Per molti sarebbe l’ennesimo colpo sferrato alla democrazia, una decisione che metterebbe “sempre più nell’angolo i cittadini”. Si tratta degli emendamenti presentati in Commissione Affari costituzionali del Senato da Roberto Calderoli e Anna Finocchiaro, riguardanti “particolari” modifiche dell’art. 75 della nostra Costituzione. Particolari perché con questi raddoppierà il numero delle firme necessarie per promuovere lo stesso referendum abrogativo, salendo da 500 mila ad un milione, e rendendo sempre più difficile la già scarsa incisione del corpo elettorale direttamente sull’ordinamento giuridico.

Una modifica che dovrà prevedere, forse per bilanciare o barattare una “situazione inaccettabile” (come definita dal M5S), anche un abbassamento del quorum per la validità dello stesso. Se attualmente, secondo l’art. 75 comma 4 “La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi”, con la nuova proposta di modifica, per la validità del referendum deve votare la metà più uno del numero dei partecipanti alle ultime elezioni della Camera. Inoltre, sarà previsto un giudizio preventivo della Corte Costituzionale sull’ammissibilità dello stesso referendum, una volta raccolte 500 mila firme.

Addio anche al referendum manipolativo: secondo l’emendamento infatti il referendum dovrà riguardare intere leggi o parti di legge con valore normativo autonomo e non più (come attualmente possibile) una parte di un articolo o di un comma. L’effetto manipolativo si otterrebbe infatti dalla sottrazione di singole parole dalle proposizioni scritte dello stesso legislatore o dal testo legislativo, producendo significati diversi da quelli originali. L’esempio più eclatante si ebbe proprio nel 1991 quando, con una richiesta di referendum popolare, l’eliminazione di singoli articoli permise ai promotori di trasformare un sistema elettorale falsamente maggioritario (quello del Senato) in un sistema che aprì la strada al metodo proporzionale.

Secondo diversi esponenti politici, contrari dunque all’introduzione di tali modifiche, questo sarebbe un passo certo verso la morte dello stesso istituto del referendum. Istituto che, come ben sappiamo perché reduci dalle esperienze dell’acqua pubblica e del nucleare, rappresenterebbe a priori uno strumento teoricamente valido quanto praticamente “insabbiato” da interessi ben più grandi. Quante sono le iniziative di legge popolare che da anni giacciono ormai sotto forma di carta straccia? E quanti i referendum mai ascoltati?

Secondo Daniele Capezzone di Forza Italia, presidente della commissione finanze della camera, in questo modo “non solo si renderebbe enormemente difficile promuovere un referendum, ma si snaturerebbe questo istituto, trasformandolo da strumento (così lo vuole la Costituzione vigente) attraverso cui anche una minoranza può interpellare la collettività su un tema, a strumento di fatto riservato a pochissime e potentissime organizzazioni, le uniche – a quel punto – in grado di sobbarcarsi uno sforzo organizzativo raddoppiato”.

Già nel 1989 la maschera della democrazia italiana incarnava le forme di un falso Referendum, quello di indirizzo, teso a consentire la consultazione dell’elettorato italiano sul conferimento di un mandato costituente al Parlamento europeo, eletto nello stesso anno. Anche se alle forze politiche italiane, che votarono a favore, non sfiorò nemmeno l’idea di opporsi, nessun atto accompagnò il sorgere dell’Unione Europea: quanto fu utile in quel caso il referendum?

Ci si chiede adesso cosa penserà la Lega che, dopo aver raccolto le firme necessarie per ottenere lo svolgimento dei 5 referendum abrogativi (Legge Fornero, eliminazione delle prefetture, abrogazione della legge Merlin, abrogazione della legge Mancino) con l’azione di Calderoli “butta idealmente nel cestino” le centinaia di migliaia di sottoscrizioni raccolte.