Parigi ha accolto sabato il nuovo leader del Cns. Dietro l’incontro si cela la volontà di ri-colonizzare la Siria

La storia di una nazione è un criterio imprescindibile per capire il comportamento odierno di un governo in materia di politica estera. Emblematico è il caso francese. Nel passato, la difesa a oltranza del Cattolicesimo nel periodo anteriore al 1789, la transizione rivoluzionaria che decretò la “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino” e il colonialismo post-rivoluzionario hanno in qualche modo legato direttamente o indirettamente la Francia con il resto del mondo. Da qui deriverebbe oggi l’impegno del Paese a doversi implicare nelle questioni extra-territoriali con la volontà di giocare un ruolo chiave nella scacchiera internazionale. Tuttavia da quando Nicolas Sarkozy ha reintegrato nel 2009 il Paese nella Nato legandosi a doppio filo con la Casa Bianca, il “Quai D’Orsay” – laboratorio della politica estera francese – ha prodotto una linea bellicista, neo-colonialista e filo-americana.

Dopo l’aggressione alla Libia orchestrata da Sarkò, il presidente “socialista” François Hollande utilizza gli stessi metodi del suo predecessore con la volontà di ri-colonizzare la Siria. Alle Nazioni Unite, il capo dell’Eliseo aveva chiesto che il Consiglio di Sicurezza concedesse un mandato per “amministrare le zone liberate dai ribelli”, sul modello del mandato conferito alla Francia dalla Società delle Nazioni dal 1923 al 1944 sull’insieme della Siria. Adottando la stessa logica diplomatica e politica, la Francia e il Consiglio di cooperazione del Golfo hanno riconosciuto la Coalizione nazionale siriana come “unico rappresentante legittimo del popolo siriano” chiamato a “costruire un governo provvisorio che presidierà la Repubblica Araba di Siria”, infine chiedendo all’Unione Europea di togliere l’embargo sulle armi in modo da “poter approvvigionare le zone liberate” (o meglio armare i ribelli legalmente dato che da più di un anno il passaggio di armi avviene in maniera illegale). Mentre le forze occidentali promuovano una strategia della prudenza finalizzata ad una progressiva destabilizzazione della Siria retta tutt’oggi da Bashar al Assad, François Hollande ha dichiarato più volte di voler accelerare i tempi sul riconoscimento della comunità internazionale della nuova Coalizione nazionale siriana (Cns) come “unico rappresentante del popolo siriano e come futuro governo provvisorio di una Siria democratica”.

Laurent Fabius, ministro degli Affari Esteri, ha messo le mani avanti invitando questo sabato all’Eliseo Sheikh Moaz al-Khatib, nominato una settimana fa nuovo presidente dell’opposizione filo-occidentale al governo di Damasco, il Cns (conosciuto anche come Consiglio di Istanbul perché lì è stato creato). Al Katib, uomo totalmente sconosciuto al grande pubblico internazionale è stato descritto dall’Eliseo come una figura morale senza legami partigiani o economici, ma in realtà oltre che essere un membro dei Fratelli Musulmani (ritenuto un movimento illegale in Siria dagli anni Ottanta a causa delle sue posizioni integraliste), è anche un dipendente della compagnia petrolifera Shell. Un giornale statunitense lo descrive come “un prodotto unico della sua cultura, come Aung San Suu Kyi in Birmania” (sic), mentre l’agenzia di stampa “France Presse” (Afp) scrive “nato nel 1960, lo sceicco Ahmad Moaz al-Khatib è un moderato religioso, un tempo imam della Moschea degli Omayyadi di Damasco, e non appartiene ad alcun partito politico”.

Pertanto il nuovo leader del Cns ha un passato legato a doppio filo sia con il Qatar che con l’apparato occidentale. Al Katib ha intrapreso numerosi viaggi all’estero, soprattutto nei Paesi Bassi, Regno Unito e Stati Uniti per infine stabilirsi a Doha. Nel 2004 è tornato in Siria come lobbista della Shell per l’aggiudicazione di concessioni su petrolio e gas, per poi ritornare a Damasco agli inizi del 2012, per istigare – grazia alla sua figura di imam – il quartiere di Douma (nel sobborgo di Damasco). Arrestato, poi graziato dal governo di Bashar al Assad, ha lasciato il Paese a luglio e si è stabilito al Cairo (cuore della Fratellanza). Da qui deriva infatti la sua vicinanza con la Confaternità e non è un caso che nel suo discorso inaugurale in Qatar si è detto a favore di una società multi-religiosa, mantenendo comunque un occhio di riguardo sul ripristino della “sharia” (legge islamica).

Fonte: Rinascita