L’escalation di violenza nell’est dell’Ucraina non accenna a placarsi. Da giorni migliaia di manifestanti russofoni occupano le strade di Donetsk, Lugansk e Kharkiv, chiedendo la secessione da Kiev e un referendum sul modello della Crimea per costituirsi in repubblica indipendente. Richieste considerate pretestuose da Kiev, che minaccia di intervenire militarmente nell’area se gli insorti non abbandoneranno gli edifici governativi occupati e non consegneranno le armi. Il premier Turcinov ha emanato un ultimatum, se non si giungerà ad una soluzione della controversia il governo userà la forza. Il nuovo esecutivo nato dalla violenza è pronto a generare nuova violenza: “Le autorità ucraine risponderanno con la forza alla minoranza che vuole il conflitto”, ha tuonato il ministro degli interni Avakov, alla faccia del pluralismo e della democrazia sbandierata con vigore dal blocco occidentale che sostiene Majdan. Siamo ormai sull’orlo della guerra civile e non saranno certo le blande iniziative diplomatiche a riuscire a bloccare l’escalation.

L’Unione Europea da una parte, e gli Stati Uniti dall’altra, continuano a gettare benzina sul fuoco, come dimostrato dalla farsa messa in piedi dal Consiglio d’Europa, che, con una votazione ai limiti del ridicolo, ha sospeso la Federazione Russa dall’organizzazione per il referendum di Crimea. “Una farsa che non può che suscitare repulsione”, è stato il commento del capo delegazione russo Pushkov, che con altri 18 colleghi non ha partecipato al voto in segno di protesta. Mosca, da parte sua, continua a rispondere colpo su colpo accusando la NATO e il suo segretario uscente, Rassmussen, di alimentare una retorica da guerra fredda e di piazzare le truppe dell’alleanza atlantica intorno ai confini di Mosca, in violazione dei principi della dichiarazione di Vienna del 1997. Nel contesto della crisi non potevano mancare gli Stati Uniti, veri artefici e ideatori delle proteste di Euromaidan che, oltre ad inviare navi, come la USS Donald Cook, nel Mar Nero, sono finiti nell’occhio del ciclione per l’affaire Greystone. Secondo Mosca sarebbero più di 150 i contractors della compagnia privata che fornisce di mercenari l’esercito statunitense, schierati da giorni delle regioni orientali dell’Ucraina. Indiscrezioni che non favoriscono certo la distensione, semmai un’ulteriore conferma del vizio tutto a stelle e strisce di interferire con mezzi più o meno subdoli negli affari interni di paesi dei quali gli stessi americani faticano ad indicare su una cartina.

Tutto questo mentre nella Rada, il parlamento di Kiev, le squadracce dei neonazisti di Svoboda perseguono la strategia del terrore, picchiando e minacciando chiunque osi mettersi sul loro cammino, come avvenuto al deputato Simonenko del partito comunista, spintonato bruscamente da due energumeni con tanto di testa rasata durante un intervento in aula. L’Ucraina è diventata una terra di nessuno, lo stato di diritto è scomparso, i diritti delle minoranze vengono calpestati e lo spazio per il dissenso è minimo, come testimoniano i divieti imposti a giornalisti russi di entrare nel territorio nazionale. In Europa cresce però la consapevolezza di quanto sta accadendo, e ancora una volta, nel bene e nel male, la svolta europea potrebbe arrivare da Berlino. La televisione Ard, ha infatti trasmesso un documentario nel quale risulta chiaro che a sparare sulla folla di Majdan, non sarebbero stati i cecchini governativi, ma alcuni gruppi deviati di manifestanti per creare un pretesto per provocare le dimissioni di Yanukovich e l’intervento europeo. La situazione è prossima al collasso totale e non saranno certo gli atteggiamenti accusatori e poco concilianti delle istituzioni europee e statunitensi a fermare quella che ormai è una vera e propria guerra civile.