di Matteo Renoldi

Era il 5 Maggio scorso quando Enrico Letta, ospite di Fabio Fazio su Rai3, dichiarava “Mi prendo l’impegno, io mi dimetto se dobbiamo fare tagli alla cultura, alla ricerca, all’università.”

Attualmente Letta, dimessosi dopo essere stato rottamato da Renzi con pratiche che non possono che ricordare manovre di palazzo da Prima Repubblica, non è più presidente del consiglio sicuramente per motivi altri rispetto alle promesse infrante verso il mondo dell’istruzione.

Le promesse, infatti, sono state puntualmente disattese.

A venire colpito con un provvedimento del decreto del Fare di Giugno 2013 che “riduce le risorse destinate alle convenzioni per i servizi esternalizzati di euro 25 milioni per l’anno 2014 e di euro 49,8 milioni a decorrere dall’anno 2015” è stato il Consip, una società controllata interamente dal ministero dell’economia, necessaria per fornire alle scuole i soldi per coprire il costo del personale Ata che si occupa della manutenzione degli istituti scolatistici.

Secondo il sindacato Ubs la conseguenza di questi tagli sono gare d’appalto con ribassi fino al 70% che si ripercuotono attraverso una riduzione degli stipendi dei lavoratori dagli attuali 850 a circa 400 euro e il dimezzamento dell’orario lavorativo da 35 a 18 ore.

Il governo, però, attraverso un emendamento alla legge di stabilità era intervenuto con uno stanziamento di 34,6 milioni “al fine di consentire di risolvere problemi occupazionali connessi alla gestione dei servizi di pulizia e ausiliari delle istituzioni scolastiche ed educative statali e degli enti locali, fino al 28 febbraio 2014”. Una norma tampone insomma. Significativo come i quattro voti contrari ad un emendamento presentato da M5S, Sel e Lega, in grado di risolvere questa vertenza, siano arrivati tutti dal Partito Democratico.

Oltra al mondo dell’istruzione media anche quello universitario non versa certamente in buono stato. In tema di università e ricerca non c’è stata una decisa inversione di tendenza rispetto ai passati governi. Anche se la ex-ministra Carrozza rivendica alcune decine di milioni di euro di incremento al fondo ordinario dell’università, che pure in questi anni si è ridotto di 7-8 miliardi di euro, non c’è stato un ribaltamento della volontà di “ridimensionare” un settore tanto importante per il paese.

Oltre al lato economico e finanziario anche la meritocrazia del sistema è stata messa in forte discussione.

Emblematico lo scandalo del sistema di abilitazione scientifico nazionale dove, come documentato dallo scoop del Fatto Quotidiano, in settori disciplinari come “Storia Antica” i nomi dei vincitori erano già noti con mesi in anticipo rispetto alla pubblicazione degli esiti della commissione. Episodio gravissimo, ma sfrortunamente non isolato come dimostra anche il caso di Diritto Costituzionale dove è avvenuto un fatto simile.

Anche la formazioni delle commissioni stesse non è risultato sempre oggettivo e trasparente: ad oggi non sono ancora noti, dopo due anni, metà dei risultati delle commissioni e alcuni commenti espressi sono sconcertanti e per niente rispondenti ad un senso di oggettività. Ne prendiamo due esempi:

La candidata non è scema, ha dimestichezza con la scena internazionale e rivela curiosità.”

“Candidato in via di formazione (si spera) abilitazione: no.”

Vista la gravità della situazione si auspicherebbe che chi si candidasse a guidare il paese abbia idee chiare su come risolvere queste problematiche, ma non sempre è così come dimostra questa dichiarazione di Matteo Renzi:

“Ma come sarebbe bello se riuscissimo a fare cinque hub della ricerca, cosa vuol dire? Cinque realtà anziché avere tutte le università in mano ai baroni, tutte le università spezzettatine, dove c’è quello, il professore, poi c’ha la sede distaccata di trenta chilometri dove magari ci va l’amico a insegnare, cinque grandi centri universitari su cui investiamo”

Anche su questo, Matteo, cambia verso.