Parte I

Parte II

Non si intravvede, d’altro canto, la possibilità di una tecnologia che anziché essere arma della Tecno-crazìa, sia riformisticamente idonea “a far apparire le cose” celate negli elementi, in pro di tutti, e –nell’ambito delle possibilità di ricerca per una migliore qualità della vita quotidiana- rispettosa assolutamente degli equilibri naturali, ambientali, pur nella necessità d’usare quanto basta (e non oltre) per la dignitosa sopravvivenza dei consorzi umani. L’auspicio, in tal senso, va dunque in direzione di una simile tecno-logìa perequativa, riformista, non consumistica, in accordo con le forze elementari della Natura.  Il problema è che la tecnologia (positiva), ha deviato dalla sua strada diritta, imboccando il pericoloso sentiero del tecno-cratismo, dando luogo ad una nuova pericolosa razza di tiranni, i Tecnocrati (la Tecno-crazia: negativa).

Tutta la libertà dell’uomo è -al presente- permessa solo al fine della libera spesa, del consumo senza freni. Più esattamente, il concetto stesso di libertà- che le esperienze delle dittature storiche hanno dimostrato di saper “chiaramente” cancellare- oggi è conculcato unicamente come libertà di consumi- Il capitalismo, che fa della c.d. democrazia il terreno ideale per affermare la sua volontà, dice che sono libere quelle società dove è assicurata la più vasta possibilità di consumi (i popoli inani ed imbelli non comprendono che per consumare sempre di più, si giunge ad acquistare il superfluo; non ci si accorge che per consumare occorre spendere denaro in quantità che non si possiede e che, la spinta al consumo, per la maggior parte dei popoli si tramuta in creazione od aumento del debito). Se il maggior o minor grado di libertà di un individuo o di un popolo, è in rapporto alla capacità di spesa; se il valore di questa libertà (la libertà vera ed assoluta è propria solo degli Esseri spiritualizzati, che vivono al di là del condizionato, del pèras) è dato dal denaro circolante, allora sono false e la democrazia d’oggigiorno e la pretesa libertà degli individui. Poiché la corsa al possesso illimitato di beni spesso si traduce in sopraffazione dell’uomo sull’uomo, quindi in una contrazione dell’altrui libertà di agire, pensare e vivere, che è sempre da tutelare in via di principio.

La logica di questo mondo in costruzione mercé la nuova dittatura democratica del capitale è il lavoro inteso unicamente come fonte di produzione e di accumulo. In luogo di una tecnologia riformista, si è imposta l’assolutismo di mercato, del tecnologismo usa e getta, a tutto vantaggio del supermercato.

 A che cosa serve la libertà? L’espressione di Lenin, trasferita nell’attuale momento storico diventa illuminante quando si comprende la semplicità terribile della logica del capitalismo tecnocratico, che riassumiamo:

a) Aumentare la tecnologia del lavoro per ottenere un aumento illimitato del prodotto, sempre uguale a se stesso, non connotato da alcuna caratteristica qualificante ma solo dalla quantità. La conseguenza è l’immissione sul mercato di un prodotto di scarsa qualità, riproducibile ovunque, non identificabile per specificità, venduto a prezzo tale da essere comprato e ricomprato con facilità.

b) La mancanza di qualità del prodotto fa sì che questo si guasti facilmente. I pezzi di ricambio non sono fabbricati né venduti -in molti casi- coscientemente, per costringere a ricomprare il prodotto nuovamente e per intero, aumentando così la tendenza al facile consumo.

c) A causa dei continui acquisti, facilitati dalla “convenienza del prezzo”, aumenta la spesa e l’indebitamento.

d) La produzione globalizzata ed anonima, onde mantenere i costi accessibili, per aumentare il consumo ed il debito del compratore, fabbrica il suo prodotto servendosi di manodopera a bassissimo costo, cioè nei paesi estremo – orientali, o nordafricani o dell’America c.d. Latina, pagando quei lavoratori miseramente, poi rivendendo il prodotto nei paesi capitalisti, a prezzi di mercato “occidentale”, guadagnando enormemente sulle miserie e le fatiche di “uomini” che lavorano ai margini della schiavitù.

e) Chi controlla le tecnologie, controlla la politica economica, può imporre dove e come indirizzare le scelte di consumo e le scelte di opinioni. La medesima tecnologia si serve dei mezzi di opinione per imporre e modificare le opinioni o addirittura “fabbricare” la pubblica opinione, indirizzandola sub- liminalmente verso una scelta piuttosto che verso un’altra. Quando l’individuo non sarà –poi- più capace di scelte personali, né a livello quotidiano, né a livello mentale, è pronto per la dittatura dell’economia procurata dalla politica tecnocratica.

All’attenzione dell’osservatore si pone, dunque, il problema della libertà dell’uomo, che risulta assai contratta dal quadro della società odierna. In “Sein und Zeit” Heidegger fa intendere a chiare lettere che la cultura occidentale moderna ha dimenticato il significato di “Essere”, il quale “Essere” sembra –d’altra parte- frammentarsi in ciò che Husserl chiamava “l’Ontologia regionale “ delle scienze. Un “Essere” che la cosiddetta oggettività scientifica minimizza, nel processo di notomizzazione di laboratorio. Tale riluttività apporta conseguenze nefaste per i singoli come per i popoli: l’uomo e le comunità non sono riconducibili e parcellizzabili alla pseudo – logica del determinismo mercantilistico del positivismo scientifico il quale, pretende di spiegare le facoltà mentali ed i sentimenti, alla stregua di una risultante del meccanicistico combinarsi di elementi fisio-bio-chimici. Il presupposto positivista conduce ad una utilizzazione anti-umana della tecnologia (come l’applicazione e la simbiosi con l’economia mondializzata continuamente dimostra). Tuttavia, fra gli epigoni del Positivismo del XX secolo, neopositivisti e neoempiristi, inquadrano la scienza in uno schema di possibile dialogo etico-politico, come nel caso di Karl Popper. Sulle medesime posizioni critiche verso la degenerazione della tecnologia e la sua deriva politica tecnocratica (governi e sistemi di economia globale ed ipertecnologici, in cui i due termini di consumismo caldeggiato, cioè imposto, e tecnologie “c.d. competitive”, sono le edulcorate armi della Plutocrazia Internazionale per imporre una sorta di neo-dittatura di cui ben pochi si rendono conto), di Heidegger e Bernanos, è attestata la stessa “Scuola di Francoforte”. Adorno evidenzia, in “L’organizzazione totale”, come il razionalismo tecnologico possa preludere al totalitarismo politico.

Dando uno sguardo alle odierne democrazie, non si può certo dar torto ad Adorno. Il cosiddetto Occidente democratico rincorre il più coinvolgente, avvolgente e totalizzante tenocratismo. Si creano I Ministeri per l’innovazione tecnologica e, contestualmente, è raccomandato un nuovo modello di pubblica istruzione che dia priorità all’informatica, ad internet, alla lingua inglese (che da gran pezza ha cessato di esprimere l’ermetico genio di Shakespeare per divenire la lingua di ogni peggiore mondialismo): cioè a quegli strumenti di internazionalizzazione mercantilistica con i quali il Sistema mondiale delle multinazionali esercita il suo dominio e lo sfruttamento dell’uomo. Nell’espansione illimitata del tecnocratismo , dove si abbracciano – nel pensiero leninista- il capitalismo ed il comunismo realizzando l’unica possibile internazionalizzazione del concetto bolscevico dell’uomo-massa, buono solo a produrre, a servire acriticamente il suo padrone, a ri-prodursi, non c’è spazio per l’evoluzione mentale, per la crescita spirituale, per l’Essere. Nasce la società orwelliana, vigilata dall’enorme occhio invasivo del Grande Fratello. Per quanto Vattimo abbia ragione nel sostenere che, diventando tecnologia delle comunicazioni, la tecnologia offra una immagine molteplice del mondo e -pertanto- rechi in sé l’antidoto alla sua velenosità (poiché difficilmente si prende sul serio l’informazione fornita dalla stessa), non si può non constatare che proprio la “tecnologia dell’informazione”, assolutamente incontrollabile, grazie alla “Rete” internazionale, lungi dall’essere solo un positivo strumento per conoscersi e scambiare opinioni a distanza, diventa lo strumento preferito dell’Internazionalismo Capitalista per il controllo politico su individui e popoli. Ogni pensiero scambiato in rete è captato e conservato da chi la Rete governa è può essere usato da chi è padrone della tecnica, secondo proprio piacere e convenienza.

 Quanto la tecnologia possa deformare i concetti di libertà e di valore nell’uomo, come il tecnocratismo possa coercire la libertà dell’individuo, è il pensiero ricorrente nei pensatori che abbiamo ricordato. Che poi, in termini di filosofia politica –cioè di riconoscimenti di valori umani per l’edificazione di un certo tipo di società in luogo di un’altra- la società tecnocratica sia stata partorita dall’abbraccio fra capitalismo e bolscevismo, è un dato sempre più dimostrato e dimostrabile: la dicotomìa dei termini è soltanto uno specchietto per allodole. La crisi del globalismo economico e delle società tecnocratiche diffuse, mondializzate, che in questi mesi l’umanità sta vivendo, si è tradotta in crisi di valori. E non da adesso. Quella Natura che l’ermetismo italico considera quale Dea eternamente dispensatrice di vita, pur nelle trasformazioni delle forme e nell’eterno ritorno dei cicli; quella natura che il pitagorismo invitava ad onorare e di cui celebrava i Misteri, la Natura amata da Hoelderlin che ne aveva intuito la legge della morte come origine di una perpetua giovinezza, per il tecnocratismo è concettualmente solo un bene da sfruttare, facendole violenza con macchine che le squarciano i fianchi, ne prosciugano gli umori, rivoltando la sua essenza con la più assoluta indifferenza verso la vita che la anima. Nelle civiltà antichissime, la Natura e le sue leggi, adattate alle singole mentalità dei singoli popoli storici, hanno forgiato tipi umani i quali hanno concorso ad edificare ordini di valori intorno a ciò che era fas o nefas, concesso o vietato, sulla base di regole sacralizzate dalla stessa essenza delle leggi universali intuite dalle menti più evolute. Tale Essenza dell’antichità ha costituito l’Essere particolare come un Esserci (il Dasein), in cui l’agente ed il campo d’azione sono UNO.

Per la civiltà europea, la sintesi storica dell’Esserci è sintetizzabile nel mondo indogermanico o indoeuropeo. La perfezione di questa cultura ha dato vita all’uomo romano, modello eterno per il miglior spirito europeo. Quest’uomo educato secondo i principi romani, inteso come modello storico sincretico di origini arcaiche all’alba della storia, si pone come <<il maggior ostacolo per l’avvento dell’uomo nuovo…>> (che il bolscevismo voleva creare) secondo le parole di Lenin. Il bolscevismo, scrive Julius Evola in Rivolta contro il Mondo moderno (Erhebung wider die moderne Welt), <<come ideologia, ha veduto nell’America (Stati Uniti) una specie di terra promessa. Partiti gli antichi dèi, l’esaltazione dell’ideale tecnico-meccanico doveva avere per conseguenza una specie di “culto dell’America” >>. <<La tempesta rivoluzionaria della Russia sovietica deve congiungersi col ritmo della vita americana>>… <<Intensificare la meccanizzazione già in atto in America ed estendendola a tutti i campi, è il compito della nuova Russia proletaria>>, sono state direttive pressoché ufficiali. Così un Gasteff aveva proclamato il <<superamericanismo>> e il poeta Majakowskij aveva rivolto a Chicago, <<“elettro-dinamo-meccanica metropoli”, il suo inno collettivistico>>. <<…l’odiata roccaforte dell’imperialismo capitalista passa in secondo piano rispetto “all’America quale civiltà della macchina, della quantità, e della tecnocrazia”>>. (op. cit., p. 391 dell’ed. 1988). Le citazioni ultime provengono da “Mind and Face of the Bolscevism” di Fuelloep-Miller, London-New York, 1927.) La civiltà tecnologica è anonima, senza volto, esattamente come l’uomo-massa internazionalizzato del bolscevismo. Evola continua la sua analisi sostenendo che negli USA si è realizzato spontaneamente ciò che nell’URSS era imposto con la forza. E ricorda, infine, la profezia di Engels, ossia che il capitalismo avrebbe <<spianato la strada al Quarto Stato>>. D’altra parte lo stesso Stalin (“Principi del Leninismo”, trad. it., Roma 1949, pp.126-128) dichiarò che l’unione dello spirito rivoluzionario e dell’americanismo definisce <<il tipo completo del militante leninista>>. Quando, nel momento storico attuale, più di qualche voce risolleva il problema del rapporto fra i valori dell’Essere e dell’Humanitas, a confronto con il Globalismo economico e tecnocratico, assurto ormai a potere-guida mondiale della cosa pubblica di ogni popolo, si riprende una problematica che ha cento anni e che purtroppo non è stata ancora risolta. L’Essere è, nella vita delle forme visibili, legato al Tempo.

Ritmi ed Armonie che l’Essere percepisce come Sacro, perché il sacro dell’Intelligenza universa  fa del Tempo il corpo noetico e del Logos, lo fa percepire come sostanza della vita. Il tempo della modernità è soltanto un tempo di produzione, quindi legato alle macchine, alla potenza delle macchine come strumenti economici e di controllo. La catena di montaggio è la peggiore e la più alienante trovata per ottenere -da parte del tecnocratismo mondiale- l’imbecillità diffusa dell’uomo, rendendolo estraniato – a causa della ripetizione ossessiva del gesto e della funzione, che diventano meccanici, privi di coscienza- a qualunque possibilità di crescita spirituale e di comprensione del senso di vivere e di essere. D’altra parte, questa è proprio l’epoca in cui, dopo miliardi di anni di trasformazioni fisiche e biologiche, della vita del pianeta, l’uomo si è “evoluto” dal Sapiens Sapiens al codice a barre! Siamo in un concetto di tecnologia come “ontica”, non certo “ontologica”, essendo tale mondo tecnocratico affatto priva di coscienza del Sé, e di conoscenza del proprio “IO”. Poiché questa problematica riguarda gli uomini e l’organizzazione sociale che si danno, va da sé che il problema diventa anche politico in senso non più lato. Il Bosticco, nella prefazione agli scritti di Bernanos, scrive che, nelle descritte condizioni, <<…in una dittatura come in una democrazia è facile allora creare il dominio sull’uomo, sia esso politico e militare o tecnico ed economico. Questo stato, questo mondo esige dall’uomo completo asservimento, abbandono al suo determinismo, non vuole essere discusso con la ragione, vuole essere servito con il lavoro.>> Bernanos scrive:<< Nessun uomo ragionevole potrebbe credere ciecamente alla moltiplicazione indefinita delle macchine, perché cominciamo a capire che tutto il macchinario porterà forse a una sola macchina che è precisamente la macchina che distruggerà tutte le macchine. La bomba atomica è una macchina. Se una macchina è uno strumento produttore d’energia, la bomba atomica di domani nasconderà nei suoi fianchi più energia di quanta ce ne sarebbe voluta per mettere in moto tutte le macchine dall’avvento delle civiltà delle macchine a oggi.>>

 

 

Sembra che la modernità,  in genere, sia socio-politicamente obbediente all’intimo progetto di uno statalismo controllore e padrone dell’intero consorzio umano, sfruttatore oltre ogni limite dell’ambiente e della tecnologia, incarnazione del Potere tecnocratico ben al di là della fantasia al potere. Beck aderisce, in ciò, alla visione di Parsons. La società moderna (la prima modernità industriale di Beck) si definisce come impresa a creare il controllo esteso: le conseguenze sono i rischi che rendono insicura la stessa pretesa di controllo statalista (non solo per la globalità dei rischi: disastri ambientali, buco nell’ozono, catastrofi nucleari) per la stessa diagnosticità del rischio. Così, le stesse enunciazioni del rischio diventano una esplosiva miscela socio-politica, a cavallo della -ossimorica- virtualità reale del rischio (la sua eventualità: Moeglichkeitsurteile di Weber) e del futuro (denso di possibilità suscettibili di concretezza in atto, pericolo solo al momento non esistente).

Perché l’esplosività socio-politica (v. le manifestazioni ribellistiche della gioventù non conforme)? Perché persino un teorico conservatore come Hobbes, riconosceva al popolo il diritto di ribellarsi se lo Stato non garantiva la sopravvivenza, lasciando al popolo stesso solo aria velenosa e cibo avvelenato (in tal senso Hobbes ha anticipato alcune delle più gravi problematiche oggi di interesse). Conseguentemente diventa giustificato attribuire, a chi dovrebbe garantire dal rischio, la responsabilità dell’insicurezza. Se i governi delegati -per loro funzione- precipuamente alla sicurezza sociale non sottoscrivono, per esempio, le riduzioni di CO2 e l’abbandono della fissione nucleare, o favoriscono gli OGM, con gli attestati gravi rischi per la salute, è ovvio riscontrare una diretta responsabilità dei cosiddetti garanti. Ed a proposito degli OGM, una recente sentenza della Corte di Giustizia Europea -evidentemente anch’essa diretta dalla lobby interessata alla modificazione genetica degli alimenti- afferma esplicitamente che laddove esiste una risoluzione del parlamento europeo, che autorizzi la produzione degli OGM, tali prodotti non possono essere sub judice di una qualunque norma nazionale degli Stati. Si comprende bene che, essendo il parlamento europeo del tutto funzionale agli interessi della BCE e delle multinazionali partecipate, o di proprietà, dell’affarismo delle Banche, ben si guarderà dal discutere i desiderata dei gruppi d’affari dell’alimentazione. Nello specifico la quarta sezione della corte, ha giudicato- il 6 settembre 2012:

“Nella causa C-36/11,

avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dal Consiglio di Stato con decisione del 14 gennaio 2011, pervenuta in cancelleria il 24 gennaio 2011, nel procedimento

Pioneer Hi Bred Italia srl

contro

Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali” (dello Stato Italiano, specifichiamo), emanando la seguente precisa sentenza: “La messa in coltura di organismi geneticamente modificati quali la varietà del mais MON 810 non può essere assoggettata a una procedura nazionale di autorizzazione quando l’impiego e la commercializzazione di tali varietà sono autorizzati ai sensi dell’articolo 20 del regolamento (CE) n. 1829/2003 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 settembre 2003, relativo agli alimenti e ai mangimi geneticamente modificati, e le medesime varietà sono state iscritte nel catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole previsto dalla direttiva 2002/53/CE del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, emendata con il regolamento n.1829/2003.

L’articolo 26bis della direttiva 2001/18/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 marzo 2001, sull’emissione deliberata nell’ambiente di organismi geneticamente modificsati e che abroga la direttiva 90/220/CEE del Consiglio, come modificata dalla direttiva 2008/27/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 marzo 2008, non consente a uno Stato membro di opporsi in via generale alla messa in coltura sul suo territorio di tali organismi geneticamente modificati nelle more dell’adozione di misure di coesistenza dirette a evitare la presenza accidentale di organismi geneticamente modificati in altre colture.>>

Tradotto nel linguaggio delle massaie, questo capolavoro di sentenza lobbistica, significa che la c.d. “Europa” (quanto diversa da quella auspicata da Mazzini e Garibaldi!), ha tutto il diritto di imporre ai popoli di nutrirsi di cibi avvelenati col pericolo – conseguente e non peregrino, per i popoli stessi- di contrarre conseguenti malattie cardiovascolari o neoplasiche. Ci pare, parafrasando Hobbes prima citato, che la gente abbia il sacrosanto diritto di ribellarsi a queste decisioni.

Quando distinguiamo fra rischio e pericolo (sociologicamente ed etimologicamente [v. Niklas Luhman, 1991 ed Enzo Lombardo, Percorsi di Sociologia ambientale ]), va da sé che si pone un problema di responsabilità decisionale del rischio. Chi deve gestire il disastro possibile? Quali ripartizioni fra decisori (rischi) e parti coinvolte (i sempre maggiori gruppi sociali [pericoli])? Come legittimare le scelte future sulle tecnologie pericolose (dolorosamente e stupidamente ancora perseguite e praticate)? Circa quest’ultimo punto non crediamo si possa fare a meno di dirette consultazioni popolari e, conseguentemente, rispettarne l’esito: fatto mai avvenuto-purtroppo- in Italia. Occorre certamente rimodulare la stessa scelta concettuale intorno alle vecchie filosofie politiche, che dovranno cedere il passo ad una sociologia che sia generalmente consapevole dei rapporti interrelazionali, circolari, fra ambienti dati e società, fra necessità sociali  e rispetto ambientale, fra uso equilibrato delle risorse naturali e crescita demografica, senza perder di vista la reale disponibilità delle fonti di energia. Una sociologia in grado di creare, o meglio: di ricreare una nuova coscienza per l’edificazione di un partecipato, comune e facilitato accesso all’energia, all’informazione, agli stessi strumenti della produzione, alla co-gestione della produzione ed alla ripartizione sociale degli utili. Nell’ambito della -da noi- prospettata possibilità/necessità, in altri interventi,  di una Magna Charta dei Diritti della Natura, avente valore di norma cogente per tutti gli Stati sedenti nell’attuale ONU, si dovrebbe definire il nuovo ius consulis socialis, perequativo di un corretto e-ancora una volta- comune concorso al raggiungimento dell’equilibrio delle trasfomazioni socioambientali nella cornice dela salvaguardia della biosfera.

Oggi, il mondo, paga in termini di disastri nucleari, di perdita di biosfera, di tragedia alimentare, di dissesto idrogeologico , di impronta ecologica e picco energetico questa aberrante logica usurocratica. Quando tutto sarà concluso, il capitalismo potrà nutrirsi di plastica e bere cromo esavalente o tetracloruro di fluoro.