“Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive su una terra molto generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa terra; provo fretta di ottenere che il mio popolo riconquisti il suo diritto alla vita e a una vita decente. Né la prigione né la morte potranno impedire la nostra vittoria finale…”. Con queste parole Ken Saro-Wiwa, attivista e intellettuale nigeriano, descriveva la straziante situazione del suo popolo. Da quasi mezzo secolo, infatti, le popolazioni del delta del Niger vivono sotto l’abbraccio mortale delle multinazionali del petrolio che, oltre a favorire il degrado ambientale hanno provocato migliaia di morti, innescando un conflitto fratricida, tra governo e tribù locali, che dura dal 1992. A macchiarsi dei crimini più odiosi in questi lunghi anni è stata la Shell. La compagnia olandese dal 1957 ha installato i suoi impianti di estrazione nel territorio degli Ogoni, storica minoranza etnica nigeriana, costringendo gli abitanti ad abbandonare le proprie terre e a rinunciare alla loro sola attività di sostentamento, l’agricoltura.

ll processo di appropriazione delle terre del delta del Niger, non è mai stato ostacolato dal governo nigeriano, che anzi attraverso numerosi provvedimenti, tra cui anche una legge costituzionale, ha in pratica concesso senza vincoli lo sfruttamento del suo territorio alle multinazionali straniere, tra le quali anche le italiane ENI ed AGIP. Il governo di Abuja, nato a tavolino, senza nessuna legittimazione di tipo culturale o storico, non ha fatto altro che favorire lo sfruttamento del suo ricchissimo territorio, ostacolando in ogni modo e con ogni mezzo i movimenti  locali che chiedevano la fine delle trivellazioni indiscriminate. Chi negli anni ha provato a mettersi contro le decisioni del governo e contro le potenti multinazionali, ha pagato un prezzo altissimo. E’ proprio quanto accaduto ai membri del MOSOP, il comitato per la sopravvivenza del popolo Ogoni, di cui uno dei maggiori attivisti era proprio Ken Saro-Wiwa, giustiziato dal governo su ordine della Shell, nel 1994.

Con una popolazione di più di trenta milioni di persone ed una densità abitativa tra le più alte del mondo( 265 abitanti per chilometro quadrato), il delta del Niger e la sua capitale, Port Harcourt, sono tra i posti più malsani al mondo, con un tasso di disoccupazione che ha raggiunto livelli intollerabili e con un’urbanizzazione forzata che ha distrutto un ecosistema unico al mondo. Anche in Nigeria il “Dio denaro” si è impossessato delle coscienze delle persone, portando il paese sulla via della distruzione. Se la Nigeria continua ad essere  altamente instabile, dove le uccisioni sommarie sono all’ordine del giorno e dove vigono il più completo caos e anarchia, lo deve proprio al petrolio e alle multinazionali che continuano a sfruttare il suo sottosuolo. Se negli ultimi cinque anni il processo di inquinamento e di distruzione delle comunità locali sembrava essersi arenato, da recenti rapporti pubblicati da varie organizzazioni non governative operanti sul territorio, si evince tutto il contrario, la Shell continua a sversare materiale tossico e a manipolare le indagini sulla fuoriuscita del petrolio.

Una questione quindi, quella tra la Shell/governo nigeriano e le popolazioni locali, tutt’altro che risolta, una vicenda che racchiude in sintesi tutti i mali del nostro secolo, una storia spesso taciuta e poco conosciuta, ma che merita tutta la nostra attenzione. Una storia per la quale vale la pena di “indignarsi” perché esempio di come al mondo non siano finite le vessazioni degli innocenti e dei deboli, di come i potenti decidano la vita e la morte di persone la cui unica colpa è quella di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato.