Quando Letta&co hanno pensato bene di togliere risorse pubbliche alla Banca d’Italia per far entrare i privati, devono necessariamente aver avuto un Maestro, come tutti i massoni, in grado di spiegargli come fare. Non c’è da credere che gli elementi di questo Governo infatti, siano prosperi di capacità d’intelletto nel senso kantiano ma, anzi, spesso si rifanno a frasi fatte e a deboli giuochi di parole dal sapore populesco. Ma la favola dei Fratelli Grimm, o dei parenti Letta, ha origini reali, come nei film di George Lucas, in una Galassia lontana lontana, chiamata Regno delle Due Sicilie. Quando Garibaldi arrivò coi suoi mille rossi, non era in cerca solo di fama e onore, ma anche di fame e onere, nel senso monetario.

Garibaldi il saccheggiatore, manco fossimo ai tempi del Sacco di Roma, si impossessò di 5 milioni di ducati d’oro, equivalente a 86 milioni di euro dei nostri giorni contenuti nelle casse del Regio Banco di Sicilia e più avanti, giunto a Napoli, il generale delle camicie rosse ripeterà la stessa operazione con il saccheggio del Banco di Napoli in cui erano contenuti 6 milioni di ducati equivalenti ad attuali circa 90 milioni di euro. Risparmi di siciliani e napoletani furono letteralmente “rubati” per ingrossare le casse delle piccole e deboli banche del nord, da cui poi sarebbero nati i gruppi Unipol, Unicredit, Mediolanum e così via. Soffermandoci sui fatti storici così come narrati nel libro di Pino Aprile, e ben lontani dallo spirito revisionista-secessionista speculare alla Lega Padana, esisteva nel Regno delle Due Sicilie un solido sistema bancario che era in grado di emettere monete d’oro e d’argento a differenza della Banca Nazionale Sarda (Savoia) che emetteva carta moneta e le cui riserve d’oro non riuscivano a garantire il valore delle banconote stampate. Con l’Unità d’Italia il Banco di Sicilia e il Banco di Napoli, dopo essere stati saccheggiati, vengono declassati a favore delle banche del Nord che furono autorizzate a battere moneta come appunto la Banca nazionale Sarda, la Banca Nazionale Toscana, il Credito Toscano e la Banca di Parma. Più avanti la Banca Nazionale Sarda dopo avere assorbito altri istituti di credito assumerà la denominazione di Banca Nazionale del Regno d’Italia divenendo di fatto il più importante istituto di emissione. Mentre tutto questo accadeva ai Banchi di Sicilia e di Napoli veniva impedito di raccogliere monete d’oro e di emettere banconote favorendo di fatto il sorgere di nuove banche al Nord come la Cassa Generale di Genova, la Cassa di sconto di Torino, il Credito Mobiliare di Torino e il Banco di Sconto di Torino, tutte quante, guarda caso, socie della nuova Banca Nazionale del Regno d’Italia. Tutte queste banche avevano il principale obbiettivo di finanziare le imprese del Nord a scapito delle sviluppo dell’economia meridionale.

A riprova di questa strategia anti-sistema, il banchiere Carlo Brombrini, amico e consulente economico di Cavour, e poi per più di vent’anni, dal 1861 al 1882, governatore della Banca Nazionale del Regno d’Italia disse: “I meridionali non dovranno più intraprendere”. Vi suonano familiari queste parole? Sembrano quelle profetizzate dagli amici del Fondo Monetario Internazionale e da altri macro-istituti finanziari, che hanno come scopo il controllo dell’economia dell’Eurozona soprattutto nel Sud-Europa. Ma “la mano invisibile” non si ferma certo ai fattacci di fine 800’.  All’inizio del 1980, cento anni dopo e 50 anni dopo il tentativo mussoliniano di rendere pubblica quella che passerà alla storia attuale con il nome di Banco di Sicilia, la calata degli istituti di credito del Nord spingeranno la Banca d’Italia ed il Ministero del tesoro, a incorporarsi la quasi totalità di piccole banche siciliane accaparrandosi di fatto i loro clienti ed i loro portafogli. Il capolavoro di questa operazione organizzata negli anni, con meticoloso interesse di banchieri anti-nazionalisti (forse i nonni di quelli attuali), è stata poi in tempi recenti (siamo nel 2007) ed in modo più traumatico per i risparmiatori e per l’economia siciliana, la costrizione dei due più significativi ed importanti Istituti di credito siciliani (il Banco di Sicilia e la Sicilcassa) ad accorparsi al Banco di Roma ed infine ad Unicredit. Risultato non esiste più una banca siciliana. E peggio ancora, l’economia siciliana, mal gestita in questi anni da altrettanti pallidi governanti simili a Letta nel modus operandi, si sono visti sottrarre quell’enorme paniere di risparmi siculi accumulati nella storia, dai Borbone a Mussolini, che ha quindi annegato il flusso monetario in entrata e in uscita dei soldi pubblici.

Ergo i siciliani volendo riacquisire la propria Banca “regionale” dovrebbero ricomprare le quote divenute ora private, che furono svendute a Unicredit con i regali finanziari degli anni 80’ e del 2000. Certo va anche detto che negli anni il Banco di Sicilia, indebitatosi fino al collasso, pareva un’agenzia di pompe funebri più che una cassa di risparmi semi-pubblica. Ma l’escamotage ha funzionato. Per questo hanno riproposto la medesima operazione in scala più grande e immediata. Il popolo siciliano, in estrema difficoltà, difficilmente riavrà la propria Banca pubblica. E così anche da italiani, doppia amarezza, la totò-truffa moderna, come l’ha ribattezzata Giorgia Meloni, ha avuto il suo seguito.