dei media, sottolinea un certo nervosismo da parte di Tokyo, che rende noto gli eventi solo attraverso le dichiarazioni ufficiali. Non è chiaro se ciò sia dovuto a ragioni diplomatiche o militari, ma è possibile che questo dispiegamento di forze sia la risposta alle massicce esercitazioni cinesi condotte a metà ottobre nel Mar Cinese Orientale, e che hanno visto l’impiego di undici navi e quattro aerei da guerra. La situazione si è fatta estremamente delicata, perché da un semplice conflitto economico, anche aspro, iniziano a soffiare venti di guerra. Gli schieramenti si sono già manifestati, ma non è la prima volta che esercizi “muscolari” non approdano al definitivo scontro, ma prendono vie più subdole come quella della guerriglia economica. Un eventuale scontro potrebbe assumere dimensioni non calcolabili.