Un altro referendum sancisce una sempre maggiore frammentazione di quella che era, forse conviene parlare al passato, l’Ucraina per come la si conosceva fino allo scorso mese di febbraio. Questa volta, sono le regioni orientali a votare in maniera pressoché plebiscitaria a favore dell’indipendenza da Kiev, andando verso una riunificazione con Mosca; ma quella delle autoproclamate repubbliche dell’est, sono già indipendenti di fatto: qui l’esercito ucraino, ha difficoltà a mantenere il controllo, la polizia è costretta spesso a battere in ritirata, soltanto le milizie di autodifesa definite “filo russe” pare abbiano il controllo quasi totale del territorio.

Insomma, da Donetsk a Slavyansk, così come in tante altre città russofone dell’Ucraina, si è pronti a tutto pur di non assoggettarsi ad un governo nato da una sommossa finanziata dall’occidente e che verso l’occidente vorrebbe portare l’intero paese.

Ma quella delle repubbliche dell’est Ucraina, non è la stessa situazione della Crimea; il referendum svoltosi giorno 11, sembra assomigliare più ad una prova di forza, o se vogliamo anche ad una provocazione, che ad una reale volontà di andare sotto l’egida di Mosca. Mentre infatti la penisola sul mar Nero, storicamente ha una storia autonoma dal resto dell’Ucraina, queste regioni invece, pur se in maggioranza russofone, sono comunque legate a Kiev ed anche in anni recenti ne hanno rappresentato un vero e proprio cuore economico pressoché indispensabile.

Ascoltando gli stessi cittadini incolonnati nei seggi per esprimere il desiderio di staccarsi dall’Ucraina, si è spesso sentito ripetere che l’indipendenza viene considerata un’estrema ratio, un qualcosa da attuare nel caso in cui Kiev si ostini a non concedere autonomia o a voler portare anche questa parte di paese lontana da Mosca; i rappresentanti delle autoproclamate repubbliche, hanno fatto sapere di non considerare i referendum decisivi per chiedere la difesa della Russia, ma solo per tentare di riaprire un dialogo con il governo centrale ucraino da una posizione di forza, sapendo insomma che il Cremlino è dietro l’angolo per difendere una legittima e conclamata volontà popolare.

La capacità di organizzazione e di autogoverno degli ucraini dell’est, ha spiazzato l’occidente ancor di più di quanto non fosse già spiazzato e di quanto non sia rimasto sorpreso di come, nonostante abbia aizzato squadriglie nazionalista in piazza Maidan, ancora non sia riuscito, e probabilmente non ci riuscirà mai, a volgere completamente a suo favore la questione ucraina.

E’ un occidente goffo quello che sta uscendo da questa crisi, se si vuole anche ridicolo agli occhi delle cancellerie di tutto il mondo; è da mesi che, ad ogni iniziativa tanto di Mosca quanto di ogni singola forza sul campo filo russa, minaccia sanzioni che poi, in larga parte, vengono ridimensionate o comunque si dimostrano poi poco lesive nei confronti del campo avversario.

Lo stallo sembra comunque prevalere in tutto il paese; esercito regolare e milizie filo russe, si fronteggiano, la parte occidentale dell’Ucraina è controllata dallo pseudo governo nato dai moti di piazza Maidan, l’est invece dai governi autoproclamatisi, insomma un paese diviso ma senza che all’orizzonte si intraveda un certo spiraglio di normalità.

L’occidente ha attaccato, la Russia ha risposto, ma nessuno sembra voler vincere: la situazione rimane tesa, con Putin che vuole aspettare, ma che ha già fatto sapere di difendere, in caso di aggressione, la volontà popolare sancita dai referendum nelle regioni secessioniste.

L’impressione, è che l’Ucraina possa essere una sorta di prova generale in vista di obiettivi più importanti, lasciandola volutamente “congelata” e divisa: non è un mistero che l’occidente vuole intaccare a Mosca ciò che ha intaccato a Kiev, mentre la Russia non vuole rinunciare alla sua sfera di influenza.

E mentre questi giochi di equilibri appesi ad un filo continuano, sul campo potrebbe bastare anche un piccolo episodio per accendere la scintilla. Una cosa appare però certa: nulla sta andando per come i piani di USA e fidi servi dell’UE avevano previsto; se prova generale doveva essere, per l’occidente l’esperienza ucraina non può non dirsi fallimentare.

Adesso, in arrivo altre elezioni: domenica 25, di dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) votare per eleggere il nuovo presidente. Ma ombre sempre più pesanti aleggiando su queste presunte consultazioni “democratiche”, in primo luogo di carattere logistico: come farà a votare un paese di cui non si conosce nemmeno la propria estensione territoriale? In quale clima si voterà? Quanta influenza stanno avendo fondazioni e governi occidentali su queste elezioni? Insomma, l’Ucraina rischia seriamente adesso, di diventare il primo paese “fallito” d’Europa, non tanto dissimile da scenari come quelli somali o libici; solo che questa volta, il caos sarebbe nel cuore del vecchio continente.