Da sempre l’uomo ha sentito la dolorosa necessità di abbandonare la propria terra in cerca di un futuro migliore a causa di povertà, carestie e guerre. Ma mai come in questa epoca storica l’immigrazione aveva raggiunto una tale portata né aveva rappresentato un vero e proprio problema per i Paesi occidentali. Di problema si parla non perché si considera l’immigrazione un fatto negativo, anzi perché il fenomeno ha assunto forme e dimensioni che hanno reso difficile, a tratti impossibile, la sua gestione. Molto spesso l’approccio al problema dell’immigrazione è ridotto in termini di “essere contrari o meno” a tale fenomeno. Una dicotomia di pensiero che, oltre ad essere limitativa, è errata. Prima di tutto perché il fenomeno dell’immigrazione non si può arrestare. Si tratta di un evento storico che bisogna affrontare sapendo che non si può vincere. Si può regolare, arginare e gestire, ma non può essere fermato.

La spiegazione di tutto questo sta alla radice del problema. Già Giovanni Paolo II aveva affermato che il primo diritto di un migrante è quello di vivere in pace e in prosperità nella propria patria. Un diritto che le potenze occidentali hanno negato per tutto il periodo della colonizzazione e che oggi continuano a negare attraverso nuovi tipi di dominio. Le guerre umanitarie, la vocazione ed il fardello dell’ esportazione della democrazia, l’occupazione militare dei territori e il rovesciamento dei governi vigenti in favore di governi filoccidentali, hanno contribuito da una parte al peggioramento delle condizioni di vita nei Paesi del Nord Africa, dall’altra hanno incrementato il numero dei migranti. Tanto per cambiare, il problema si affronta sulla scia dell’ignoranza e del moralismo. L’ignorante chiuderebbe le frontiere, il moralista stenderebbe un tappeto rosso sul mare. Manca una visione che sia politicamente intelligente, culturalmente aperta, socialmente prudente e innanzitutto umanitaria. Si, perché di uomini si parla, e non solo. Tra le vittime inghiottite dal Mediterraneo, o riconsegnate dalle alle coste prive di vita, vi sono anche donne e bambini. Chiudere le frontiere significherebbe divenire insensibili al grido di dolore che si leva al di là del mare nostrum. Allo stesso modo, lasciare che i flussi migratori dilaghino indisturbati rappresenterebbe una soluzione apparente al problema, che andrebbe invece a creare fratture sociali, economiche ed umane insanabili. In una situazione di crisi, di miseria e competizione non può nascere un rapporto sano tra le varie culture.

Dietro il buonismo occidentale, che accoglierebbe tutti a braccia aperte e senza etichette come “clandestino” o “regolare”, si cela la radice e la soluzione del problema. Interrompere il commercio e la vendita di armi ai Paesi africani e asiatici tormentati dalla guerra, cancellare i debiti che schiacciano le economie dei Paesi in via di sviluppo, estirpare ogni forma di dominio culturale ed economico dai Paesi più poveri, sospendere le false missioni umanitarie e lasciare che in ogni Paese si sviluppi autonomamente la forma di governo più giusta nei tempi necessari, certamente sarebbe un passo avanti verso la creazione di una serie di condizioni basilari ad un’esistenza degna a pacifica.

Una questione interessante è quella relativa all’operazione Mare Nostrum, partita il 14 ottobre del 2013 su iniziativa del ministro Angelino Alfano. L’obiettivo è portare a termine una missione militare umanitaria volta al recupero e al salvataggio dei migranti dispersi nel Mediterraneo. Come ha sottolineato lo stesso ministro, l’operazione non può andare avanti. L’Italia infatti, è stata lasciata sola ad affrontare un fenomeno che tocca tutti i Paesi dell’Unione, poiché le coste italiane rappresentano la porta d’ingresso del continente europeo. Ancora una volta è manifesta la cecità e l’ipocrisia di una cultura, quella occidentale, aperta a ciò con cui non è pronta a relazionarsi.