Perché mai un politico del calibro di Silvio Berlusconi dovrebbe ostinarsi a volere un parlamentare come Dell’Utri tra le fila del suo partito, esponendosi, ancor di più, alle accuse di guidare un partito di inquisiti? In secondo luogo, perché non esiste nell’ordinamento giuridico italiano, una legge che impedisca ai partiti di candidare personalità indagate, ma spetta al solo buon senso degli stessi partiti fornire un’offerta politica trasparente e onesta?

di Simone Zivillica

Oggi dobbiamo rispondere a una domanda: Marcello Dell’Utri è un capace uomo d’affari, un intellettuale raffinato o è quello che ci hanno descritto 40 collaboratori di giustizia, un uomo cioè che avrebbe riciclato il denaro di Cosa nostra investendolo tramite Silvio Berlusconi in Milano 2?” Esordisce così, dinanzi ai giudici della Corte d’appello di Palermo, il procuratore generale Patronaggio nella sua requisitoria nel processo per concorso esterno in associazione mafiosa al senatore Pdl Marcello Dell’Utri. Parole, queste, definite criminali da Silvio Berlusconi durante l’intervista al programma di Canale 5, Italia Domanda. Parole che, invece, non sembrano spaventare il senatore, che al Corriere della Sera annuncia “Finché sono vivo mi candido”. Basta ricordarsi chi sono, dove sono stato fino ad ora”. Il problema è che il premier del centrodestra sembra invece intimorito dalle sue vicende legali, tanto che, sempre ad Italia Domanda, avvisa che  per evitare critiche, amici come lui (Dell’Utri) dovranno esimersi dal candidarsi. 

Al di là dei risvolti politici dell’udienza del 18 Gennaio, quello che preoccupa è, prescindendo da colpevolezza o innocenza dell’indagato, che ci troviamo davanti ad uno scandalo che potrebbe risultare di grandezza superiore rispetto a quella attribuita a fenomeni come Tangentopoli, Vallettopoli e Calciopoli. Qui si parla di collusione tra Cosa Nostra, nelle sue più alte sfere, e Stato italiano: collusione che si sarebbe verificata in quello che il Pg Patronaggio ha definito “patto scellerato di mediazione” tra Dell’Utri, appunto, e i maggiori boss mafiosi (fino all’ 86 i referenti erano i gemelli Pullarà, dall’ 86 Totò Riina, poi dal ’93 i fratelli Graviano). Per i fatti posteriori al ’92 il senatore è stato assolto, perché, di fatto, non è stata cosa nostra a fare vincere le elezioni a Forza Italia, ma lo ha votato (e fatto votare)  per creare il nuovo referente politico della mafia dopo la caduta di Bettino Craxi: questo affermano i giudici. Tale collusione è provata secondo l’accusa da diverse intercettazioni dei boss mafiosi che spesso fanno il nome Dell’Utri durante le loro conversazioni: “non si può fare uno sgarro a Dell’Utri, pagherebbe tre milioni di pizzo per la Standa di Catania” afferma Totò Riina come riporta il Corriere Della Sera; “dobbiamo votare Dell’ Utri altrimenti lo fottono” si consigliano i boss riferendosi alle elezioni europee del ’99, insiste il Fatto Quotidiano. Ad ulteriore testimonianza, la pubblica accusa cita anche una cassata siciliana da 11 kg inviata da Salvatore Cinà al gemello del senatore pdl, che avrebbe dovuto consegnarla a Berlusconi. Senza considerare poi i tre attentati subiti da Berlusconi a seguito di un cambiamento di rapporti tra Dell’Utri e i capi mafiosi, tra gli anni ’80 e ’90.

 Sarà difficile vedere condannato in via definitiva Marcello Dell’Utri, in quanto, come spiega il professore Carlo Federico Grosso a L’Unità, il reato di concorso esterno in associazione mafiosa è una delle accuse più difficili da provare dinanzi la Corte, a causa dei severi criteri cui la presunzione di reato deve rispondere. Così, come afferma testualmente il professore, “il concorso esterno è stretto fra l’esigenza di repressione da un lato e l’esigenza di garanzia dall’altro”. Inoltre la prescrizione è fissata nel novembre 2014, e il rischio di lasciare la questione priva di giudizio è reale, dato anche che molti dei contenziosi avviati per il reato di concorso in associazione mafiosa terminano in questo modo. Perciò il Pg ha sollecitato la Corte a fornire una sentenza in tempi utili, e per ora questa è fissata a pochi giorni dopo le elezioni, precisamente al 4 Marzo.

I problemi al riguardo sono principalmente due. Primo, perché mai un politico del calibro di Silvio Berlusconi dovrebbe ostinarsi a volere un parlamentare come Dell’Utri tra le fila del suo partito, esponendosi, ancor di più, alle accuse di guidare un partito di inquisiti? In secondo luogo, perché non esiste nell’ordinamento giuridico italiano, una legge che impedisca ai partiti di candidare personalità indagate, ma spetta al solo buon senso degli stessi partiti fornire un’offerta politica trasparente e onesta? Il Partito Democratico ha proceduto pochi giorni fa alla sottoposizione dei cosiddetti “impresentabili” alla sua commissione di garanzia che giudicherà in base al codice etico del partito chi sarà ammesso nelle liste. Sforzo apprezzabile, ma resta comunque un controllo interno al partito sul quale non possono non esserci dei dubbi riguardo alla sua efficacia in merito all’obiettivo di escludere gli inquisiti dalle fila dei democratici di sinistra.

 Una risposta alla prima domanda non sembra sussistere, perché il premier Pdl non ha escluso Dell’Utri, lo ha solo invitato a pensare di non candidarsi. Del resto, come riporta La Repubblica, la maggiore preoccupazione per il Cavaliere è l’epurazione dei dissidenti, coloro che non gli hanno dato l’appoggio nei momenti più difficili (dalle vicende giudiziarie alla messa in dubbio dell’utilità di una sua nuova discesa in campo). Per quanto riguarda la seconda perplessità, la responsabilità di tale lacuna nel sistema di leggi italiano è di tutta la classe politica, che niente ha fatto per inserire norme atte ad evitare l’esistenza di tali incongruenze in Parlamento. Perciò la nuova legislatura dovrà essere in grado, ed avere il coraggio, di adoperarsi in questo senso, altrimenti i dubbi circa la trasparenza e la legalità dei lavori parlamentari non smetteranno, a ragione, mai di esistere.