Che la Corea del Nord non fosse il luogo deputato a paradiso terrestre, l’Eden postmoderno nel quale potersi ricostruire una vita, lo intuivamo quasi tutti. Diciamo quasi. Non possiamo dimenticare autorevoli eccezioni, come quella del Senatore Razzi, che in passato ebbe a definire Kim Jong-un “un moderato” e il sistema-Paese nordcoreano come “una specie di Svizzera”. Lo scorso settembre, persino il curioso Salvini, suo compagno di viaggio, fu tentato dal sogno estremo orientale e fatto ritorno in Italia da Pyongyang, descrisse la Corea del Nord nei termini “un’opportunità gigantesca per i nostri imprenditori”. Nel complesso non disse sciocchezze, rifuggendo demonizzazioni fin troppo scontate. Apprezzò i brandelli di comunitarismo risparmiati dal sistema comunista e riconobbe che in quel paese, certamente non prono all’american way of life, lo Stato dà tutto, scuola, casa, lavoro. Un atteggiamento di ragionevole apertura nei confronti di un soggetto comunque inidoneo, poiché poco ha a che spartire con altre potenze asiatiche interessanti ed invise all’Occidente, quali Russia, Cina e Iran.

Sbavature a parte, l’intuizione di guardare ad Oriente resta valida. Persino Papa Francesco ebbe ad affermare l’esigenza di avvicinarsi all’Asia e lo fece in occasione del suo viaggio di ritorno da Rio de Janeiro. Alle intenzioni, lo vedemmo lo scorso agosto, seguì la visita apostolica in Corea del Sud. Sospinto dal motto “Corea, alzati, rivestiti di luce, la gloria del Signore brilla sopra di te”, il Romano Pontefice rese quel viaggio realmente epocale: parlò di rafforzamento della democrazia sudcoreana e spese parole schiette a sostegno dell’unità delle due Coree. Sigillo del viaggio fu la beatificazione di 124 martiri, con la rassicurazione agli orientali (cinesi in particolare) che i cristiani non intendono porsi, in Asia, nella veste di conquistatori. Speculari, quanto scontate, furono le manovre militari al Nord.

Dunque, che cosa sta succedendo all’altezza del 38° parallelo? Perché questo rinnovato e diffuso interesse per un vecchio arnese della Guerra Fredda come la Corea del Nord? Il sospetto è che si voglia giungere, presto o tardi, ad una risistemazione dell’area estremo-orientale. Perché sebbene i media e il nostro egocentrismo ci inducano a ritenere centrali l’Europa Orientale e il Medio Oriente, è in Asia che si giocano gli equilibri dei prossimi trent’anni. Sono ormai molti ad averlo capito, ognuno alla sua maniera, ognuno con i suoi scopi. Per rimanere in casa, Salvini lo ha intuito, Marine Le Pen lo ha intuito, lo ha intuito Papa Francesco e forse lo ha intuito persino Razzi. Ma ci sono anche le Nazioni Unite che hanno recentemente steso un rapporto di 400 pagine nel quale si descrive il paese per ciò che è sempre stato, cioè una prigione a cielo aperto, nella quale vengono rieducati (per stessa ammissione di Pyongyang) 200.000 prigionieri politici. Non si tratta di un documento pubblicato per proforma: l’intenzione dell’ONU sarebbe quella di portare Kim Jon-un, leader di carisma certamente inferiore a chi l’ha preceduto, di fronte alla Corte Penale Internazionale dell’Aja. Davanti ad essa, risponderebbe all’accusa di violazione dei diritti umani. E c’è dell’altro: secondo Seul, l’UE avrebbe già inviato uno schema di risoluzione per raccogliere il sostegno degli Stati ed avviare un’azione contro la Corea del Nord. Cui prodest?, ci chiediamo noi. E’ ancora presto per comprenderlo ma fa pensare che Kim Jon-un, in questa congiuntura, non abbia ancora dato segni di alcun tipo: il leader nordcoreano non si mostra pubblicamente da quasi un mese, offrendo così il fianco a chi osserva un effettivo indebolimento della sua leadership, fino a suggerire l’ipotesi più grave, cioè che in Corea del Nord si stia iniziando a respirare aria di golpe.