In questo paese di pizzicaroli e ladri di biciclette si può stare tranquilli quando si pensa alla Fiat perchè, prima o poi, ineluttabile giunge l’inculata. Sul Wall Street Journal di ieri si diceva che Sergio Marchionne al prossimo consiglio d’amministrazione- il primo congiunto dopo l’acquisizione di Chrysler- proporrà al board che la nuova compagnia, che quasi certamente porterà un nuovo nome, trasferisca la propria sede tributaria in Gran Bretagna e quella legale nei Paesi Bassi. I vantaggi ovviamente sarebbero di natura economica: con il dominio fiscale a Londra si risparmierebbero diversi punti percentuali di pressione impositiva sui dividendi, mentre con la rappresentanza legale ad Amsterdam- si pensi che la maggior parte delle multinazionali hanno il proprio quartier generale europeo nella capitale olandese- si godrebbe di un diritto commerciale more flexible, per dirlo come il quotidiano di Murdoch, ergo di privilegi sulla governance più estesi che altrove.

Ovviamente la neonata società verrebbe quotata al listino newyorchese di Dow Jones, con una quota minoritaria del gruppo che rimarrebbe a Piazza Affari, dove accederebbe a volumi di capitale sicuramente più ampi di quelli milanesi. Al di là del commento, cui seguiremo tra poco, il fatto rilevante è che finalmente, dopo mezzo secolo di fatica e sudore, il Lingotto è riuscito a penetrare in America, portando a termine quel processo iniziato nei caicchi ormeggiati a Martha’s Vineyard dove Gianni intratteneva Kennedys, Kissinger e gotha dem già negli anni 60, e covava e custodiva quel sogno inarrivabile di fare di Torino l’epicentro di una grande industria italiana, dell’alto ingegno, di esportare il nostro stile nel mondo. Peccato che sull’isola radical dell’east coast ivi siano rimasti i buoni propositi. Il ponte con Detroit è stato fatto, ma per salirci sopra e scappare. Marchionne, nella sua napoleonica bramosia, è riuscito nella fusione, ha salvato Chrysler dalla bancarotta; ha, dando lettura buonista che poco ci compete, invertito quella tendenza che vede gli altri comprare le cose nostre, ma si è dimenticato degli italiani. E ora il lettore non si butti per terra dalle risate rimembrando Progetto Italia quel giorno a Palazzo Chigi dove lorsignori Monti e Passera ascoltavano Marchionne ed Elkann grande promettere di non chiudere stabilimenti, anzi di investire venti miliardi di euro, sì venti miliardi di euro, in Italia nel giro di cinque anni. Sfacciati, diremmo.

La proposta che verrà fatta al cda mercoledì ha destato stupore tra gli addetti ai lavori, cita il WSJ, che auspicavano un tertium non datur nell’indecisione Torino/ Detroit, ma la legge del lucro vincit omnia. Sempre il Journal dice che tra le problematiche interne a Fiat- tra cui calo a due cifre di vendite in Europa, difficoltà di incrementare la produzione di lusso, risanare con la domanda USA ecc.- ci sarebbe, citiamo testualmente but the country’s manufacturing industry is suffering a slow decline as high taxes, strict labor laws and other constraints reduce its ability to compete with cheaper and more flexible center of productions, dove per strict labor laws leggasi “da voi licenziare è un problema” anche se a Wall st. forse non lo sanno che i macellai sono venuti pure qui e che il Giob Ect di Renzie non di meglio promette. Ricapitolando la questione è la seguente: Marchionne fa l’italiano col culo degli altri (vedansi ultimi spot in America dove si compendia l’italianità da bar esaltando clichè incredibilmente tristi) ma gli utili li fa tassare altrove. È inutile pensare a quanto la flexibility aiuta la competitivity, che il nuovo gruppo è globale e globalmente deve proiettarsi accettando di ingoiare bocconi amari per la causa italiana. Fiat è il primo datore di lavoro privato del Paese, permette occupazione a migliaia di lavoratori, affonda le sue radici storiche in Italia e da essa è imprescindibile per ragioni immanenti al contesto in cui è nata ed ha operato per oltre un secolo e, soprattutto, è stata puntualmente, ripetutamente e serialmente aiutata dallo Stato in tutti i suoi momenti di difficoltà.

Ma  questo nefasto epilogo avremmo dovuto immaginarlo sin dai tempi della sortita confindustriale o dell’analogo iter della controllata CNH trasferitasi in Inghilterra l’anno scorso. La questione, come già detto, ha rilievo nazionale più per forma che per sostanza essendo a noi impossibile calcolare i benefici di fuggire alla scellerata tassazione italiana. Di forma perchè leggendo la Costituzione al dettato numero 41 recita chiaramente che l’iniziativa economica privata, maggiormente se di questa portata, deve svolgersi in coordinazione a fini sociali. Non è fantascienza ipotizzare che questa mossa sia prodromica ad altre, più incisive, finalizzate a un distacco definitivo dall’Italia.