In tempi non sospetti, a cavallo del 2003, il deputato DS Michele Salvati pubblicò una serie di articoli su Repubblica e il Foglio riguardanti l’idea di “un nuovo partito, nato dalla riunione di tutte le correnti riformistiche moderate della storia italiana di cui tanto si è parlato a proposito dell’Ulivo per formare così un partito di sinistra moderata (o centro-sinistra, se si preferisce), con un nome immediato, semplice e fortemente evocativo.”

Da lì, si mosse nei successivi quattro anni alla nascita di quel partito che avrebbe dovuto delineare il nuovo orizzonte sul quale il sol dell’avvenire sarebbe andato a posarsi e nel 2007, con l’Assemblea Costituente del 27 Ottobre, gran parte delle alte cariche dei Democratici di Sinistra ed ex esponenti della Democrazia Cristiana diedero vita al Partito Democratico.

Ormai definire questa nuovissima ed innovatissima formazione politica con un termine come “cosa rossa” si sarebbe rivelato un’iperbole, un’esagerazione un poco indulgente, un falso ideologico piuttosto grave di fronte alla corte del processo storico.

Nel 2007 fu finalmente compiuta l’opera, iniziata sommessamente almeno 17 anni prima, di cancellazione dal panorama politico più importante di tutto ciò che volesse rappresentare o anche ricordare una compagine sinistrorsa e per osare un poco, che si tingesse perlomeno di una tinta rosé.

Tuttavia l’opera di cancellazione non fu soltanto meramente formale, visiva, fu anche e soprattutto sostanziale. Non si provvide a rimuovere la falcemartello dal simbolo, sostituendolo con un più “popolare” (in tutti i sensi) ramoscello d’ulivo, ma si svuotò l’intero partito della sua anima comunista lasciando ampio spazio e posizioni di rilievo a figure provenienti da tutto il resto del panorama partitico di allora, senza disdegnare qualche simpatico magnaccia dal volto gioviale. Si provvide a metter fuori gioco tutti quegli ex comunisti che in qualche modo potessero risultare ostili al nuovo processo di “democraticizzazione” e di allargamento di vedute, soprattutto quegli USA in cui i democratici avevano avuto un Presidente simpaticissimo come Bill Clinton.

Il modello allora divenne quello d’oltreoceano, slogan semplici (chi non ricorda il celebre “Si può fare” di Walter Veltroni per le politiche del 2008?), apparizioni pubbliche che non si limitassero alle sole Feste dell’Unità, ribattezzate tra l’altro Feste Democratiche, ma su palchi di varietà e concerti pop.

Il Partito visse un periodo di grande cambiamento, che si realizzò sotto tutti gli aspetti tranne uno, il Partito non rinunciò all’organizzazione del suo Apparato secondo il vecchio e collaudato sistema comunista (che chiaramente ora ne conservava soltanto la struttura, il modello).

Il forte comitato centrale rimase, epurato dai pochi dissidenti (comunisti per davvero), e lavorò nel prendere decisioni sempre più impopolari, che in sei anni di vita non hanno fatto altro che portare sonore sconfitte e perdite di elettorato.

Viene da domandarsi infatti, se non sia stato proprio un obbiettivo del suddetto apparato quello di fregarsene di quanto negli anni la massa elettorale avesse richiesto a gran voce per proseguire la sua opera di cambiamento all’interno di una minoranza (finalmente) silenziosa.

Così una escalation di passi falsi, di piedi in fallo, di storte politiche a partire dai vecchi flirt con il Fini anti-Silvio, fino allo stalking dei grillini ed il crollo della Montepaschi, che non si è mostrata in tutta la sua impopolarità non solo nelle scelte riguardanti i programmi politici abbastanza fumosi e inconcludenti, ma soprattutto nel non aver saputo cogliere la palla al balzo nelle tante occasioni che l’avvicendarsi storico ha offerto fino ad oggi, dove all’indomani di risultati elettorali a dir poco preoccupanti (non solo per i risultati in sé quanto per l’alto tasso di astensionismo)  si celebri l’ulteriore “importante cambiamento” rappresentato dal Governissimo di unità nazionale (o almeno così dicono) presieduto dal premier Letta a braccetto con gli “storici” rivali pidiellini, perché in fondo si sa che “chi si odia si ama” o perlomeno non resta indifferente.

Alla luce di ciò, il problema democratico è insito proprio in questo Apparato, che non vuol proprio fare a meno del suo potere decisionale che finora ha avuto tanto successo(?) restando sordo alle forti richieste di una base (elettorale) che pian piano si sta sgretolando con tutte le conseguenze che un castello di carta del genere può subire.