La situazione in Siria si fa sempre più critica. Nella guerra civile ora entra anche Israele. L’Heyl Ha’Avir (aviazione dello stato ebraico) ha compiuto, nei giorni scorsi, almeno due raid contro obiettivi militari siriani. L’azione è stata duramente condannata dal governo del presidente Assad, che l’ha definita “una dichiarazione di guerra”. Per il ministro dell’informazione, Omran Al-Zoubi, “L’invasore israeliano ha compiuto una palese aggressione contro la Siria domenica 5 maggio sganciando missili contro una base militare siriana”. L’obiettivo dei raid erano probabilmente alcuni depositi di munizioni destinate, secondo quanto si apprende, ad essere inviate in Libano ad Hezbollah.

 Sembra che Israele si sia fatta beffa dei trattati internazionali ed abbia usato, nei raid, proiettili con uranio impoverito. La comunità internazionale, questa volta, ha reagito in maniera diversa dal solito condannando, se pur timidamente, l’attacco aereo. Il premier turco Erdogan,  nonostante negli ultimi mesi si sia riavvicinato ad Israele, ha stigmatizzato le violenze definendole “inaccettabili” ed ha auspicato un intervento delle Nazioni Unite. Ha usato parole dure anche il portavoce del ministro degli esteri cinese che, durante la visita del premier israeliano Netanyahu in Cina, ha ribadito la contrarietà di Pechino a qualsiasi uso della forza e ha pregato Tel-Aviv di astenersi in futuro da altre azioni militari. Gli Stati Uniti, sebbene avessero dichiarato di non essere stati informati dell’attacco, hanno giustificato i raid  definendoli in linea con il principio di autodifesa dello stato ebraico. L’unico governo che si è schierato in maniera dura contro Israele è stato quello iraniano. Il ministro degli esteri di Teheran ha invitato i paesi della regione “a levarsi con giudizio contro tale aggressione” ed ha accusato Israele “di voler creare disaccordo etnico e religioso tra i paesi Islamici”.

Da parte israeliana, per ora, non arrivano dichiarazioni. Dall’inizio della guerra civile siriana questo non è il primo attacco partito dallo stato ebraico, già nel gennaio scorso erano stati colpiti dai missili di Tsahal (esercito israeliano) due centri militari e un deposito di armi sempre, secondo fonti americane, dirette ad Hezbollah in Libano. I raid israeliani rappresentano una pericolosa violazione della sovranità territoriale della Siria e sono a tutti gli effetti atti più politici che militari. Le provocazioni di Israele non segnano però la sua entrata in guerra , anche se essendo ormai diventato questo un conflitto regionale, non è da escludere che si assisterà a nuovi interventi militari. Le preoccupazioni di Tel-Aviv sono rivolte più che altro al Libano, dove Hezbollah sta riarmando il suo arsenale pronta ad un secondo round con Israele dopo la devastante guerra del 2006 nella quale,  un po’ a sorpresa, a trionfare fu il “Partito di Dio” di Hassan Nasrallah. La Siria si è trasformata, insomma, in un grande teatro nel quale gli attori, da una parte i paesi occidentali e le petromonarchie del golfo, dall’altra il governo di Assad con Iran ed Hezbollah, fanno le prove generali per un conflitto regionale di più ampio respiro. Tuttavia gli Stati Uniti ed i suoi alleati europei non sembrano avere in mente una strategia chiara, mentre Israele sembra deciso nel suo obiettivo: destabilizzare l’islam sciita ,o comunque non sunnita,  per colpire l’Iran di Ahmadinejad. Al centro di questo vortice di scontro religioso-geopolitico è finita la Siria di Assad, da sempre un modello di integrazione religiosa e culturale, distrutta dagli interessi internazionali di cui è divenuta ,suo malgrado, vittima.