di Francesco Carlesi

“Quando l’America si innamorò di Mussolini”. Non poteva essere più emblematico il titolo scelto da Ennio Caretto, giornalista di lungo corso del Corriere della Sera, per la sua ultima opera uscita pochi giorni fa. Intento dell’autore è quello di rompere diversi tabù storiografici riguardo la fascinazione per il dittatore che investì ampi settori della società e della politica americana, nonché mettere in evidenza alcune delle pagine più buie e nascoste del paese a stelle e strisce. Ci riferiamo ai pericolosi flirts con le teorie eugenetiche e razziste di molti pensatori americani, spesso tragicamente messe in pratica in alcuni stati. In California, ad esempio, si operarono sterilizzazioni  eugenetiche fino al 1979, mentre tra il 1946 e il 1948 l’Istituto nazionale della Sanità di Washington infettò con la sifilide oltre 1500 persone (ovviamente a loro insaputa) in Guatemala, alla scopo di verificare se la penicillina debellasse o no la malattia. E non è un caso, d’altronde, che Hitler si richiamò alla legislazione del Congresso quando parlò di restrizioni all’immigrazione nel Mein Kampf.

Se il materiale d’archivio riportato alla luce da Caretto riveste sicuramente un’importanza non secondaria sul piano storico, più indigeste risultano le numerose letture ideologiche a proposito della democrazia. L’autore, infatti, nel descrivere i contatti tra fascismo e Stati Uniti, rivela l’intenzione di averlo fatto per mettere in guardia il “mondo libero” da cosiddette derive autoritarie, ancor oggi possibili. Il tutto in nome di un grande obiettivo: una (testuale) “genuina comunità atlantica”, illuminata dai diritti umani. Franklin Delano Roosevelt sarebbe il padre di questo progetto meraviglioso, tanto che nelle pagine del libro ci si affretta a minimizzare e sconfessare i rapporti che il presidente democratico intrattenne con il regime fascista. Tutto inutile, se è vero che FDR arrivò a inviare alcuni professori del Brain Trust in Italia negli anni Trenta, per studiare le riforme corporative e dibattere sulle soluzioni alla crisi del modello liberista che affliggeva la sua nazione e l’Europa. Un dialogo profondo a proposito della legislazione e delle teorie economiche dell’epoca, che fu parte integrante della “fascinazione” americana per il nostro paese, e che Caretto sembra dimenticare completamente. Non a caso. Ciò vorrebbe dire mettere in dubbio la fede in quei paradigmi economico-politici alle basi del suo “progetto”, i cui effetti si presentano nelle pesanti difficoltà in cui siamo ancor oggi attanagliati. D’altro canto, non furono le ricette economiche a garantire agli USA il definitivo superamento della “grande crisi”, quanto la seconda guerra mondiale.

Se una rilettura di quei rapporti deve essere fatta, insomma, il tutto deve avvenire in direzione totalmente opposta: per riscoprire un momento in cui dialogammo con la potenza atlantica su un piano di parità, e soprattutto in cui riuscimmo a esprimere proposte economiche originali di fronte alle difficoltà del sistema capitalista. Dal dopoguerra in poi la nostra vitalità di nazione e le intelligenze più valide e indipendenti sono stati frenate proprio da chi Caretto descrive come la guida del “mondo libero”. I dollari e le interferenze americane hanno storicamente giocato un ruolo notevole nelle distruzione del nostro patrimonio economico e culturale, si pensi solo a Mattei o al recente caso del NSA. Non astratti diritti o improbabili alleanze, quanto sovranità e giustizia sociale dovrebbero essere i principi su cui ricostruire una vera idea di libertà.