A molti è sembrata la settimana del rinnovamento; a tanti è sembrata una settimana densa, niente di che. Pare che il leitmotiv della nostra informazione possa sembrare riluttante nei confronti di ciò che di positivo accade nel Bel Paese. La verità è che non accade niente di buono, che anche il presunto e acclamato rinnovamento si tinge di una veste opaca. E’ bello vedere il nuovo volto del Pd targato Matteo Renzi, giovane, diplomatico, che non le manda a dire alla vecchia classe dirigente, ma che in realtà proviene, da affluente, dalle abbondanti acque del fiume DC. Un fiume a cui è stato cambiato nome, ma che in realtà alle prime piogge va in piena e si manifesta nei modi di pensare, nelle scelte che hanno il colore del grigiore, dello stagnare in una posizione di ignavia, senza sapere che pesci pigliare. Questa è la classe politica che per sessanta anni ha retto il paese, lo ha tenuto tra le sue reti facendogli sognare il il paradiso, in realtà il marciume è emerso solo dopo. Ma al di là di tali osservazioni che pare siano del tutto fuori luogo, siamo davvero convinti che Matteo Renzi sia il volto del vero cambiamento? Ma perché un po’ di oratoria rende gli animi così dipendenti da un Barack Obama in stile italiano, dai modi di chi <<sotto sotto>> sa come muoversi e che non esita affatto a lasciarsi finanziare la campagna elettorale da grossi imprenditori – giusto qualcosa che sa molto di americano. Ma questo non basta: il vero problema non è Matteo Renzi, è la flotta dei “vecchi” che improvvisamente sono divenuti tutti “giovani”, tutti dunque tra le fila dei renziani. E dunque tra i nuovi abbiamo la vecchia retroguardia del DC. Alla faccia della nuova sinistra! La “fortunata settimana” si apre dunque con l’elezione del giovane segretario e si accolla il peso di una protesta che blocca letteralmente l’Italia. Tutte le testate hanno parlato di forconi, qualcuno ha cercato persino di strumentalizzare la protesta, mostrando l’immagine di un manifestante sceso da una Jaguar, ma per fortuna la macchina non era la sua ed il tizio in questione, al programma televisivo di La7, “La Gabbia”, si infuria con chi lo accusa di essere espressione di chi cerca di montare il cavallo – Berlusconi in primis – per esprimere la propria vicinanza alla protesta di quelli che stanno in piazza, sulle strade a gridare proprio contro i principali responsabili di uno stato di crisi economica e sociale di prolungata memoria. Di certo il Cavaliere resta tra i corresponsabili primari. La rabbia deve essere salita alle stelle altrimenti non si spiegherebbe per cui uomini e donne, in preda al panico ed in balia di un futuro incerto, decidano di unirsi e bloccare letteralmente l’Italia da Nord a Sud con modi diversi, ma con obiettivi comuni. Imprenditori sull’orlo del fallimento, commercianti e gestori di attività in procinto obtorto collo di chiudere bottega a causa di un sistema economico che li mette in ginocchio, a causa dei modi sanguinari delle banche, delle loro operazioni di salvataggio, che in realtà si traducono nello sbattere la porta in faccia a piccoli e medi imprenditori e ad aprirle solo ed esclusivamente ai garanti del soldo, a coloro che i soldi se li mettono persino nel cuscino. La cosa più assurda è che le banche, dal loro punto di vista, non pensano di essere la radice del male. Le loro operazioni sono solo il frutto di una politica generale che richiede sforzi e che si riverbera anche sulla gestione economica delle banche stesse. Quando in realtà è invece l’economia a stabilire norme e a sottomettere la politica. E il direttore generale dell’Abi, Giovanni Sabatini, si dimostra del tutto convinto – nella sua spicciola retorica – quando afferma che “io non mi sento in colpa per quanto succede”. Ben detto, ma al posto di provare colpa, dovrebbe mettersi una maschera: avrebbe più senso questa carnevalata!