Mentre l’Unione Europea è alle prese con una crisi politico-economica della quale non si riesce a vedere un lieto fine, a 4.580 chilometri da Berlino, capitale d’Europa, ad Astana, Russia, Bielorussia e Kazakistan firmano il trattato costitutivo dell’Unione Eurasiatica. Nasce così “l’anti UE”, il sogno di Vladimir Putin e di buona parte delle élite russe: creare uno spazio economico e politico forte, con caratteristiche simili a quella che fu l’Unione Sovietica. Anche se è fuorviante, per non dire fantasioso, parlare di una nuova URSS, è innegabile il paragone piuttosto calzante tra le due, ma qual è il significato concreto di questa nuova unione?

Il progetto che coinvolge più di 170 milioni di persone è, ad oggi, uno dei gruppi di integrazione regionale più popolosi, con un PIL totale che tocca i 2.700 miliardi di dollari. Nei prossimi anni i tre stati si impegneranno nella libera circolazione di beni, capitali e persone, e nell’armonizzazione delle proprie politiche economiche nei settori chiave di energia, agricoltura, industria e trasporti. Un nuovo, enorme mercato comune che ha già una sigla tutta sua, CEEA.  Un progetto sulla falsa riga di quello dell’Unione Europea, anche se difficilmente si ripeteranno gli stessi errori compiuti dalle classi dirigenti continentali: il sogno di una futura moneta unica, ad esempio, è stato discusso e accolto con favore, ma prima bisognerà adeguare ed unificare strutture politiche ed economiche per non cadere nell’errore dell’Euro, moneta troppo forte senza un altrettanto forte sistema di sostegno.

L’alleanza firmata ieri nella capitale kazaka è, senza dubbio, l’ennesima vittoria geopolitica della presidenza russa. In realtà l’idea di costituire un’unione tra stati ex sovietici era già nelle menti di diversi politici, primo tra tutti l’attuale presidente kazako  Nazarbayev che, senza risultati, aveva già lanciato l’idea all’ex presidente russo Eltsin. Solo con l’avvento di Putin il progetto è stato ripreso ed analizzato, portando nel 2010 alla creazione dell’Unione Doganale tra questi tre paesi, necessaria premessa per la neonata CEEA.  L’Unione Eurasiatica non si arresterà con il trattato di Astana: sono già al vaglio diverse richieste di adesione, in primis quella del Kirghizistan, per il quale si sta provvedendo ad una road map per l’adeguamento della sua legislazione. Non solo Asia centrale, la CEEA, ha già raccolto il favore anche di un importante tassello dell’intricato dossier caucasico: l’Armenia. Un’adesione, quella di Yerevan, che qualora dovesse concretizzarsi, sarebbe un importante successo strategico per la Russia, che così avrebbe un partner di peso in un’area difficilissima, dominata da due membri NATO: Turchia e Georgia.

Chi dava per sconfitta la Russia e il sogno eurasiatico di Putin, dovrà ricredersi. La crisi ucraina non ha più di tanto danneggiato la leadership moscovita, che invece ha saputo adeguarsi e guardare altrove: alla Cina ad esempio. Se ,da un lato, la perdita d’influenza su Kiev ha ridimensionato i piani iniziali, dall’altro ha permesso a Mosca di spingere sull’acceleratore per ridimensionare i suoi rapporti con quell’occidente che, nei suoi confronti, ha sempre fatto buon viso a cattivo gioco, tenendola ai margini delle grandi decisioni politico-economiche, arrivando a minare la sua sicurezza nazionale con l’eccessivo espansionismo militare della NATO verso est. La firma di Astana si inserisce in un’importante contesto geopolitico più ampio. Creare un nuovo polo alternativo a quello euro-americano è importante non solo per le nazioni coinvolte, ma per tutti quanti gli attori globali in previsione di un futuro mondo multipolare.