A patto di sbilanciarsi a favore di una visione meramente biologico-evoluzionistica dell’essere umano, per la quale questi abbia dunque con ogni altra bestia antenati e istinti comuni, si può affermare che la diffusa Formica fusca costituisca un più che valido oggetto di studio qualora, per professione o per diletto, ci si trovi nella necessità di ampliare le proprie conoscenze inerenti alle modalità e alle ragioni normalmente vincolanti le comuni relazioni societarie umane. 

L’evidente rapporto analogico sul quale si è appena focalizzata l’attenzione affonda solide radici nella relazione di assoluta somiglianza che la nota operosità della formica ha con il modus vivendi della stragrande maggioranza degli individui appartenenti alle più sviluppate delle società umane storicamente susseguitesi nelle ultime migliaia di anni. 

Di buon senso appare l’opinione, tra l’altro largamente diffusa tra gli antropologi, che le civiltà che più delle altre abbiano prosperato, solitamente inglobando o distruggendo in tale processo quelle a sé limitrofe, siano state contraddistinte, tra gli altri fattori, da una spiccata propensione allo sviluppo tecnologico; le innovazioni tecnico-scientifiche avrebbero trovato terreno estremamente fertile all’interno di quei gruppi umani che si fossero trovati in condizioni di difficoltà nel reperimento di risorse trofiche. 

 

a cura di Marco Acernese

Aggiungendo a quanto si è sinora sostenuto il fatto che la crescita tecnologica di una società, per essere conseguita, comporta, nell’arco degli anni e delle generazioni, uno sforzo lavorativo superiore a quello strettamente necessario per il sostentamento fisico dei suoi membri, sembrerebbe ovvia, nonché coerente con l’attuale stato delle cose, la conclusione che società sufficientemente grandi e che abbiano a disposizione risorse limitate debbano necessariamente basare la propria esistenza sul lavoro. 

L’ingranaggio deduttivo sin qui messo a punto appare tuttavia incepparsi dinanzi alla seguente considerazione: tra le varie implicazioni di uno sviluppo tecnico c’è, in maniera inevitabile, l’ideazione di meccanismi automatici per la produzione dei vari beni. E’ un dato di fatto, inoltre, che la perizia nella costruzione di utensili e nell’ideazione di processi produttivi sempre più efficienti sia cresciuta nelle ultime centinaia di anni, passando per le varie Rivoluzioni Industriali, molto più di quanto sia aumentato il fabbisogno di beni primari da parte della società. 

Sorprende quindi il fatto che, stanti tali premesse e implicando queste, secondo logica, una diminuzione costante del carico lavorativo quotidiano umano grazie all’aumento di quello della macchina, le ore di lavoro al giorno pro capite siano oggi mediamente superiori in numero rispetto a quelle relative al periodo preistorico, in cui l’uomo dedicava alla caccia non più di 3-4 ore al giorno. Da notare è ancora che non solo, oggi, a essere fondate sul lavoro sono quelle nazioni, tra cui l’Italia, che, pur rivendicando fortemente tali fondamenta, assicurano ai propri cittadini sacrosanti diritti assistenziali; lo sono anche quegli Stati i quali, ora per la malafede della propria classe dirigente, ora per quella delle politiche di Paesi economicamente o militarmente più potenti, fanno della fatica quotidiana della maggioranza dei propri membri l’esclusivo mezzo di sostentamento di cui questi ultimi possano, loro malgrado, avvantaggiarsi. 

Esiste tuttavia un soggetto esente dal sottoporsi agli estenuanti turni lavorativi sin qui discussi: si tratta una certa élite dirigenziale che concentra nelle proprie mani il potere mediatico e quello economico necessari ad influenzare lo stile di vita e la forma mentis della restante parte di popolazione. 

Se infatti gli abitanti dei Paesi che devono ancora completare un processo che porti alla piena tutela dei diritti umani sono costretti, affinché, ad esempio, non cadano nella denutrizione o perdano il vantaggio dell’assistenza sanitaria, a porre il lavoro al primo posto nella classifica dei propri interessi, i cittadini dell’Occidente sviluppato sono invece, generalmente, ben lieti di inchinarsi alle imposizioni del moderno sistema capitalistico, il quale bastona con intense e stressanti sedute di lavoro, illudendo con la conseguente ricompensa costituita da salari tali da consentire l’acquisto di questo o quel futile prodotto, presentato dalla macchina da guerra pubblicitaria come indispensabile per il raggiungimento di uno stato di realizzazione personale. Tanto ci si è inoltrati oltre il confine che dalla ragione separa la follia, che si è disposti ad offrire, anche nello svolgere compiti sgraditi, il proprio tempo e il proprio impegno in maniera gratuita, qualora ciò possa contribuire ad aumentare la probabilità di far carriera e di ricoprire dunque ruoli rispettati dal contesto sociale in cui si vive.

Si conclude che i moderni agglomerati umani, qualora non affetti da forme di schiavitù nelle loro declinazioni più palesi, siano società costruite ad arte su un vacuo Cursus honorum, il quale, come una trappola, fa sì che nella sua scalata si concentrino le forze della gente che, altrimenti, sarebbero state naturalmente destinate al raggiungimento di felicità e virtù.

Urge, tramite uno sforzo collettivo di originalità intellettuale, porsi al di fuori delle logiche sociali sin qui esposte e tentare l’istituzione di un sistema in cui si lavori singolarmente di meno. Ciò è possibile riformulando le regole del capitalismo consumistico in modo tale da orientare la produzione verso beni primari oppure necessari ad un reale sviluppo intellettuale; si favorirebbe inoltre, così facendo, la piena occupazione della popolazione.
E’ necessario, ancora, allontanarsi dalle imposte volontà arrivistiche e concentrarsi, piuttosto che su quella sociale, su una metaforica scalata del monte delle muse (c.d. Gradus ad Parnassum), affinché, tramite autonome azioni tese al raggiungimento della virtù personale, si arrivi al costituire una società giusta e felice.