Renzi è un po’narcisista. Poteva scegliere qualunque altra nazione per far partire il suo “ giro del mondo” in tutela e promozione, nell’apparenza, del made in italy ma ha voluto sparare subito la cartuccia più grossa. Così se ne è andato in Cina, in Vietnam, in Kazakhstan. Con l’atteggiamento di quello che sembrerebbe tanto essere un novello piazzatore di affari travestito avventuristicamente da moderno Marco Polo.  Ovviamente è scattata la litanìa dei grandi annunci, dell’Italia che deve “cambiare passo”, del Pd che deve abbandonare “le posizioni di rendita”. Più il palcoscenico è grande, più l’attore tenterà la battuta ad effetto, sono regole comunicative di base. Dopo un po’ di mesi, cominciamo a conoscerlo, infatti, questo “ bullo di Firenze”: il suo pezzo forte sono le parole, a fatti siamo lontanissimi da quanto egli aveva spassionatamente e teatralmente promesso.

Ma veniamo alla Cina: tralasciando ogni considerazione riguardante i rapporti commerciali che dovrebbero intercorrere tra una nazione che si fa portavoce e promotrice del rispetto dei diritti civili e sociali e dei diritti dei lavoratori ed una che proprio non ce la fa ad omologarsi a dinamiche standard ed ormai consolidate dei contemporanei sistemi giuridici anche in materia di diritti umani. Ma addentriamoci meglio in cosa veramente si sia declinata questa prima spedizione renziana o meglio cosa parrebbe nascondersi dietro tutto ciò. Facciamo un salto all’indietro, asseriamo per dato di fatto che la grande finanza internazionale abbia una particolare affezione per il centrosinistra italiano. La svendita dell’IRI di Prodi ed i guadagni che ne sono conseguiti non è affatto lontana in linea temporale e sarà facilmente ricordata dai lettori. “Renzi è di sinistra, come Prodi. Come lui è graditissimo a Wall Street, ai grandi fondi come Blackrock, nella City. Ed è più deciso di Enrico Letta che a sua volta godeva di buone credenziali in quegli ambienti ma era troppo lento e prudente: nessuno, nel momento del bisogno, lo ha difeso. Vuoi vedere che la vera missione del mirabolante Matteo Renzi è quella di portare a termine le privatizzazioni, ovvero di svendere quel che resta di buono in Italia?”. Si è chiesto Marcello Foa.

Ma dobbiamo arricchirci di nuove fonti se vogliamo collocare specificatamente l’operato asiatico del nostro Presidente del Consiglio. Scriveva a tal proposito Fubini su Repubblica: “Erano anni che l’Italia non raccoglieva un interesse simile sui mercati“, svelando che pochi giorni prima “un gruppo di investitori si è ritrovato nella sede di Royal Bank of Scotland, nel miglio quadrato della City di Londra. I gestori di fondi presenti erano circa trecento e in aggregato rappresentavano istituzioni che controllano ogni giorno molte migliaia di miliardi di dollari sui mercati globali. Fra gli altri c’erano colossi americani come Blackrock, Fidelity, Blackstone, hedge fund di punta come quello di George Soros o Glg, fondi pensione, banche, più l’antica aristrocrazia europea del risparmio gestito con Schroders. (..) Il 70% degli investitori raccolti ha sì detto che nei prossimi tre mesi «comprerà attivi italiani», mentre solo il 30% non pensa di farlo“. Si preparava, insomma, il terreno pratico per l’avvento di un nuovo Prodi, di un uomo che avesse almeno le medesime intenzioni e il medesimo sistema di appoggi dall’estero. Annunci glorificanti di capitali esteri in arrivo e di buone intenzioni commerciali dai principali partner hanno preceduto di qualche giorno l’avvento di Renzi. Sembrerebbe assolutamente non a caso. In questo substrato di condizioni e premesse, cosa siamo andati a fare in Cina? Semplice, siamo andati ad incentivare le delocalizzazioni.

Lo dimostra, ad esempio, il protocollo d’intesa siglato con Sace, la società pubblica di assicurazione che si pone l’obiettivo di incentivare l’internazionalizzazione delle imprese italiane e che ha previsto un fondo in linea di garanzie per 2 miliardi di euro dedicata a chi opera o intende operare in Cina. Approfondendo, dal sito del primato nazionale.it, appuriamo che “La possibilità per Sace di intervenire anche in ambito di sostegno all’internazionalizzazione di tipo strettamente produttivo deriva da una modifica allo statuto operata nel 2007 da Prodi e Padoa-Schioppa che permette alla stessa, nei fatti, anche di finanziare gli insediamenti all’estero. Così è stato per Fiat in Serbia (con 230 milioni per l’impianto di Kragujevac), così sarà probabilmente per le imprese che vorranno trasferire la produzione in Cina”. Delocalizzare, internazionalizzare, privatizzare le poche grosse aziende statali che ci sono rimaste. E’ un filotto già visto, un programma standardizzato negli anni che ha a volte subito alcune interruzioni, ma è il volere di chi muove i fili e l’avvento di un novello Prodi era troppo ghiotto per non essere supportato a dovere. Ecco, quindi, i moventi scatenanti i titoloni entusiastici dei giornali e così via. Siamo andati a fare i piazzisti, travestiti da Marco Polo, a trattare con un Paese verso il quale abbiamo anche un discreto deficit che non ci consente di poter trattare alla pari. Mentre la promessa di una riforma al mese è stata ampiamente abbandonata, la promessa seguire certi dettami e certi schemi programmatici in materia finanziaria non verrà disattesa, ne siamo certi.