Nell’assordante silenzio dei media italiani si è conclusa venerdì la Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile, meglio nota come Rio+20. Le aspettative della vigilia erano alte, la sfida ambiziosa: cercare una strada il più possibile condivisa per liberare due miliardi di persone dallo stato di povertà, preservando gli equilibri ecologici del pianeta. Ogni volta che i governi si riuniscono per discutere la crisi ambientale ci dicono che è il vertice dell’ultima spiaggia, l’incontro da cui dipende il futuro del mondo, e che dopo tanti fallimenti la luce della ragione illuminerà il pianeta. Sono tutte balle, e lo sappiamo. Ma speriamo lo stesso, per poi assistere a 190 paesi che discutono per tutta la notte sull’uso del congiuntivo nel paragrafo 286. Sappiamo che alla fine del vertice il segretario dell’Onu spiegherà in moltissime lingue che le questioni ancora in sospeso (cioè tutte) saranno affrontate nel prossimo summit. Vista l’assenza del venezuelano Hugo Chávez, il presidente più polemico finora è stato – ça va sans dire – l’iraniano Mahmud Ahmadinejad che nel suo discorso ha chiesto cambiamenti radicali in nome “del Dio unico”, ha proposto di istituzionalizzare “la giustizia e la  compassione” al posto dell’“invidia e dell’egoismo” e, dulcis in fundo, ha attaccato l’Occidente “colonialista” ed “affamatore” (durante il  suo intervento, assai applaudito, il rappresentante di Israele ha  lasciato l’aula mentre, a discorso finito, un pannello di presidenti  “emergenti” ha circondato Ahmadinejad per complimentarsi con lui che, poco prima, aveva chiesto udienza a Dilma per un incontro bilaterale).

Il vertice di Rio+20 è solo l’ombra dell’incontro vivace e ottimista di vent’anni fa. Nel 1992 i leader mondiali riuniti nella città brasiliana ci dissero nel 2012 i problemi ambientali del pianeta sarebbero stati risolti. Invece abbiamo assistito a una sequela d’incontri, che probabilmente continueranno finché i delegati saranno sommersi dalle acque. La biosfera che i leader mondiali promisero di proteggere nel 1992 è in condizioni molto peggiori ci vent’anni fa. Non è il momento di dire che hanno fallito? I summit e le banche falliscono per lo stesso motivo. I sistemi politici che dovrebbero rappresentare tutta la popolazione creano governi di milionari, finanziati e manovrati da miliardari. Gli ultimi vent’anni sono stati un banchetto per ricchi. Chiedere dunque a questi governi di proteggere la biosfera e difendere i poveri è come chiedere ad un leone di mangiare solo minestroni. La crisi ambientale non può essere affrontata dagli emissari dei miliardari. Va cambiato il sistema. La lotta per proteggere la biosfera è quindi uguale a quelle per la ridistribuzione, per la tutela dei diritti dei lavoratori e per lo stato sociale.

I grandi movimenti sociali del diciannovesimo e del ventesimo secolo sono però spariti, e hanno lasciato un vuoto. Senza i movimenti di massa e senza il confronto necessario a rivitalizzare la democrazia, la politica perde il valore. Bisogna ritenere fondamentale il fatto che il punto di vista ecologico conduce ad interpretare ogni relazione sociale, psicologica, naturale, in termini non gerarchici. Per l’ecologia non si può comprendere la natura se ci si pone da un punto di vista gerarchico.