Victoria Nuland, attuale Assistant Secretary of State for European and Eurasian Affairs per gli Stati Uniti d’America, rappresenta una protagonista centrale per comprendere le strategie e l’ideologia che caratterizzano le azioni internazionali del paese a stelle e strisce. Le sue provocazioni e il suo disprezzo per l’Europa, che hanno inasprito il mutevole e caldo scenario ucraino, si collocano su di un lungo filo rosso che caratterizza la politica estera americana esattamente da 13 anni. L’interventismo e le critiche verso la “vecchia” e “pavida” Europa costituiscono d’altronde la base delle teorizzazione di Robert Kagan, marito della Nuland, oltre che animatore del celebre PNAC (Project for a New American Centruy), che elaborò le linee guida della guerra preventiva americana. E che ritroveremo poi come consigliere di Hillary Clinton, un segnale emblematico quanto poco noto del periodo Obama. Accanto a lui, una serie di pubblicisti e teorici (come Richard Perle e Paul Wolfowitz) salì agli onori delle cronache all’inizio del secolo. E proprio in questo ambiente che cominciò a maturare l’idea che solo una “nuova Pearl Harbour” avrebbe potuto garantire il rilancio politico ed economico degli States. Cosa che puntualmente avvenne l’11 settembre 2001.

Per capire appieno il fondamentalismo insito nell’ideale neocon, bisogna risalire alle sue radici. Che affondano, insospettabilmente, nella sinistra socialista e trozkista. L’internazionalismo costituì l’humus grazie al quale si arrivò all’idea di planetarizzazione della democrazia. Leo Strauss e Eric Voegelin, filosofi fuggiti dalla Germania nazista degli anni Trenta, sono considerati i padri nobili di questo pensiero, in modo particolare nelle loro riletture di autori del passato come Tucidide e Machiavelli. Le complesse attualizzazioni dei classici da parte dei due scienziati politici, diedero vita alla convinzione della necessità della “cura del divino” per attuare una politica degna di questo nome. E il “divino” in questione divenne nient’altro che la democrazia liberale. Legata a doppio filo con il mercato. Ogni mezzo avrebbe giustificato la sua esportazione. Messianismo e manicheismo si cominciavano a scorgere tra le righe di una serie di «liberal assaliti dalla realtà» come Irving Kristol, fondatore della rivista considerata la “Bibbia neocon”: il Weekly Standard, diretta oggi dal figlio William. Un “figlio di papà” come Kagan, il cui padre Donald è uno dei più rispettati storici del mondo accademico americano.

La politica muscolare di Ronald Reagan accese qualche entusiasmo, ma solo gli interventi di Bush jr. diedero soddisfazione e piena visibilità ai neocons, che egemonizzarono le cariche della sua amministrazione. Crollato il muro, la “fine della storia” e il rischio di “autoconsunzione” per mancanza di nemici veniva scongiurato dai nuovi interventi armati in Afghanistan e Iraq. Il fondamentalismo islamico era indicato come nemico di tutta la civiltà occidentale, di cui gli Usa si professavano alfieri. Dai tempi della Dottrina Monroe (“nessun intromissione nel continente americano”) molti passi in avanti erano stati fatti: la parola “occidente” aveva sostituito “continente americano” in maniera definitiva. Gli schemi in auge fino agli anni Novanta andavano aggiornati. Alla cosiddetta scuola geopolitica “neorealista” di Nicholas Spykman e Kenneth Waltz, cui appartenevano Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski, capaci di concepire politiche di equilibrio o appoggi ai fondamentalisti islamici in ottica anti-russa, si sostituiva un aggressivo e visionario unipolarismo. Il realismo politico poteva solo essere strumentale a una visione idealistica incentrata sulla democrazia, definita da alcuni analisti “sionismo cristiano”. Le cui elaborazione hanno talvolta portato a pensare che si trattasse di semplici giustificazione ex post (e talvolta ex ante) degli avventurismi americani. E le cui scorie, come testimoniano i nomi Nuland e Kagan, si sono trascinate senza sosta fin nell’amministrazione Obama.