A cura di Giovanni Arena

Nel 2008 gli Stati Uniti d’America resero noto al mondo l’avvento e il repentino irrompere di una crisi economica e finanziaria che avrebbe presto invaso tutto il mondo globalizzato, dall’Europa alla Cina. All’interno dell’Unione Europea ciò che nessuno si sarebbe aspettato, ma che forse qualcuno aveva già chiaramente programmato, è che ad un’unione politica, ancora non avvenuta, sarebbe stata anteposta un’unione esclusivamente monetaria. Su queste basi poggiano le problematiche fondamentali dell’Unione: l’incapacità di stabilire un piano politico condiviso, lo spaventoso divario economico tra gli Stati membri, la nascita e lo sviluppo sempre crescente di forze antieuropeiste all’interno dei singoli Stati. La promessa di maggiore ricchezza economica e di un peso politico rilevante, in cambio di blocchi di sovranità nazionale, non è stata mantenuta.

A questo punto la domanda è: cui prodest? Chi trae beneficio da queste regole? A chi fa comodo una moneta unica? Dai dati che emergono dalla Bilancia dei Pagamenti tedesca, sembrerebbe che la Germania, tutto sommato, sia ben oltre la soglia del superamento della crisi che ha messo in ginocchio l’intero continente e il resto del mondo. I numeri che riguardano l’export tedesco sono sorprendenti, tanto da superare il limite previsto delle norme dell’UE. Sul tavolo della Merkel un resoconto della BdP segna un surplus delle partite correnti del 7% (il limite previsto dalle regole europee nel triennio è, però, del 6% del Pil) e sarà ancora del 6,6% nel 2014 e del 6,4% nel 2015.

Ma ciò che suggerisce ancora di più l’ipotesi di un’Europa sempre più germanocentrica è la tolleranza delle istituzioni europee ed il lungo ritardo nel segnalare questa irregolarità, nonché la sola minaccia di eventuali sanzioni. Dove al contrario, in presenza di Stati che arrancano e fanno fatica a rilanciare la propria economia interna, le sanzioni sono dure ed immediate, i governi capovolti in favore di elites finanziarie, non elette né legittimate dai cittadini, che hanno il compito di riportare la situazione alla “normalità”. È il caso della Grecia e dell’Italia: il Governo Monti fu di fatto il prodotto, la conseguenza, di una lettera informale dei banchieri Draghi e Trichet nella quale veniva “consigliata” – un’azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori – oltre al conseguimento del pareggio di bilancio nel 2014, con le modalità prescritte nelle stessa lettera. In Europa s’inneggia alla svalutazione, strumento certamente pericoloso, del quale siamo stati privati, con l’introduzione della moneta unica, ma del quale la politica economica tedesca non ha bisogno.

Ma la svalutazione, che a onor del vero in passato è stata causa di collassi economici disastrosi, ha permesso, qualche decennio fa, alla stessa Italia di rientrare a far parte dello SME (Sistema Monetario Europeo), a seguito di una svalutazione della lira del 70% che ha provocato un picco delle esportazioni. Ma una politica di questo tipo, in questo momento, non porterebbe alcun vantaggio all’economia tedesca: ergo non si farà. Come se non bastasse, a rendere più gravosa e pesante sulle spalle delle Nazioni la mole di una crisi che sembra non manifestare segni di cedimento, vi è l’intricato e complesso sistema di distribuzione, uso e consumo della corrente moneta: l’Euro. Abituati a Banche pubbliche, proprietà dello Stato e dei cittadini, che emettevano e stampavano moneta propria, gli Stati “sovrani” debbono ora inviare i propri ministri degli interni alla porte della Bce per ottenere moneta disponibile da mettere in circolazione. Il risultato: altro debito pubblico, a quello finora accumulato. Ed ecco che ritorna la domanda: cui prodest?