Primi fuochi di campagna elettorale per le elezioni europee, gli indipendentisti veneti si fanno sentire, la Lega consegna per prima il suo simbolo al registro elettorale, una grande scritta campeggia sotto Alberto da Giussano (il simbolo storico del Carroccio): “Basta Euro”.

 

Tuttavia è realmente possibile, oggi, discutere utilmente di un’uscita da questo sistema?

 

In molti se lo auspicano, lo sperano, altri al contrario non voglio sentire ragioni in merito alla permanenza e partecipazione.

La questione non è semplice, anzi, è delicata e complessa sotto diversi punti di vista,  primi fra i quali quello giuridico ed economico.

 

Se dal primo dopoguerra l’Italia si era già trovata di colpo inserita in una comunità economica di matrice atlantica con il beneplacito della Nato, è nel 1992 che con l’adesione al Trattato di Maastricht che si è sancito un vero e penetrante coinvolgimento in un sistema politico-economico transnazionale, l’Unione Monetaria.

In fin dei conti, dietro la spinta del governo Ciampi e di una ritrovata fiducia nelle prospettive future, quello dell’Euro è stato visto come un treno su cui salire per approdare rinnovati ed innovatori nel nuovo millennio. Tuttavia non si è badato ad un aspetto che risulta essere invece fulcro di questa breve trattazione, cioè le limitazioni di sovranità, che, a quanto si può desumere dall’art. 11 della Costituzione, sono consentite dall’ordinamento (specificando poi “in condizioni di parità con gli altri stati”) in particolare in merito alla ratifica dei trattati internazionali. 

 

A livello giuridico, la sovranità è ben più di un enunciato, una norma, un ordinamento, è l’essenza stessa dello Stato e del pensiero statalista, che per 40 anni è stato il cardine della Prima Repubblica. 

Nel ’92 il passo è stato più lungo della gamba, lo statalismo ha lasciato il posto al nuovo regime capitalista, con una certa nonchalance, consentendo appunto ad importanti limitazioni di sovranità, sottoponendo la Banca d’Italia al controllo totale della BCE, non permettendo più la compensazione del disavanzo del bilancio pubblico con l’acquisto dei titoli del Tesoro da parte della stessa, sottoponendosi ad un sistema normativo contorto, fatto di fonti diverse e legislatori diversi. 

Ciò che è peggio, però, è che la sovranità non si riacquista dall’oggi al domani, non è la modifica di una disposizione  a riespanderla.

 

Dunque la risposta al quesito di cui sopra è fondamentalmente negativa, non si esce dall’Euro soltanto con gli slogan e con la rabbia. Al giorno d’oggi appare più conveniente, in chiave politica e per coloro che ne sono espressione, non abbandonarsi alla pratica dello scaricabarile quanto piuttosto farsi i fautori di una inversione di rotta, giuridica ed economica come e più di quanto lo siano stati i precedenti interventi. Solo allora si potrà fare un discorso antieuropeista, ma a quel punto non ce ne sarebbe neanche il bisogno.