Della Turchia non ne parla più nessuno pertanto la protesta non violenta iniziata diversi mesi fa a ad Istanbul nei dintorni di Gezi Park – poi sfociata nella repressione delle forze governative – non era stata poi così tanto diversa dalle prime manifestazioni pacifiche avvenutesi a Damasco più di due anni fa, queste ultime traviate dall’infiltrazione di gruppi terroristici arrivati da tutti i Paesi del mondo arabo. Il sollevamento dei dimostranti turchi nato a giugno in maniera spontanea, laica, autentica, contro la politica conservatrice di Recep Tayyip Erdoğan, leader dell’Akp, che riuniva studenti universitari, associazioni laiche, il TGB (Unione dei Giovani Turchi), sindacati, i i Verdi e il Partito Comunista di Turchia, si è infiammato di nuovo in questa settimana. Lunedì 10 settembre, Ahmet Atakan, ventidue anni, aveva perso la vita durante una manifestazione ad Antiochia, nei pressi del confine siriano, dopo esser stato colpito da un lacrimogeno lanciato dalle forze dell’ordine. L’uccisione del giovane manifestante ha così riacceso la protesta contro Erdogan, tanto che sono riprese le manifestazioni e gli scontri con la polizia ad Ankara, Istanbul e Eskişehir, mentre in altre città si sono svolte manifestazioni minori.

Oltre a dover affrontare questi gravi problemi interni, il premier turco dovrà sostenere altre due questioni a forte rischio: da una parte Ankara ammassa truppe e blindati al confine con la Siria e prepara una possibile guerra contro Bashar al Assad, dall’altra, si fa a rischio il processo di pace nel Kurdistan, dove si è fermato il ritiro dei tremila guerriglieri separatisti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) verso il Nord dell’Iraq poiché secondo il leader dell’ala politica Cemil Bayik, Erdogan non avrebbe dato seguito agli accordi della trattativa, iniziata alla fine del 2012, per una soluzione politica del conflitto del Kurdistan che dal 1984 oppone il governo centrale turco e la minoranza curda.

Schierato dall’inizio della crisi con i fondamentalisti islamici contro l’ex-amico Bashar al Assad, Recep Tayyip Erdogan è uno dei principali sostenitori dei piani di attacco del presidente statunitense Barack Obama contro Damasco. Il premier turco si è dichiarato pronto a partecipare a “qualsiasi coalizione” contro il suo omologo siriano, e preme da tempo per un intervento internazionale, non solo “punitivo” e di durata limitata, ma di lungo respiro, “come in Kosovo”, che rovesci Assad. Una posizione pericolosa quella intrapresa dal leader conservatore, proprio quando l’Unione delle Comunità Curde (Kck), il braccio politico del Pkk, ha comunicato ufficialmente il suo appoggio alla protesta in corso per spingere il governo islamico di Erdogan a fare “passi veri per la democratizzazione e per risolvere la questione curda”. Peccato però che né gli inglesi, né i francesi, né gli americani, hanno intenzione di armare questi “ribelli” turchi. L’Occidente, a differenza della Siria baathista, non ha interesse a destabilizzare la Turchia, un Paese allineato agli interessi della Casa Bianca.