di Luca Steinmann

DRESDA: Quando 25 anni fa crollava il muro di Berlino, tutto il popolo tedesco esultava e con lui i governi delle potenze occidentali atlantiche, storiche nemiche dell’Unione Sovietica. Vedendo il popolo esultare, i governanti di Stati Uniti e Gran Bretagna pensarono subito che avrebbero avuto gioco facile nell’integrare i territori degli ex Stati satellite sovietici all’interno del blocco occidentale.

Fu così che per loro fu un vero e proprio schiaffo in faccia quando, nel 1992, constatarono una profonda avversione anti-angloamericana proprio in quelle zone che erano le più importanti da occidentalizzare sia dal punto di vista simbolico che geopolitico: nell’ex Repubblica Federale Tedesca (DDR). In quell’anno la visita della Regina Elisabetta d’Inghilterra nella città di Dresda fu oggetto di pesanti e insospettate contestazioni popolari, che ebbero come apice il ripetuto lancio di uova marce nei suoi confronti. Ciò metteva in risalto un sentimento di avversione verso l’Inghilterra e gli Stati Uniti che neanche sessanta anni di isolazionismo all’interno della cortina di ferro aveva scalfito. L’origine di tutto ciò ha una data precisa: il 13 febbraio 1945. Quel giorno, su espressa richiesta del primo ministro britannico Winston Churchill, le forze aeree inglesi (RAF) misero in atto il primo di una serie di bombardamenti a tappeto su Dresda, che nel giro di due giorni, con l’aiuto di aerei americani a dare manforte, demolirono completamente. Circa 300 km quadrati di edifici vennero completamente rasi al suolo, pari all’85% dell’intera area urbana e le vittime, come riportato da fonte inglese, furono circa 130000. Si trattava per lo più di anziani donne e bambini. Inferiori furono le morti tra i soldati. Dresda, infatti, non era una città rilevante né militarmente né economicamente. Era invece un’importante snodo ferroviario e un centro culturale che in quei giorni ospitava circa il doppio della sua popolazione normale, a causa del massiccio afflusso di profughi tedeschi provenienti dalle regioni tedesche più orientali (Slesia, Prussia, Sudeti), in fuga dall’avanzata dell’armata rossa. Nessuno dunque si aspettava un attacco così massiccio e nessuno si aspettava che questo potesse essere così devastante. Non avnedo un obbiettivo strategico da colpire gli aerei alleati riversarono a più riprese tonnellate di bombe sul centro cittadino, sulle scuole, sugli ospedali, sugli orfanotrofi e su qualsiasi luogo potesse contenere il più alto numero possibile di vittime.

Tale scelta fu pianificata a tavolino dallo stato maggiore inglese. La volontà di provocare il più alto numero di vittime civili era determinato da una serie di obbiettivi strategici angloamericani. Il primo di questo rientrava nel piano Morgenthau, che prevedeva la trasformazione della Germania in una nazione agricola e pastorale attraverso la distruzione di tutte le città industriali tedesche. Dresda, come già scritto, non era una di queste, per cui i suoi cittadini si sentirono vittime di un attentato inutile ed inutilmente cruento, che fece sviluppare in loro una fortissima avversione verso le strategie di espansione geopolitica angloamericana. Il secondo obiettivo era la guerra psicologica da vincere tramite la disintegrazione morale del popolo tedesco, che fino a quel giorno si era mostrato estremamente compatto e fedele al regime nazionalsocialista. Per indurre i tedeschi alla ribellione Londra e Washington studiarono piani di distruzione sistematici per promuovere una strategia di terrore dettata dalla volontà indiscriminata e pianificata di provocare vittime tra la popolazione civile. Dresda, in quanto città indifesa e popolosa, si prestava come bersaglio ideale. I ripetuti attacchi a breve distanza volevano fiaccare il morale della popolazione e colpire i mezzi di soccorso e le zone periferiche in cui si poteva cercare rifugio.

Se l’attacco a Dresda fu di successo, la guerra psicologica fu del tutto una sconfitta: tale disastro accese nella gente il sospetto che le potenze occidentali desiderassero solo l’eliminazione del popolo tedesco. Per l’ultima volta Dresda riunì i tedeschi sotto il simbolo della svastica e li gettò tra le braccia del loro ministro della propaganda che da quel momento, più credibilmente del passato, potè mettere l’accento sul fattore paura: paura dei bombardamenti, paura del piano Morgenthau, paura dell’estinzione. Churchill pensava inoltre che di fronte a tale carneficina il popolo e i governanti tedeschi si sarebbero fatti prendere dal panico e avrebbero accettato immediatamente la capitolazione. Ciò non si verificò. Quei bombardamenti ebbero l’unico risultato di dare un brutale spettacolo della superiorità aerea angloamericana. Dresda era stata distrutta ma la guerra sarebbe continuata per altri tre mesi. L’ultimo ma più ambizioso obbiettivo di Churchill era quello di usare le vittime come merce di scambio. Egli, nove giorni prima dei fatti, aveva manifestato a Yalta la volontà di servirsi della popolazione tedesca come merce disponibile nelle trattative. L’attacco era stato infatti programmato prima della conferenza, ma era stato rinviato a causa delle avverse condizione metereologiche. Il primo ministro britannico non voleva presentarsi “a mani vuote” di fronte all’alleato sovietico, che si avvicinava, seppur tra mille difficoltà, sempre più sempre più a Dresda.

La conquista sovietica dei territori orientali europei avrebbe posto Stalin in una posizione di supremazia ai trattati di pace: distruggendo Dresda, Churchill e gli americani poterono rivendicare il loro contributo militare sul fronte orientale. Le vittime servirono dunque come merce di scambio per rafforzare la posizione inglese e americana in sede di trattativa. Si trattò dunque di una carneficina dettata non da necessità militari, ma da calcoli diplomatici che usarono le vittime come mezzo per ottenere la fetta più grande nella spartizione della torta della vittoria. Se il bombardamento non fosse avvenuto la guerra avrebbe avuto esattamente la stessa durata e lo stesso epilogo. 130000 innocenti morirono per mano alleata perché Gran Bretagna e Stati Uniti volevano mostrare la propria forza militare al futuro nemico russo.

Un’Intera città venne completamente distrutta in nome della diplomazia alleata. Oggi quel che resta di quei giorni nei cittadini di Dresda è un grande dolore: dolore per quanto avvenne in quei giorni ma anche dolore per come il ricordo delle vittime sia oggi motivo di propaganda da parte dei partiti politici. Come scrive la ricercatrice americana Elizabeth Corwin: “quel bombardamento è un ottimo strumento propagandistico. Proprio perché tale, la distruzione di Dresda presenta delle importanti caratteristiche come la capacità di suscitare emozioni, l’elevato numero di decessi sfruttabile per ogni fine e la possibilità di lanciare accuse in tutte le direzioni: contro i nazisti, i sovietici, gli inglesi e gli americani, contro la guerra in generale. Può essere usato per diffamare e rivendicare”.

Ogni anno, il 13 febbraio, si assiste al concorso politico per chi riesce a trarre maggiori profitti elettorali dal ricordo, tanto che i cittadini di Dresda si stanno sempre più allontanando dalle commemorazioni pubbliche tanto quanto dalla partecipazione alla vita politica (le ultime elezioni hanno visto il 40% della popolazione non andare alle urne). Come spiega Felix Menzel, direttore della rivista Blaue Narzisse: ”il 13 febbraio è diventato un carnevale in cui non è più possibile commemorare solennemente. Fino a 10 anni fa la città tutta partecipava alle commemorazioni pubbliche, oggi la gente prende le distanze da esse. Preferiscono commemorazioni private per evitare strumentalizzazioni”. Resta la consapevolezza che Dresda sia una città dalla quale si può osservare la storia da diversi punti di vista: una città che è stata sotto il dominio del Terzo Reich e della DDR ma attraverso la conoscenza della sua storia si può comprendere il significato di quanto Geminello Alvi sul Corriere della Sera: ”Hitler non fu l’unico criminale della Seconda Guerra Mondiale”.

La premeditazione dello sterminio della popolazione civile permette di leggere la storia dal punto di vista della parte lesa, ossia delle vittime delle bombe. Permette di capire che nel mondo, ieri come oggi, non esistono parti buone o cattive, ma parti santificate e parti criminalizzate. Dresda oggi ci può ancora raccontare che non è per forza santo chi è santificato