La volontà di unificare un Paese così vasto e un popolo così numeroso è sempre stato l’ideale perseguito da dinastie, sovrani e governanti che hanno dato vita alla civiltà cinese.  “L’Impero di mezzo”  nasce storicamente nel 221 a.C., quando per la prima volta l’Imperatore Qin Shi Huang, con un pugno di ferro, unificò sotto il suo dominio, tutti i regni allora divisi dell’Asia Orientale. Anche Mao Tze-tung, nei suoi scritti mantiene vivo il desiderio di fare della Cina una patria unita, indipendente e indivisibile, raggruppando in primis il popolo attraverso la rivoluzione sociale e culturale e così concludere l’opera iniziata da Qin Shi Huang più di venti secoli prima. Per questo unire il popolo cinese nell’ideale rivoluzionario, fu per 27 anni la missione del maoismo.

Tuttavia la Cina non è mai veramente riuscita a trovare quell’armonia unitaria tanto voluta dalle dinastie che si sono susseguite nei secoli e dal Partito Comunista Cinese in vita ormai da novant’anni. Nell’era contemporanea, “l’Impero di mezzo” sembra dover abbandonare questo sogno millenario poiché i movimenti indipendentisti si moltiplicano e le regioni autonome sono ben cinque in tutto il territorio: il Guangxi, la Mongolia Interna, la Ningxia, lo Xingjiang e il Tibet. Così anche la Cina, come l’Europa e il Vicino Oriente, soffre il fenomeno autonomista. Regionalismo spesso spinto da Washington e dal marchingegno mondalista – secondo la filosofia del divide et impera – grazie ai salmi per la difesa dei diritti umani, vedi Tibet, oppure da quelli a favore della libertà dei popoli ad autodeterminarsi.

Ma la zona più contesa insieme al Tibet, è lo Xingjian (o “Turkestan Orientale”), regione autonoma della Repubblica Popolare Cinese situata nel Nord Ovest, abitata principalmente da un gruppo etnico Uiguro, turcofono e di confessione islamica (45%, vale a dire 8 milioni di persone) e da uno cinese, Han (40%, 7 milioni), comunità tra l’altro maggioritaria della Cina (92% della popolazione cinese): un territorio spaccato in due quindi, affranto da un conflitto etnico-razziale permanente, che vede le due fazioni contendersi la sovranità regionale.

Da una parte il Partito indipendentista Uiguro, finanziato da Washington (poiché l’indipendenza della regione porterebbe i nordamericani ad inoltrarsi in questa zona ricca di risorse naturali e geograficamente strategica) e dall’altra l’etnia Han supportata dall’intero governo cinese che non vuole cedere la zona ai regionalisti islamici e per questa ragione favorisce il popolamento dell’area da parte di soggetti di origine cinese.
Il conflitto più violento risale a luglio del 2009, con un bilancio di 184 morti, tuttavia gli scontri nella regione sono all’ordine del giorno. L’ultimo risale al 2010: a perdere la vita erano state 18 persone dopo uno scontro tra gli Uiguri e la polizia cinese (14 Uiguri e 4 poliziotti). Le pseudo-chiese umanitarie e moraliste come “Peace reporter” e “Human watch right” condannarono la repressione messa in atto dal governo cinese, ammonendo il Partito Comunista Cinese per violazione dei diritti umani. Ma gli Stati Uniti non possono giocare col fuoco ingerendo nelle questioni della Repubblica Popolare. Anche Pechino ha le sue, di armi. Possiede una grossa fetta del debito Usa in buoni del tesoro, e una moneta, lo yen, che svalutata drasticamente importunerebbe l’economia nordamericana e il suo bilancio commerciale.