Poco tempo ormai che si sente parlare o confrontare la politica economica di un Paese, le scelte governative in campo finanziario e l’andamento complessivo monetario riferendosi e utilizzando tale termine, se non fosse che, lentamente ma inesorabilmente, esso da “benchmark” di riferimento per gli economisti ed analisti è stato adottato in toto dalla politica come mezzo di paragone per la propria condotta in campo economico, ossia (e in questo consiste il paradosso) da strumento tecnico a mezzo non solo di valutazione (dunque analitico), ma strettamente di consenso (quindi politico). Ovviamente, questo aspetto non può non passare inosservato specie per osservatori anche non strettamente interessati alla questione, poiché ciò pone un principale problema di fondo, ossia rileva – in tutta la sua manifesta evidenza – come l’ars disputandi (se così si può ancora chiamare la politica) abbia di fatto subordinato la propria natura e la propria funzione (senza necessariamente per forza richiamare l’esposizione aristotelica a riguardo, base da cui tutta la filosofia medievale ha preso spunto) ad uno strumento che svolge la sua funzione non sul campo consensuale od elettorale, bensì in termini di funzioni, algoritmi e valutazioni tecniche.

Tenendo in grande considerazioni, successivamente, gli sviluppi politici e le loro conseguenze che si sono verificate in Europa nell’arco del 2011 e precedenti (crisi dei paesi dell’Europa Mediterranea, Italia compresa), allora emerge già un quadro più marcato per poter giungere ad una seconda considerazione, ossia che esso è divenuto (nessuno potrebbe sostenere, addirittura, che sia “nato”) strumento per i paesi occidentali[1] per condurre una politica di “ristrutturazione” o di “affiancamento” per tutti quei restanti paesi la cui situazione economica non rispetti i canoni da loro prefissati.

Tuttavia, preme dire che una condotta di tal fatta può arrecare grossi benefici per un paese in seria crisi economica, ma – come in tutti gli aspetti della realtà – vi sono molteplici sfaccettature di una sola questione, e tutte tra loro più o meno coincidenti le une con le altre: spetta a ciascuno sapere scegliere quale adoperare per, soprattutto, raggiungere quali interessi e di qual fatta natura.

Ebbene, proprio in un aspetto così variegato, la condotta adottata dai Paesi “forti” esteri è stato proprio quella non solo del consenso[2], quanto piuttosto la precisa utilizzazione delle analisi tecniche economiche (si precisi, di per sé giuste) come arma battistrada per l’imposizione delle singole e proprie scelte di politica monetaria[3], dunque, con ampio beneficio del dubbio, si può ampiamente supporre[4] come esse siano un indiretto quanto subdolo strumento di azione politica per il conseguimento dei propri interessi.[5]

Il caso Italia

Guardando più da vicino, per quanto compete, l’esperienza e l’excursus avuto dall’Italia possono essere un buon esempio di quanto appena affermato[6]. Dopo la caduta del precedente governo Berlusconi, infatti, l’incipit del successivo governo Monti ha avuto un iter del tutto segnato (per non dire imposto) dal burocratismo europeo e dalle scelte comandate (per quanto, obiettivamente, in parte condivisibili a causa della triste situazione economica italiana) dai vertici dell’UE, sulle cui basi si è sviluppata una politica incentrata – ed ancor oggi così è – sui risultati dello spread dei titoli italiani nei confronti dell’omologo tedesco, una sorta di “spread-terapia”, la quale ha fatto registrare allo stesso governo apprezzabilità in tutta la Comunità (per non parlare del giudizio proveniente oltreoceano) e all’interno del paese stesso. Non solo, ma le successive misure e provvedimenti parlamentari sono stati condotti e studiati per ridurre il più possibile tale valore differenziale, per aiutare il Paese a riguadagnare la fiducia nei confronti dei mercati finanziari ed accrescere pertanto la propria credibilità. Dunque, aldilà di ogni constatazione politica o riflessione più o meno analitica, il dato di fatto emergente è che esso è divenuto una chiara arma – politicamente molto corretta, diplomaticamente inattaccabile e consensualmente molto apprezzata – per potersi introdurre nella sfera economica sovrana di un altro Paese ed orientare ogni scelta economica possibile, con strumenti più o meno lievi.

Tuttavia, non si può non considerare un ulteriore, finale aspetto, forse il più nascosto e perciò il più ambiguo e pericoloso: ogni riforma economica deve essere accompagnata, per risultare sostanziale e strutturale il più possibile, anche da circondanti riforme politiche e sociali, le quali sono e devono restare di competenza di ogni singolo Stato. Come nel “caso Ungheria”, è del tutto evidente come questo non accada, meglio, si è ormai giunti ad un livello in cui l’intromissione e l’ingerenza risultano così forti e profondi da dilagare in tutti i campi possibili, coinvolgendo e “ristrutturando” (per non dire sconvolgere o destrutturare) l’asset politico stesso di un intero Paese, con rischi politici (e conseguenze successive) di ampie proporzioni.

Prospettiva UE

Pertanto si può facilmente costatare come, per tramite di questa linea politica, i vertici a capo dell’Ue e della Bce (che dire infine dell’Fmi?) non esitino ad adoperare la linea del rigore[7] (molto spesso più del “rigorismo”) per “allineare” il Paese – effettivamente riscontrato in una posizione di seria crisi economica, dunque di mala gestione prolungata negli anni del debito e della finanze pubbliche da parte dell’amministrazione pubblica e della politica – all’interno di una sfera ben più marcata e profonda rispetto a quella prevista e delineata dai trattati europei, una sfera che quindi arrivi a decidere o a far decidere gli orientamenti politici in campi più o meno vasti ed ampi: in primis l’economia, in secundis tutto ciò che da essa può discendere, come provvedimenti di politica interna o soprattutto estera.

Con questo non si vuole certo affermare che lo spread, preso di per sé, possa essere l’unico strumento adoperato a tale scopo (in maniera diretta o indiretta): probabilmente il principale, esso in realtà è accompagnato da un’ampia schiera di fattori tecnici ed elementi analitici tutti utili allo scopo perseguito da parte dei vertici dell’Unione.
Dunque, da una prospettiva più allargata si può presumere che tali attacchi[8] da parte Ue e Bce (sempre coadiuvati, si ricordi, dall’Fmi), siano parte integrante di un disegno di “destrutturazione” maggiore, in maniera diretta od indiretta che sia, in nome e al grido del rigorismo e della serietà.


[1]  Si preferisce qui parlare di paesi occidentali, sebbene un equivalente discorso possa essere fatto per la situazione cinese, nella quale – se non ancora in termini maggiori – gli strumenti dell’economia sono adoperati in toto per verificare, o meglio ancora, controllare la condotta politica.

[2]  Questo, aspetto che più riguarda o può riguardare non tanto i paesi maggiormente più strutturati e forti economicamente, quanto invece quelli in aperta crisi, per i quali la ristrutturazione del debito (imposta dai burocrati dell’UE, quindi neanche per meriti politici propri, si sottolinei) è di fatto usata come strumento di aperto consenso.

[3]  La quale, all’interno dell’UE, è già di per sé ceduta, da parte di ogni singolo stato membro, alla Banca Centrale ed ai suoi organismi interni.

[4]  Anche se, semplicemente vedendo i tre mesi scorsi, tale supposizione diviene chiara realtà.

[5]  Affermare come essi possano essere individuali risulta del tutto facile, anche se, è ovvio, non si deve male intendere la questione: logico è che la migliorata situazione economica di un paese – specie quelli membri di una comunità come l’UE – favorisca e aiuti sul molteplici piani anche tutti gli altri paesi membri dell’Unione, in maniera diretta o indiretta.

[6]  Dati alla mano, lo spread con i titoli tedeschi è partito da quota 230 ad inizio agosto per raggiungere, nei periodi di massima crisi, quota 500 e oltre. Dopo il decreto “Salva – Italia” (ora L.214/2011) e le successive riforme, esso si è attestato a quota dapprima 290, ora 318, segnalando un enorme (sebbene non ancora sufficiente) passo in avanti in materia di riforme e ristrutturazione del debito da parte dell’Italia.

[7]  Presa di per sé, condivisibile in molti suoi punti per la sua chiarezza, precisione ed affidabilità.

[8]  Certo, non si vuole intendere che il grande lavoro soggiacente ogni intervento di ristrutturazione del debito o di salvataggio di un paese membro abbia di per sé natura malevola: bensì che risulta facile e molto comodo accompagnare ad un effettivo “sostegno” al paese (mediante prestito di ingentissime quantità di denaro) una sorta di “pretesa” a condurre le operazioni nel modo e nei termini espressamente indicati, riducendo così l’atto solidaristico ad una sorta di nuova conquista coloniale, al modello capitalistico a cui la società è ormai abituata impresso ed espresso nelle forme societarie di mercato, per cui il potere decisionale e la forza in capitolo traggono origine dall’ammontare del capitale sociale di cui si dispone.