Nella recente relazione presentata pochi giorni fa illustrante la situazione economica mondiale, il Fondo Monetario Internazionale ha di fatto rilevato, molto accuratamente, come permangano ancora – anzi meglio dire soprattutto – amplissimi spazi entro le più grandi economie mondiali nazionali totalmente occupati dal debito, di natura privata nei singoli nuclei individuali o famigliari, di natura pubblica nelle casse dei vari Stati, il cui ricorso a tale forma di finanziamento (detta propriamente “debito pubblico” – public debt) ha costituito, sì una grande risorsa di introduzione di liquidità in sostegno di economiche “claudicanti”, ma l’eccessivo ricorso o meglio lo spregiudicato uso di tale forma di sussidio ha del tutto rovinato intere economie statali, causando un debito di dimensioni spesso preoccupanti.[1]

Se spesso si punta l’indice contro il rigorismo eccessivo degli Stati “sani” o contro le politiche troppo severe del triste trio noto come Troika, e se ci si avversa contro entità come le agenzie di rating o simili (che altro non fanno, nelle loro valutazioni, che speculare sull’affidabilità degli Stati da loro, seppur correttamente, analizzati), allora il problema consta proprio nell’impedire all’economia singola nazionale di porsi in quella situazione che vede costretto lo Stato medesimo a piegarsi all’aiuto – e dunque all’invasione, alla sottomissione – straniero.

Tuttavia, l’Fmi, analizzando la non prospera situazione di buona parte delle più importanti economie mondiali e riscontrando tali allarmanti dati, ha tentato di proporre qualche soluzione accomunante più Stati nel loro insieme, e ha concluso affermando che una buona soluzione, per il momento presente, potrebbe essere – ed è – quella di impiegare sforzi e manovre politiche per cercare di abbassare il debito privato nei modi possibili, trovando in questo processo, se compiuto, un elemento di sblocco per le singole stagnanti economie.
Logico ed intuitivo è pensare che, in primo acchito, tale soluzione fosse già stata pensata e elaborata da viepiù parti, dunque non si può certo dire che questa proposta giunga del tutto inaspettata causando il plauso comune; il carattere peculiare di una tale soluzione avanzata consiste nel fatto che l’istituto americano pone una sorta di clausola condizionale: se non si riparte dalla soluzione del debito privato, difficilmente le economie – specialmente quelle in condizioni peggiori – potranno risollevarsi risanando le falle che da più parti le caratterizzano.

Pertanto, partendo dalla crisi dei muti che ha colpito il risparmio e conseguentemente prosciugato i conti corrente, a cui si sono seguite, nel mondo d’impresa, numerosi fallimenti, confische ed aste giudiziarie sempre più frequenti, il taglio del debito privato potrebbe costituire una valida soluzione alla ripresa economica, in quanto le famiglie, favorite anche dal calo dei prezzi (sebbene questo rappresenti l’altra medaglia negativa del crollo della produzione), potrebbero conseguire maggiore potere d’acquisto, apportando molteplici benefici alle economie nazionali come la circolazione della moneta, la riduzione dell’inflazione e l’accrescimento del Pil (ovviamente, questo, su larghissima scala ed in non poco tempo).

Infine, che dire degli investimenti sugli asset finanziari, sugli asset-allocation ? possibile risorsa del credito privato potrebbe consistere proprio in tale forma di allocazione del surplus di credito privato (la nascita del Btp Italia va infatti in questa direzione) eppure per allocare in maniera ottimale le risorse singole individuali un’altra strada potrebbe essere l’acquisizione di ordinary sheres ( o simple stock) così note e pubblicizzate soprattutto in Italia, sebbene anche tale rimedio non è certo esente da rischi ben maggiori rispetto ad ulteriori investimenti che però non ricadano sulle rendite del 2, 735 % dei Bot annuali.[2]


[1] Caso esemplare è l’Italia, il cui debito (1.935.800 mld €) è uno dei più alti del mondo.

[2] Ex valutazione Banca d’Italia per titoli emessi nel gennaio 2012.