Quello che ci proponiamo di fare attraverso questo articolo non è tanto una rivistazione delle tesi legate all’attuale situazione partitica italiana rispetto alla tematica della a-partiticità, cosa che richiederebbe uno studio approfonditissimo, quanto quello di segnalare la presenza di alcune tracce di corrispondenza tra alcune delle teorie classiche concernenti la Scienza Politica rispetto ai partiti e l’attuale quadro del belpaese. 

Ad esempio, l’opera “Note sur la suppression générale de partis politiques” di Simone Weil  del 1943, rischia di tornare molto d’attualità. In tempi come questi, infatti, è ormai rientrato nel dibattito accademico e non la tematica legata alla partiticità della democrazia o meno. La democrazia, infatti, è un regime politico che può esistere a prescindere dai partiti o no? 

“i partiti sono organismi costituiti pubblicamente, ufficialmente in modo da uccidere nelle anime il senso della verità e delle giustizia”. Weil, sostiene in questo senso, non solo la concreta possibilità che la democrazia non si regga sui partiti ma anzi definisce come deleteria la presenza di questi sulla base di considerazioni che vertono dalla espropriazione della razionalità naturale dell’individuo per mezzo della partecipazione partitica alla negazione del bene per mezzo di  questi che non teme di definire un’organizzazione a base totalitaria: ” un partito politico è una macchina per fabbricare una passione collettiva; un partito politico è un’organizzazione costituita in modo da esercitare una oppressione collettiva sul pensiero di ciascuno degli esseri umani che ne sono membri; fine primo e ultimo di ogni partito politico è il suo potenziamento senza limite alcuno”.

Una tesi che nel 1951 verrà ripresa da Olivetti Quadrangle Club dell’Università di Chicago. Data questa premessa, è assolutamente necessario anche considerare la tesi contraria, ossia che il regime politico democratico non abbia possibilità d’ esistenza senza il naturale filtro dei partiti, quella tesi, insomma, che vede tra le proprie basi dottrinali quel ” Zur Soziologie des Parteiwesens in der modernen Demokratie” di Michels, che nella descrizione del sistema partitico tedesco era arrivato alla conclusione che persino la SPD era strutturata secondo un elitarismo di fatto, dove la partecipazione popolare era comunque e sempre sottomessa alle decisioni di poche persone al vertice della reale struttura di potere. Partiti pesanti, quindi, contro o in concorrenza di partiti liquidi o partiti inesistenti.  Da un punto di vista prettamente storico è anche utile segnalare per comprendere a pieno la parabola discendente della tipologia classica di partito, la definizione che Gramsci diede di “moderno principe” a quello che secondo lui era stato il vero protagonista del 900′, ossia il partito politico. Protagonismo ormai totalmente scomparso a favore del fenomeno del leaderismo o del mito della democrazia diretta applicato alla tecnologia. 

Contestualizzando il discorso al quadro politico attuale, notiamo che il sistema partitico è assolutamente in balìa delle modifiche apportate da un lato dalla tecnologia e dall’altro dal totale contesto di sfiducia che lega ormai indessolubilmente partiti ed elettorato. L’evoluzione del regime partitico diviene incomprensibile se non si tiene conto, dunque, del sensibile calo di fiducia che le organizzazioni che una volta si occupavano anche e persino di scandire la vita quotidiana dei cittadini, hanno subito a causa sicuramente di una generazione di politici non all’altezza delle sensibilità ideali e sociali di quella che una volta veniva definita come “la base”  ma anche all’incapacità del sistema-partito di stare al passo dei tempi e di evolvere la forma-(partito) alle modalità di comunicazione contemporanea. 

Pare ovvio che il M5S abbia raccolto a pieno la sfida della carenza comunicativa altrui ed abbia riempito un vuoto partecipativo mettendo a punto una piattaforma in grado di sanare la volontà di quanti abbiano inteso la militanza, superata e vogliano declinare la loro istanza partecipativa attraverso forme liquide. D’altro canto vi sono ancora tentativi di costituire “partiti pesanti”, organizzati su base territoriale, muniti di sezioni, di movimenti giovanili e di tutte le altre caratteristiche tipiche della forma in questione, come la Lega Nord, Fratelli d’Italia, Sel,  ecc… Partiti, come si vede, in piena combutta o almeno critici col bipolarismo che,invece, tende e ha tentato di inglobarli  in un più marcato bipartitismo di fatto. 

D’altro canto le grandi e centrali strutture della politica italiana, Forza Italia e Partito Democratico, hanno ormai assunto una forma prettamente liquida, fondata sul leaderismo e sull’acclamazione popolare di esso, per mezzo o non di primarie e congressi. Certo, il PD conserva ,anche grazie alla tradizione comunista, una forte tendenza alla discussione interna, alla divisione correntizia e ad un acceso e costante scambio di opinioni, anche pubblico. Ma l’emersione di Renzi manifesta tutto l’anacronismo di quanto appena detto, la figura del leader e del ” Ghe Renzi Mi” ha prevalso storicamente proprio sul partito struttura che D’Alema, Bersani e quanti altri erano certi di avere tra le mani. Lo spariglio di Renzi è servito a far vedere come anche il partito che per antonomasia si sarebbe dovuto reggere su fortissime legature ideologiche, si sia in realtà adagiato sugli schemi della modernità politica ed abbia individuato nell’uomo solo al comando la risposta naturale alle avversità del correntismo. Forza Italia, ben si sa, ha precorso i tempi rispetto a questo. 

Nel mezzo si è concepita, per l’appunto, una via mediana. Scelta Civica, NCD, UDC e gli altri centristi, sembrano voler congelare la loro situazione, anche da un punto di vista strutturale, in attesa che si creino le condizioni per una reale ricostituzione di un partito centrista sullo stile della DC. Per cui, su questi,c’è poco da dire per ora se non che anche loro sembrano voler destrutturare la macchina organizzativa e costruire un centrismo dinamico, aperto e non stantìo. 

Insomma, il “moderno principe” va tramontando. La democrazia sembra voler andare verso un regime apartitico condito però da forti elementi di leaderismo assoluto e tranquillizzante  o d’impatto emotivo. La partecipazione popolare è ormai confinata all’esercizio del voto che resta l’unico atto concreto di sovranità a cui la cittadinanza è chiamata. Perdita di fiducia e progresso tecnologico hanno completamente messo al tappeto il partito per come tutti noi l’abbiamo conosciuto, aprendo la strada forse alla democrazia diretta, forse ad una democrazia di tipo tecnologico, forse ad una democrazia di tipo pubblico legata al referendum sul singolo. La storia ci dirà a cosa andiamo incontro, certo è che di sezioni se ne vedono sempre meno, gli organigramma si riuniscono ormai molto di rado, mentre i profili twitter, le iniziative mediatiche e il lavoro d’immagine che viene fatto sul singolo esponente, sono indizi di un movimento culturale che pare aver definito almeno quello di cui non vuole più sentir parlare. I partiti, per concludere, vanno dimagrendo, resta da capire se in modo correlato dimagrirà anche la democrazia o se essa saprà reggersi su queste nuove fondamenta.