L’incertezza che si sta verificando in questi giorni riguardo alla possibile adozione o meno degli F35 da parte del governo certamente non rappresenta la situazione generale in cui si trovano i progetti militari ed espansionistici italiani. Se, infatti, molta confusione è presente sulla resistenza, sull’affidabilità degli aerei prodotti da Lockheed Martin, nessun dubbio penetra la volontà del ministro della difesa Pinotti, il quale, soprattutto su due punti, si è dimostrato fermo e deciso: l’appoggio italiano alle missioni imperialistiche occidentali e la politica di austerità da seguire nei confronti del bilancio dell’esercito nazionale. Per quanto riguarda il secondo aspetto, la strada che si è deciso intraprendere è ben chiara: una riduzione certa del personale, ad esempio con la diminuzione del numero di ufficiali.

Attestato ciò, però, resta da dimostrare che le politiche di restringimento del bilancio riguardino anche quelle voci di spesa che non fanno riferimento al capitale umano. In effetti, ultimamente il ministro della difesa ha ribadito la necessità di ridare impulso all’industria bellica, soprattutto dal punto di vista dell’innovazione tecnologica e di un migliore addestramento delle forze disponibili. Ciò, in realtà, sembra contraddire la pretesa volontà di ridimensionamento del settore. L’industria bellica gioca nelle realtà economiche imperialistiche moderne un ruolo da protagonista: non a caso, anche come tentativo di soluzione da mettere in campo nei confronti della recessione, si è spesso parlato di keynesismo miliatare, che si concretizza nei tentativi di dare slancio ai processi economici nazionali attraverso l’investimento pubblico nel settore produttivo bellico. Certamente più netta è la volontà di continuare ad appoggiare i tentativi imperialistici portati avanti dalla Nato.

Dal 1991, con la guerra del Golfo, l’Italia non ha mai rinunciato a rispettare le pretese militari statunitensi, assecondando ed appoggiando le guerre in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq e Libia. E proprio sulle ultime tre realtà qui citate verterà, probabilmente, l’impegno militare italiano nei prossimi tempi: la volontà sarà, quindi, quella di consolidare le conquiste effettuate in precedenza, rafforzando la struttura interna per continuare nella dominazione e procedendo alla liquidazione di quegli ostacoli che, ad esempio, sono oggi rappresentati dal tornare in vigore di forze integraliste in quei territori. In questo senso sono state indirizzati gli ultimi interventi del ministero della difesa, che ha parlato degli interessi nazionali in quanto interessi vitali e di sicurezza economica, garantire i quali vale a dire salvaguardare la possibilità di usufruire degli spazi e delle risorse comuni globali senza limitazioni. Da questo punto di vista, ad esempio, anche il possibile appoggio italiano futuro nella questione ucraina verrà certamente inquadrato come necessario alla protezione di un interesse nazionale di prima importanza come quello energetico.

Resta un punto da sciogliere, sul quale il ministro Pinotti non si è ancora schierato con decisione. Uno dei punti fondamentali intorno ai quali verteranno le politiche dell’Unione Europea dei prossimi anni è certamente quello dell’esercito comune continentale, in grado di rafforzare le pretese imperialistiche della comunità e, allo stesso tempo, in grado di poter rappresentare un punto di riferimento a livello internazionale non soltanto in subordinazione, ma anche in contrasto con quello statunitense. Già l’operazione Mare Nostrum e tutte quelle iniziative, come Frontex, che ruotano attorno alla questione dell’immigrazione, sembrano presagire che si vada verso un accordo che possa essere accettato dalle maggiori potenze europee. Ed è, questa dell’esercito comune, una questione che potrebbe anche rappresentare un ostacolo all’egemonia tedesca sul continente: senza l’appoggio di Francia ed Italia l’opzione di una politica militare comune si indebolisce notevolmente.