Articolo tratto dal Numero Uno

Sebbene molti abbiano la tendenza a dimenticarsene, l’agricoltura rappresenta, oltre ad un settore fondamentale della nostra economia, un bene prezioso e vitale. E piacevolmente troviamo un elemento più che positivo, essendo, quello agricolo, l’unico settore in crescita, con un incremento occupazionale giovanile del 9%, comprensivo di figure altamente specializzate (con un boom di immatricolazioni ad agraria, aumentate dell’oltre 70%). Pertanto l’amministrazione, a livello tanto nazionale, quanto europeo, riesce esclusivamente a penalizzarlo. Con sguardo attento all’Italia possiamo individuare immediatamente il tallone d’Achille di tutte le tipologie d’impresa, agricole in primis, fatalmente rappresentato dalla burocrazia, se è vero che ogni imprenditore agricolo perde in media cento giorni all’anno (!) fra carte, premessi, normative e controlli, costringendo “l’imprenditore a sottrarre tempo e denaro ai compiti prioritari di un’impresa”(Mario Guidi, presidente Confagricoltura).

A livello comunitario i problemi non son certo minori, non essendo soltanto l’Euro un esperimento fallimentare, ma l’intero mercato europeo. Si parte infatti dal presupposto che per proteggere e rafforzare quest’ultimo, tutti i Paesi membri debbano adottare politiche comuni; ma l’agricoltura (o altro) non può e non deve assolutamente essere inclusa in un mercato comune come politica integrata. Pertanto chi ad oggi innalza il canto del “ce lo chiede l’Europa” ha due possibilità, o è al servizio altrui, o è felicemente ottuso. Non si può pretendere di adottare politiche uniche per Paesi completamente diversi, innanzitutto per storia e costumi, secondo poi per la forte disparità tra le loro diverse economie, costo della vita e potere d’acquisto. La logica alla base della Pac (Politica Agricola Comune) è oltretutto anacronistica, avendo le sue radici addirittura negli anni Sessanta, quando si aveva la necessità di stimolare la produzione agricola e mantenere i prezzi ad un certo livello. Oggi come allora le conseguenze di questo pensiero sono devastanti, essendo evidente che se il beneficio del sostegno ai prezzi è direttamente proporzionale alla quantità che si produce, è ovvio che a guadagnare di più saranno le grandi aziende, alle quali va più dell’80% dei fondi comunitari, poco lasciando alla piccola produzione, quella sostenibile e di qualità.

Si comincia quindi a capire come mai questa visione “comune” sia dannosa soprattutto ad una Nazione come la nostra, caratterizzata da imprese per lo più a dimensione familiare, molto attente alla qualità dei propri prodotti. Quindi seppure sia aumentata l’occupazione “agreste”, purtroppo questo sistema lascia la qualità fuori dal mercato, inondando oltretutto le nostre piazze di derrate di improbabile provenienza, destinando vergognosamente tonnellate di frutta e verdura nostrana al macero.

Va poi considerato che la sovrapproduzione europea rappresenta un rischioso disequilibrio con grandi costi ambientali, tra i quali l’eutrofizzazione dei terreni, la contaminazione dei pesticidi e la perdita di colture locali. Inoltre la mancata cura delle nostre campagne (essendo queste abbandonate per mancanza di mezzi) è tra le prime cause dei tanti dissesti idrogeologici avvenuti sul nostro territorio, da ultimo la tragedia della Sardegna.

Sul piano dei rapporti Italia-Ue abbiamo poi altre sorprese, come l’ormai famigerato patto di stabilità che non dà alle nostre istituzioni locali alcuna possibilità di intervenire direttamente con i fondi a loro disposizione, perché “dobbiamo rimanere nei limiti del 3%” ed il nostro debito “è troppo alto”. In realtà i nostri “concittadini” europei lo conoscono bene il valore del nostro territorio, visto e considerato che soltanto prendendo nota dal 2007 ad oggi, sono più di 17.000 gli imprenditori agricoli stranieri che operano in Italia. E perseguendo un’ottica maliziosa – ma neanche troppo- ecco allora che si spiegano queste manovre volte a destabilizzare i nostri poderi, e a farne conseguentemente abbassare il costo. Ma è ora di fare un importante passo, con sguardo volto all’indietro e al contempo verso l’avvenire, è tempo di ritornare alla natura, e di riappropriarci della nostra terra.