L’ultimo libro di Sand, “Come ho smesso di essere ebreo” è una testimonianza tragica realizzata da un ebreo israeliano moralmente risvegliatosi e resosi conto che la sua esistenza spirituale, culturale e politica sia contaminata dall’esclusivismo ebraico-centrico e alimentata dal razzismo etnocentrico. Shlomo Sand decide allora di “smettere di essere ebreo”, però, ci è veramente riuscito ?

Sand, come sappiamo tutti, è un meraviglioso scrittore, con molto spirito, innnovatore, poetico e fluido, la sua voce è personale, talvolta divertente, talvolta sarcastico e sempre veramente pessimista.

La scrittura di Sand è erudita, profonda, riflessiva, immaginosa. Tuttavia, la sua edurizione è quasi limitata al pensiero liberale francese ed alla teoria postmodernista. A tratti il risultato è deludente. “Come ho smesso di essere ebreo” è un testo “politicamente corretto”, saturato di interminabili messe in guardia per dissociare l’autore da qualunque affiliazione con qualcuno che potrebbe essere considerato come un nemico del potere ebraico, critico della politica identaria ebraica o un oppositore della storicità dominante dell’Olocausto.

“Non scrivo per gli antisemiti, li considero come totalmente ignoranti, come persone che soffrono di una malattia incurabile” (p,21), scrive l’autore che pretende essere umanista, universalista e lontano dall’esclusivismo ebraico. Tutto questo mi sembra molto ebraico. Quando si tratta dell’Olocausto, Sand utilizza la stessa tattica e riesce in un certo modo a perdere tutto spirito e maniera scientifica. I nazisti sono “bestie”, la loro arrampicata al potere metaforicamente descritta come una “bestia uscendo dalla sua tana”. Mi aspettavo che uno storico di primo piano ed ex ebreo avesse oltrepassato quelli cliché banali.

Sand scrive sulla politica identitaria ed è sensibile alla complessità dell’argomento. Afferma con forza che il nazionalismo sia “un’invenzione”, però, per una qualche ragione, attribuisce delle qualità giudiziarie all’identità ed alle politiche riguardate. Forse Sand non si rende conto che la politica identitaria sia una forma di identificazione – per rimpiazzare l’autenticità. Per esempio, il sionismo è nato per cercare di sostituire l’orientamento ebraico autentico ad un senso immaginario di appartenenza nazionale – l’identità israeliana è una collezione di significanti inculcati per far credere agli ebrei che abbiano un passato, un presente ed un futuro. L’identità è fondalmentamente un gioco di identificanti simbolici che evocano un sentimento di collettivismo. Se forate il vostro orecchio sinistro, diventate un membro del club, se sfoggiate un kefiah, diventate un militante della solidarietà, se riuscite a pronunciare qualche frase israeliana, potreste diventare un sionista. Tutte quelle identità mancano di profondità autentica.

Little Britain, una commedia della BBC, ci fornisce uno sguardo inestimabile su tutto questo. Daffyd Thomas (l’unico gay del villaggio) presenta una larga gamma di identificanti simbolici omosessuali senza essere mai impegnato in un rapporto sessuale. Così, Daffyd, benché identifiandosi – politicamente, socialmente e culturalmente – in quanto gay, si astiene dall’esperienza autentica elementare omosessuale.

Sand capisce che la politica identitaria ebraica sia vuota, però sembra non capire che tutte le politiche identitarie lo siano. Invece, il nazionalismo che egli disprezza di tutta evidenza – il legame con il suo suolo, il suo patrimonio la sua cultura la sua lingua, il suo paesaggio, la sua poesia – è veramente un’esperienza rigeneratrice. Benché il nazionalismo possa essere un’invenzione come Sand e certi altri lo sostengono, è tuttavia un’esperienza arricchente intrinsecamente autentica. Come lo sappiamo tutti, i sentimenti patriotici nazionali sono spesso suicidi – e c’è una ragione a questo – perché qualche volta, riescono ad integrare l’uomo, il suolo ed il sacrificio in uno stato di unificazione spirituale.

Su una nota più leggera, la lettura della scrittura poetica di Sand in ebraico è, secondo me, un ex ebreo ed ex israeliano, un’esperienza veramente autentica che mi avvicina alle mie radici, la mia terra dimenticata ed il suo paesaggio scolorito, la mia lingua materna o, dovrei semplicemente dire, al mio essere. Quello che mi collega alla prosa di Sand  non è « l’identità » o la politica, però piuttosto « l’israelità », quel discorso nazionalista concreto che ha maturato nella poesia ebraica, patriottismo, ideologia, gergo, un sogno ed una tragedia da seguire. In un certo senso, credo che la propensione per il pessimismo di Sand mette radice nel suo rendere conto di essersi fatto rubare, proprio lui, quell’israelità che era un tempo la sua casa.

Sand si rende conto che il viaggio sionista sia finito e che il “secolarismo israeliano” sia destinato al fallimento. Da un punto di vista etico e universale, Israele si trova in un vicolo cieco. Tuttavia, non riesce ancora a capire che Israele non sia che una parte del problema. Sempre più pensatori considerano ora Israele come un semplice sintomo della politica identitaria ebraica. Sempre più opinionisti prendono coscienza di un continuum tribale ed ideologico tra Israele, il sionismo, i cosidetti ebrei antisionisti e la sinistra in generale. Non è più un segreto per nessuno che, come i sionisti, gli ebrei “antisionisti” investano la maggior parte della loro energia politica per correre dietro ai cosidetti antisemiti, quelli che analizzano la politica israeliana e sionista nel contesto della cultura e delle filosofia ebraica.

Però, il risveglio morale è un processo lento invece di essere un cambiamento di prospettiva rapido ed è interessante di vedere come gli incontri di Sand con ebrei antisionisti l’hanno portato ad adottare la stessa critica di quella che esprimo in “L’errante chi?”

“Ce ne sono alcuni che si definiscono loro stessi come ebrei laici, tentano di protestare, sia collettivamente, sia da soli contro l’occupazione e la segregazione (israeliana). Capiscono, a giusto titolo, che quelle politiche minaccino di provocare dell’ebreofobia che potrebbe identificare tutti gli ebrei come una razza distinta e confondere ebrei e sionisti.”

Però, Sand prosegue : “Il loro desiderio di fare parte di un’identità etnica ebrea proprio non essendo capace di riempirla con un contenuto culturale positivo, rende la loro tattica, nel miglior caso, effimero, e nel peggiore, sostenendo indirettamente il senso del (ebreo) tribalismo.” (p.145)

Sand rivela chiaramente un elemento di disonesta intellettuale  inerente alla “sinistra” ebraica in generale e sionista in particolare. Egli prosegue : “Se quelli che si considerano ebrei malgrado il fatto che non siano mai andati in Israele, non sono familiari con la lingua (ebraico), stranieri dalla cultura (israeliana), insistano sul diritto di criticare Israele, I pro-sionisti non dovrebbero beneficiare di un privilegio unico (similare) per determinare il futuro di Israele?” (p.146). Sand ha ovviamente ragione su questo punto ma la sua posizione potrebbe essere spinta di più: se gli ebrei antisionisti godono di un privilegio dovuto alla loro origine etnica “unica”, affermano che Israele sia lo Stato ebreo e ne fanno anche il loro proprio Stato. Quando un gruppo di ebrei giusti criticano “in quanto ebrei” lo Stato ebreo ed in nome della loro ebreità, paradossalmente, affermano che Israele sia infatti lo Stato ebreo, affermando simultaneamente la loro propria “elezione” e privilegio in quanto ebrei.

Non è sorprendente che Sand sia impressionato dal contributo dei pensatori progressisti e radicali ebrei. Presenta una lista di pensatori ebrei che “hanno fatto uno sforzo per allontanarsi dall’eredità morale egocentrica (ebrea), per cercare di adottare una morale universale” (p.114). Sand menziona come nomi : Karl Marx, Trotsky, Rosa Luxemburg, Léon Blum, Noam Chomsky e qualche altro. “Più queste persone erano distanti dal patrimonio religioso, più le loro affinità erano vicine alla percezione umanistica ed alla volontà di cambiare le condizioni di vita di tutto il mondo piuttosto che le loro” (p.115).

Contriaramente a Sand, sono meno convinto della motivazione universalista pura dietro di quelli eroi progressisti del Tikkun Olan (riparazione del mondo). Contrariamente a Sand, sono convinto che il “progressismo” non sia altro che un prolungamento secolare dell’ ”elezione” ebrea tribale. Dopotutto, se lei è un “progressista”, un altra persona deve essere un “reazionario”. Altrimenti detto, il progressismo è in sé  un discroso intollerante non universale.

Allontanarsi dall’ebraicità per andare verso l’universalismo vero ed autentico può essere realizzato come l’apparizione di una sensibilità critica unica verso tutti gli aspetti possibili del funzionamento tribale ebreo. Un tale atto implica un certo odio di sé piuttosto che un semplice disprezzo per gli ebrei che vi circondano. Sand non è ancora a questo punto di presa di coscienza. Invece di odiarsi egli stesso, perfeziona il suo argomento contro I suoi vicini ebrei. Nella pratica, è ancora impegnato in un dibattito tribale interno.

La politica identitaria ebraica è un soggetto critico emergente e prendo un po’ di considerazione per un tale svolgimento. Due anni fa, il mio libro (L’errante chi?) è stato pubblicato e ha aperto il vaso di pandora. Sono andato all’assalto della politica identitaria in generale ma ho anche esposto la natura ingannevole che è intrinseca al pensiero ebreo di sinistra. Dopo la pubblicazione del libro, l’inferno si è scatenato, i sionisti, come I loro fratelli ebrei antisionisti hanno unito le loro forze in un tentativo disperato di bloccare il libro e di censurare I miei pensieri – però hanno fallito : il libro è diventato un best-seller, tradotto in numerose lingue  ed approvato da alcuni degli umanisti  ed universalisti più conosciuti. Ancora più importante, ha reso gli ebrei e la loro politica (e non solo Israele ed il sionismo) soggetto ad esame intellettuale e filosofico approfondito.

Qualche mese fa, Judith Betler ha cercato di soccorrere l’umanismo ebreo e l’identità progressista. Però, il suo testo,  Parting Ways – L’ebraicità e la critica del sionismo, era abbastanza problematico ed intellettualmente disonesto. Di conseguenza, non ha ricevuto nessuna notevole attenzione. Invece, traduce un mancanza evidente di pensiero umanista ed universalista al cuore del discorso della sinistra ebrea. L’ultimo libro di Sand è un altro tentativo di trattare l’argomento, però contrariamente a Butler, Sand merita tutta la nostra attenzione. Sand è un uomo in transizione (una qualità che condivido modestamente con lui). Sand è onesto, uno straordinario scrittore, familiare con la storicità ebraica e, benché si sbagli sicuramente su qualche punto, il suo testo ci da un cenno unico del autentico viaggio di un’anima ebrea pessimista sempre poetica alla ricerca di senso.

©proprietà de “L’Intellettuale Dissidente”

Fonte: gilad.co.uk