Pareva impossibile che dati i discreti sviluppi delle discussioni sul nucleare iraniano, l’entità sionista avrebbe accettato di essere relegata al ruolo di voyeur. Come è noto, Netanyahu non ha mai mancato di rendere presente a chicchessia la propria disapprovazione per qualsiasi accordo tra i 5+1 e Teheran, leggendo ogni futuribile accordo nei termini di un pericoloso appeasement. Rouhani o meno. In modo continuo, lo sappiamo, l’entità sionista si è spesa in uno zelante lavoro di lobbying nemmeno troppo velato, per spingere il Congresso statunitense a piegarsi al proprio capriccio. E sembra essere riuscita nel proposito senza troppo tedio, tant’è che proprio in questi giorni il Presidente Obama ha formalmente rinnovato la legge nazionale di emergenza, mantenendo le sanzioni contro la Repubblica Islamica dell’Iran per almeno un altro anno. Una controtendenza prevedibile rispetto al clima di Ginevra, che potrebbe complicare lo sviluppo dei prossimi colloqui di Vienna.

Nella sua visita a Teheran, nonostante l’ottimismo del ministro Zarif, l’alto rappresentante per la politica estera dell’UE Catherine Ashton, si è mostrata piuttosto fredda, dichiarando che non ci sarebbe garanzia di un successo globale dei colloqui. Un atteggiamento cauto e quasi remissivo quello assunto dalla baronessa e dettato, oltre che dal realismo, anche dal digrignar di denti di Benjamin Netanyahu. Questi, da Israele, l’ha provocata chiedendole sarcasticamente se durante la visita a Teheran si fosse informata, presso i suoi ospiti, della spedizione di armi destinate alle organizzazioni della Resistenza. Netanyahu faceva riferimento ai 40 missili balistici M 302, ai 181 colpi da mortaio e alle 400.000 munizioni per AK, rinvenuti in una nave, al largo delle coste sudanesi. Secondo le autorità israeliane, la nave sarebbe stata diretta alla Striscia di Gaza, dopo essere salpata dall’Iran.

La sistematicità israeliana si è vista anche nelle pressioni sull’AIEA. Si chiedeva che fosse pubblicato un nuovo rapporto riguardante un ennesimo presunto programma nucleare militare iraniano. Un pensiero fisso, martellante ed ossessivo, che fa a bastoni con la realtà: se anche Teheran volesse  dotarsi di testate nucleari, troverebbe più agile acquistarne direttamente dall’alleato russo, il quale sta oggi collaborando alla realizzazione di due reattori nucleari a Bushehr. E l’effetto non sarebbe nemmeno così drammatico, perché ne sortirebbe un equilibrio del terrore in scala regionale, che determinerebbe la stabilizzazione definitiva dell’area. Ciò che Israele vuole evitare. Nihil novum sub sole.

 Merita poi di essere ricordato come nel corso delle ultime settimane, in Occidente, si sia tentato di creare l’immancabile icona, sfruttando il caso di Hashem Shabani, poeta trentaduenne, di etnia araba, originario del Khuzestan. Insegnante, blogger e attivista per i diritti umani, una figura à la page facilmente spendibile nelle dialettiche di casa nostra, un uomo libero la cui unica arma brandita nel corso della sua vita sarebbe stata la penna. Il fatto che avesse confessato di far parte di Al-Moqawama al Shaabiya, movimento terrorista responsabile di diversi omicidi e supportato da Stati Uniti e Gran Bretagna, per i media occidentali non è cosa degna di menzione. Confessioni ottenute sotto tortura, processo iniquo, accuse ingiuste e medievali, pena ripugnante. Aggravante della vicenda, il via libera per l’esecuzione sarebbe stato dato dallo stesso Rouhani, non si capisce se in un momento di amnesia riformista o di franchezza rivoluzionaria. Ma i tempi non erano maturi per fare di Shabani un idolo. Reso alla terra il poeta, all’occorrenza, non sarà difficile trovarne un altro, che si presti ad una strumentalizzazione a fini propagandistici. Come non ci sarebbe da stupirsi se nelle prossime settimane il Quarto Potere decidesse di ammorbarci con un’ennesima campagna di sensibilizzazione sui diritti umani violati in Iran o visto il declinare delle rigidità invernali, sulle ipotermie determinate dallo hijjab, in un mondo piagato dal surriscaldamento terrestre.