Nel mondo cattolico gli Stati Uniti, terzi al mondo per numero di fedeli alla Chiesa di Roma, sono uno stato ammirato e disprezzato. Ammirato da chi lo ritiene esempio di pluralismo religioso, difesa dei “diritti umani”, avanguardia dell’identità cristiana (nella sua declinazione neoconservatrice) contro la barbarie islamico-quaedista; disprezzato da chi lo considera una piovra le cui spire, nel sistema a trazione unipolare, soffocano i popoli nella mondializzazione, nel multiculturalismo, nel relativismo e nella corruzione morale. Preso atto della eccessiva polarità delle due posizioni, per un giudizio ponderato è necessario però conoscere chi sono, quanti e quale potere hanno i cattolici nel paese a stelle e strisce.

Gli Stati Uniti, differentemente dalle nazioni fondanti la propria identità su una storia e una cultura comuni, hanno come collante niente altro che una ideologia – in questo simili solo all’Unione Sovietica – o un credo sintetizzabile in cinque principi: liberty, egalitarianism, individualism, populism, laissezfaire . Dalla guerra d’indipendenza sono stati espressione di un’idea messianica fortemente protestante, un paradigma ideologico secondo cui il popolo statunitense, primo tra le nazioni, è depositario di una missione universale legata alla salvezza del mondo: loro compito è imprimere il senso alla storia e delinearne il destino. Seguendo la nota formula di Tocqueville, possiamo affermare che «l’intero destino dell’America è contenuto nel primo puritano che vi sbarcò». Il nucleo religioso dei primi colonizzatori inglesi della parte settentrionale del continente fu infatti eterogeneo per confessione, ma quasi totalmente protestante.

Le colonie inglesi ebbero da una parte origine come concessioni donate dalla monarchia, come quella che la Compagnia della Virginia ricevette nel 1606, consistente nel permesso di fondare nuove colonie tra il 34° e il 45° parallelo, dall’altra come iniziative di gruppi religiosi in fuga dall’Europa delle guerre di religione, in particolare dall’Inghilterra del ‘600. I celebri Padri Pellegrini erano puritani stabilitisi nella zona del Connecticut e del Massachussets, dove nel 1630 fondarono Boston. Delle dodici iniziali colonie britanniche, un’altra fu fondata nel 1681 dal quacchero William Penn, che scelse la Pennsylvania come luogo di raccolta per i correligionari. Per tutto il XVII secolo le colonie inglesi furono centro di incontro per livellatori, battisti, quaccheri, ranters, seekers, puritani e antipapisti vari.

I suddetti movimenti sono accomunati da una propria interpretazione dell’Apocalisse di Giovanni e da una visione messianica secondo cui la propria terra, la nuova Israele, incarna il concetto dicotomico del Bene opposto al Male; ciò non può non rimandarci al carattere delle c.d. missioni di pace (“esportatrici di democrazia, diritti, uguaglianza”) e all’opposto Asse del Male (che comprenderebbe, nella formulazione originaria data da George W. Bush, Corea del Nord, Iran e Iraq, ai quali possiamo aggiungere vari stati tra i quali Siria, Cuba, Bolivia, Venezuela) . È palese che uno statunitense, interrogato, non definirebbe il suo paese regno di Cristo o nuova Israele, ma affermerebbe senza alcun dubbio che esso è il migliore al mondo, portatore di civiltà al resto del globo, e  parlerebbe degli americani come «individui onesti e morali che istintivamente supportano politiche nobili nelle relazioni con altre nazioni» . La stessa convinzione di essere eccezionali è stata ribadita dal Presidente in un recente discorso: «questo è ciò che rende l’America speciale. Questo è ciò che ci rende eccezionali. Con umiltà, ma con convinzione, non dobbiamo mai perdere di vista questa essenziale verità» .

Ora, quanta importanza hanno i cattolici in uno stato sorto da una commistione di ideologia e protestantesimo? A prima vista, poca: nella lista dei presidenti v’è solo un dichiarato cattolico, John F. Kennedy. Ad una analisi più accurata, molta.

Nel periodo che va dalla colonizzazione del territorio nordamericano alla guerra di indipendenza, la percentuale dei cattolici sul totale della popolazione era bassa (2% circa). Allo stato attuale, che è rimasto pressoché invariato da cinquanta anni a questa parte, i Roman-Catholics rappresentano il 25% dei 313 milioni di abitanti degli Stati Uniti . La crescita esponenziale che ha rafforzato la comunità cattolica si deve all’immigrazione di sudamericani ed europei, perlopiù dall’Irlanda, dall’Italia e dalla Germania. Nell’arco di un secolo, tra il 1820 e il 1920, dal Vecchio Continente a quello nuovo emigrarono 4.400.000 irlandesi, 4.190.000 italiani, 5.500.000 tedeschi e 3.700.000 austro-ungarici.

Le percentuali di fedeli alla Chiesa Universale sono elevate in alcuni stati della federazione, quali Pennsylvania (53%), Massachusetts (44%), California (37%), New York (36%), generalmente considerati luoghi vicini ai centri di potere. Legate al Vaticano sono 244 Università, centri di eccellenza per insegnamento e ricerca; noti grazie al loro prestigio sono gli atenei di Boston, Georgetown, Holy Cross, Notre Dame e altri della Catholic Ivy League. In merito all’istruzione, fondamentale è il ruolo dei gesuiti, tra i cui banchi sono passati  dal battista Bill Clinton allo speaker della Camera John Boehner.

Ma è nella politica che la presenza dei cattolici si palesa. Molti di loro ricoprono ruoli di rilievo: il vicepresidente Joe Biden, il segretario di Stato John Kerry, il consigliere per la sicurezza nazionale, i governatori degli stati chiave (New York e California), il direttore della Cia (suoi ultimi tre predecessori compresi) e pezzi grossi tra repubblicani (si pensi alle ultime primarie: i cattolici Rick Santorum e Newt Gingrich contro il mormone Mitt Romney) e democratici. Fedeli alla Chiesa di Roma sono anche il capo di gabinetto McDonough e il consigliere per la sicurezza interna Lisa Monaco. Si contano Roman-Catholics soprattutto tra le fila delle Forze Armate, dell’Intelligence, della Giustizia (sei giudici su nove della Corte suprema), degli imprenditori e degli industriali (emblematico è il gruppo d’affari Legatus).

In definitiva, sebbene silenziosa, la loro presenza nei centri di potere è evidente: quattro delle cinque più alte cariche degli Stati Uniti sono ricoperte da  cattolici. Una forza pacata, una generazione formatasi sui testi di Jean Bethke Elshtain e Robert George. Forza che non riesce però a dare una decisa spinta cattolica all’indirizzo politico. Nonostante la radice della “Chiesa del sì”, in opposizione ai cedimenti postconciliari di adattamento alla modernità, abbia un’origine yankee  (il cardinale Timothy Dolan ha, in questo, anticipato la formulazione data dal Santo Padre ), i Roman-Catholics, in particolare i conservatori, da una parte non riescono a liberarsi di quell’American exceptionalism dal carattere messianico, settario, protestante – e dunque anticattolico – di cui sopra, dall’altra soffrono l’estrema fluidità e pragmaticità dell’elettorato di riferimento, quello stesso “voto cattolico” che ha premiato Obama alle elezioni presidenziali del 2008.

C’è una doppiezza nel cattolicesimo statunitense. Mentre la Chiesa si smarcava rispetto alle guerre di Bush ed entrava in contrasto con la politica di Clinton sulla bioetica e sulla morale, affermando la linea etica già espressa nelle encicliche Veritatis splendor (1993) ed Evangelium vitae (1995), i fedeli in patria esprimevano la loro con timidezza. La stessa timidezza che è venuta fuori nei confronti delle politiche dell’amministrazione Obama. Quest’ultima ha tentato, nell’ambito delle riforme dell’Health and Human nel 2012, di imporre l’obbligo agli ospedali cattolici di copertura assicurativa ai propri dipendenti su contraccezione, aborto, sterilizzazione. Le voci levatesi contro non hanno richiamato principi cristiani (come la legge naturale di tomistica memoria, che pure ha avuto una sua rielaborazione in chiave liberale moderna), ma quelli della Costituzione (libertà religiosa e di coscienza): citando la dichiarazione dei vescovi USA, la loro battaglia «non è repubblicana né democratica, non conservatrice né liberal, è semplicemente americana». Lo stesso discorso vale per matrimonio omosessuale e difesa della “libertà di istruzione”. Non affermano la Verità dei valori universali della Chiesa, ma – fermi in un angolo, forse inconsapevoli del potere che possiedono – si affidano ai valori espressi nella Carta. Insomma: gli yankee cattolici sono tanti, forti e trasversali, ma si confermano perlopiù la solita solfa liberale.