Il Libano si mostra come uno dei pochissimi paesi mediorientali a non essere stato balcanizzato da potenze straniere o da pretenziosi “combattenti per la patria”. Pur essendo la situazione intorno a loro infuocata, guerra civile in Siria e rapporti più che pessimi con i vicini israeliani, i cittadini libanesi ed in particolare di Beirut riescono a mantenere una calma stoica, una società multi confessionale che non vede massacri etnici dai tempi della prima guerra del Libano, quando i falangisti cristiani, dopo l’omicidio del loro leader Bashir Gemayl avvenuto il 12 dicembre 1982, assaltarono, con il bene placido degli israeliani, il campo di Sabra e Shatila, causando la morte di migliaia di sfollati palestinesi di confessione islamica.

Negli anni si registrano comunque episodi di violenza significativi, come l’assassinio del presidente Rafiq Hariri, autobombe e omicidi di giornalisti e personaggi governativi.

Ultimamente, più che l’omicidio mirato alla occidentale, i destabilizzatori del Libano preferiscono di gran lunga auto imbottite di esplosivi, pronte da far saltare in aria, in perfetto stile “shock and awe” (colpisci e terrorizza) alla “desert storm I e II”. Recentemente due sono stati gli attacchi bombaroli a Beirut, uno a brevissima distanza dell’altro: una è esplosa in un quartiere residenziale causando diverse vittime mentre la seconda, fatta saltare in aria nel luglio 2013, aveva come obbiettivo la sede di Hizbu-Allah, nel quartiere a maggioranza sciita di Beir al Bed, la finalità degli attentati dinamitardi era senz’altro quella di mettere in difficoltà la società libanese, di farli diffidare del loro vicino sciita sunnita o cristiano che fosse. Manovra questa che ad oggi ha avuto, fortunatamente scarso successo, anche grazie alla conformazione politica libanese, la quale garantisce ad ogni minoranza religiosa del paese una carica fondamentale al governo. Attualmente la presidenza del Libano è retta da Michel Suleiman, cristiano maronita, mentre gli altri posti fondamentali come la presidenza del parlamento e la carica di primo ministro sono riservati rispettivamente ad uno sciita ed un sunnita, un perfetto meccanismo di checks and balance, che non garantirà una continuità di governo ottimale ma che regge certamente molto di più di alcune consolidate democrazie occidentali.

Per completare il tutto giunge anche la notizia dell’assassinio di un comandante di Hizbu-Allah, Hassan Lakkis, ucciso con un colpo alla testa a poca distanza dalla sua abitazione, il movimento armato sciita incolpa Israele il quale starebbe tentando di impedire il movimento di truppe dal Libano alla Siria, ritenute un ostacolo per la naturale “transizione verso la democrazia” di Damasco, e soprattutto di decapitare i vertici dell’organizzazione.

La popolazione libanese regge il colpo e capisce che i loro fratelli siriani si sono fatti ingannare ed intrappolare in una lotta interna senza apparenti vie di uscita se non stragi sistematiche degli invasori qaedisti in Siria, cercheranno quindi di non cadere nello stesso errore.

 Come per l’inflazione o l’andamento dei titoli finanziari, anche la stabilità sociale di un paese è garantito dal pessimismo o ottimismo dimostrato dai cittadini stessi. Quindi, quale futuro aspettarsi dal Libano? Considerando la posizione di enorme influenza politica che il Libano subisce dalla Siria, è senza dubbio eccezionale che la situazione nel paese dei cedri sia rimasta negli schemi di sicurezza storici che hanno caratterizzato il paese sin dalla sua fondazione. Il Libano rappresenta sicuramente un’altra polveriera a cielo aperto ma: quando scoppierà e soprattutto perché non è ancora scoppiata?