Una Italia che vive di sogni e di speranze, ma che pecca e ha peccato nelle scelte. A due anni e più dalle passate elezioni il dato evidente è che si prosegue ancora su un orizzonte calcato, su una scia ininterrotta. Monti prima, Letta ora. L’uno alzava lo stendardo dell’austerità e dell’imposizione europea in nome della riduzione dei costi e del miglioramento delle condizioni sociali, l’altro alza lo stendardo per lo stesso scopo. Larghe intese prima, larghe intese ora. Insomma una situazione che non ha lasciato intravedere nessun cambiamento. O forse no, perché uno si è verificato in quella che definiamo una vera e propria metempsicosi politica. I culti legati alla tradizione orfica credevano che dopo la morte l’anima (nonostante sia scorretto credere che essi attribuissero all’anima le stesse nostre caratteristiche) si sarebbe incarnata in un altro corpo, proprio come quanto accade alla nostra classe politica. Cambiano i volti, le persone, i sipari, gli attori, i pupari, i ministri, ma resta l’anima, un lerciume impigliato nelle logiche che rispondono al capitalismo bruto. Sembra fantascienza, eppure non lo è e molti ancora sono convinti che tutto si risistemerà, che siamo sulla strada giusta, oppure ignorano l’esistenza di lobby o il potere delle banche. Nella società del non essere, della dòxa, il saggio che si libera dalle catene in cui era relegato nella caverna e richiama gli altri ad uscire fuori e a vedere il vero mondo, viene bastonato e emancipato. Ed in verità dietro la docile apparenza si nasconde un quadro che ha il sapore della corruzione, dal quale si intravede un profilo da posseduto, lacerato e squarciato da colonie di vermi, che invecchia grondando sangue e ricorda un arcano patto col diavolo.

E tutto questo per dire che responsabilità e analisi cruda saranno le parole chiavi per intraprendere il nostro percorso. Una premessa: riconosciamo che il cinismo possa apparire a primo impatto fastidioso e antipatico al buon senso, ma constatando che la logica politica si muove sui fili della freddezza e dell’inganno, uno stile cinico e senza alcuna remora sarà dunque credibile e più efficace nell’esposizione delle seguenti considerazioni. Dunque la responsabilità avrebbe messo gli argini ad un fiume in piena, avrebbe costruito dighe, avrebbe in qualche modo posto un freno. Quella responsabilità – che è mancata al Movimento Cinque Stelle – avrebbe giovato al riacquisto di una identità collettiva. Esaltati da un consenso imprevisto, galvanizzati da un boom di preferenze avrebbero potuto “far tremare la terra” e invece le uniche scosse verificatesi sono state quelle di Berlusconi in decadenza. E se le responsabilità maggiori vanno a lui, ad una sinistra inesistente e a sessanta anni di scudo crociato, tuttavia l’attuale imputabile è Grillo, col suo movimento. La responsabilità primaria è di chi non si è assunto le responsabilità e questo appare evidente ad una sufficiente analisi politica. È insensato pretendere di cambiare le cose dal fuori quando si è avuta la possibilità di cambiarle da dentro. A noi ricorda un proverbio popolare che dice così: “non è entrato dalla porta e vuole entrare dalla finestra”. Eppure all’esercito grillino bastava dire un “sì” a Bersani, e metterlo machiavellicamente con la faccia al muro ogni qual volta sarebbe stato necessario. Non si tratta di “contaminazione”, si tratta semplicemente di un concetto che mantiene sempre il suo feroce valore: il fine giustifica i mezzi. Ma quale fine e soprattutto quale mezzo? Il fine era semplicemente dare una scossa, il mezzo l’alleanza. E certo Grillo non sarebbe andato incontro ad accuse di infranto puritanesimo. È vero che questo avrebbe rappresentato un ritorno alle origini. Allearsi con la classe dirigente che ha messo in ginocchio il paese non è a rigor di logica del tutto coerente, ma più a fondo si rivela una mossa azzeccata e allo stesso tempo lungimirante: avere il potere di costringere quella classe politica a sottostare alle regole di chi tiene l’ago della bilancia.

Per intenderci – <<O riforma elettorale o ce ne andiamo, o reddito minimo garantito o ce ne andiamo, o i problemi urgenti o ce ne andiamo. E voi andate in crisi>>. Non è certo quel che si dice politicamente corretto, ma certo è politicamente efficace. Soprattutto in considerazione del fatto che il M5S, un raggruppamento vivace di opinioni e di ideali, difficilmente otterrà lo stesso risultato delle passate elezioni e tale previsione è confermata dal novero dei delusi che pretendevano dai cinque stelle un cambiamento a suon di bacchette e che invece si sono dovuti accontentare dalle filippiche in parlamento. Ma una buona filippica non vale certo la candela. Molte furono le catilinarie pronunciate contro Berlusconi e puntualmente veniva rieletto. Se vi sono dei poteri forti è inutile cercare di cambiare la politica con le parole. A volte serve il cinismo, la scaltrezza, neanche salire – con il meritato plauso – sul tetto di Montecitorio.

Si badi bene, il nostro non è un invito a seguire la via della morale “fatta in casa”, o peggio ancora, il rinunciare alla vera virtù politica in nome dei meccanismi di lotta e di inganno. Un solo dato ci aiuta in questa riflessione: il fatto che la teoria senza la prassi non serva a niente. Bene fece chi disse che la pratica rompe la grammatica. E la prassi in politica significa in un certo senso “stare al gioco” in apparenza, agire invece in nome di un ideale e dei valori nella concretezza. Non perché sia il metodo moralmente più giusto, ma perché l’uomo è homini lupus e agire politicamente significa agire in tutti i modi al bene della comunità e non in termini sofisti. E cioè fare del bene non a scapito degli altri. Una cosa sola sarà tollerata, agire politicamente – nel senso che abbiamo sintetizzato nelle righe precedenti – a vantaggio del paese, a svantaggio di quella classe politica impanata nel lerciume, quel lerciume che prende il nome di capitalismo e che in Italia si traduce in: lobby, banche, interessi, poteri forti, Letta, Monti, Bankitalia, e che interessa un buon sessanta percento della classe politica. Su un solo trucco si basa la loro attività, cioè lasciarci credere che questo sia l’unico sistema possibile. Noi grideremo che non lo è, perché non ci pieghiamo ad un trucco che Marx già vedeva nella borghesia dell’ottocento. Non è questo l’unico sistema possibile. Chi lo crede è perché è egli stesso servo e lo è volontariamente.