È ufficiale: la Scozia resta nel Regno Unito. Al quesito «Should Scotland be an independent country?» il 55% dei votanti ha risposto «no», a fronte del 45% dei «sì». Lo spoglio è stato seguito per tutta la notte da migliaia di scozzesi in apprensione, riuniti nei pub rimasti aperti per l’occasione. Già dai primi dati – quelli delle contee più piccole e marginali – il «no» aveva confermato il trend pro-unionisti.

I dati

Di portata storica, il referendum ha spinto al voto l’81,4% dei 4,2 milioni di scozzesi registratisi. Il primo risultato a favore del «sì» è arrivato dopo lo scrutinio delle sette aree nel folleggio di Dundee, la “Yes City”, roccaforte indipendentista in cui l’assenso alla separazione dalla Gran Bretagna ha incassato un 57,35% contro il 42,65% del «no». Trionfo degli indipendentisti anche a Glasgow, la città più popolosa della Scozia, con un 53,5% contro 46,5%. Ma lo sforzo è stato vano. I risultati a Edimburgo, sede del Parlamento monocamerale scozzese, confermano il rifiuto all’indipendenza con uno schiacciante 61%. Il risultato finale va a favore degli unionisti in festa, con il 55% contro il 45% indipendentista.

Le dichiarazioni

Già in mattinata sono arrivate le prime dichiarazioni, tra microfoni e tweet. Il premier Cameron si è complimentato con Alistair Darling, uomo forte della campagna «Better Together». A risultati certi (ore 7, 8 in Italia), Cameron si è rivolto al Paese con un discorso ufficiale: «il popolo della Scozia ha parlato ed è un risultato chiaro. Hanno deciso di tenere la nostra nazione unita», ha dichiarato, «ora è tempo di stare uniti e andare avanti». Ha promesso poi più autonomia non solo per la Scozia, ma anche per il Galles e l’Irlanda del Nord. «Accettiamo democraticamente la sconfitta – ha chiarito Alex Salmond, leader del governo scozzese e capo dello Scottish National Party – La Scozia non sarà un Paese indipendente. Però questa partecipazione ha costituito un trionfo». Anche dagli indipendentisti un grande esempio di rispetto per le tradizioni democratiche del Regno Unito. Per il pomeriggio si attende il discorso della regina Elisabetta II, che avrà il compito di riconciliare le aspettative del Regno.

Le polemiche

Momenti di tensione si sono registrati a Clydebank, nella Scozia occidentale, dove un militante indipendentista è stato arrestato dopo aver assalito un consigliere laburista. Prima della fine degli spogli, la polizia ha segnalato una decina di voti doppi a Glasgow. Sulle due vicende, su cui arrivano notizie contrastanti, andrà fatta chiarezza.

Indipendentisti d’Europa

Tutti i partiti che in Europa fanno proprie istanze separatiste, autonomiste o indipendentiste attendevano il risultato del voto. In Catalogna, regione autonoma della Spagna orientale, è stato convocato per il 9 novembre un referendum giuridicamente irrilevante, che aumenterà le già forti frizioni con Madrid.In Italia, la Lega Nord ha supportato gli indipendentisti scozzesi. Il segretario del partito Salvini, arrivato in Scozia, ha lanciato un messaggio dalla sua pagina Facebook: «Banchieri, finanzieri, calciatori e quasi tutti i politici inglesi (insieme al PD in Italia) sono contro l’Indipendenza della Scozia, mentre i giovani sono a favore. Un altro buon motivo per tifare YES SCOTLAND!». In Sardegna, altra terra attraversata dalle tensioni indipendentiste – ancora di più dopo i recenti scandali legati alle servitù militari – il Partito Sardo d’Azione (uno dei più antichi partiti italiani, maggioritario tra gli autonomisti sardi) si è detto per il «sì», sottoscrivendo un documento dell’European Free Alliance che ricorda l’importanza del diritto all’autodeterminazione democratica dei popoli. Anche indipendentzia Repubrica de Sardigna di Gavino Sale e Sardigna Natzione di Bastianu Cumpostu avevano rivolto nei giorni scorsi messaggi di speranza agli scozzesi. Anche se la Scozia ha detto no all’indipendenza, il dado è tratto. Molte regioni d’Europa, dai nostrani veneti e sardi fino ai catalani, ai baschi e ai fiamminghi, spingeranno per un referendum sotto l’esempio della democrazia britannica. La questione dell’autodeterminazione dei popoli è sottile e delicata: la “balcanizzazione” di Stati deboli è un’occasione ghiotta per Paesi stranieri per esercitare dinamiche politiche di potenza. L’inserimento di interessi extranazionali nelle piaghe degli autonomismi può portare, insieme all’autodeterminazione dei popoli, anche frammentazioni di potere politico funzionali a interessi imperialistici. I casi della penisola balcanica e dell’Iraq parlano da sé.

Le Borse

Come dopo tutti i voti storici, si sondano le reazioni degli sciamanici mercati. A Milano, Piazza Affari è in rialzo dello 0,9%, così come gli altri mercati europei. Dopo la vittoria del «no», la Borsa di Tokyo ha incassato un +1,58%, sfiorando i massimi da novembre 2007. Nei giorni scorsi gli industriali e l’alta finanza britannica si erano impegnati nella campagna a fianco degli unionisti.

Avanti con la devolution

La vittoria degli unionisti avrà un doppio effetto: allontanerà per molto tempo eventuali repliche del referendum, ma costringerà il Regno a proseguire sulla strada del decentramento cominciata con l’allora premier Tony Blair, di origini scozzesi. La devolution sarà operata in materia fiscale, di spesa pubblica, di welfare, e gioverà non solo alla Scozia, ma anche al Galles e all’Irlanda del Nord. Cameron ha preannunciato l’istituzione di una commissione ad hoc, che secondo alcuni sarà guidata dal laburista Gordon Brown. Secondo le indiscrezioni, il Premier ha preferito farsi da parte nei giorni precedenti al voto, lasciando spazio a Brown, ex Primo Ministro, nella campagna per il «no». Una bozza legislativa per il decentramento è attesa per gennaio 2015, ma lo scontro parlamentare si preannuncia duro: i tre maggiori partiti (conservatori, laburisti, liberal-democratici) non sono d’accordo su quale dovrà essere l’oggetto della devolution. La bandiera dell’Union Jack è salva. Si è creduto a ragione che il «sì» fosse per la libertà, e a torto che il «no» fosse in favore della necessità. La Scozia ha scelto.