Composto di aforismi, questo saggio, più che uno studio filosofico, si pone come testo profetico; Nietzsche non argomenta filosoficamente – nel senso platonico-socratico del termine – le sue tesi, né vuole dare spiegazioni; sebbene il suo possa considerarsi un ragionamento fondato su esempi storici e linguistici azzardati, rimane pur sempre ambiguo, misterioso, di quella profondità abissale che colpisce il lettore, lo stimola, lo incuriosisce; Nietzsche non spiega, lui sa. Di conseguenza, il lavoro d’interpretazione che ha seguito tutta l’opera nietzscheana è sempre stato molto problematico, proprio perché l’aforisma, di breve lunghezza, non è collegato linearmente ad un contesto preciso, ed è causa, per questo motivo, di un’ampio ventaglio interpretativo. L’aforisma è un’arte ermeneutica e richiede, secondo il filosofo, tempo, meditazione e saper “ruminare”. In Nietzsche dunque, vi è e vi sarà sempre un problema di fondo insormontabile costituito dal rapporto tra ricerca oggettiva del vero e interpretazione soggettiva.

La Genealogia della Morale ripercorre l’evoluzione della morale, dei suoi valori, del suo valore e della sua legittimità; tuttavia non può fare a meno di introdurre delle considerazioni antropologiche sull’uomo e sulla sua natura, che appaiono ancora tutt’oggi non solo attuali, ma persino innovative. Invero, nella prefazione del suo testo troviamo scritto:“Siamo ignoti a noi medesimi, noi uomini della conoscenza, noi stessi a noi stessi: è questo un fatto che ha le sue buone ragioni. Non abbiamo mai cercato noi stessi – come potrebbe mai accadere, un bel giorno, di trovarsi?”

In Nietzsche, dunque, morale e natura umana vivono e si evolvono in un complesso rapporto sinergico, che tenteremo di analizzare per comprendere lo sviluppo della pena come senso di colpa e l’origine della coscienza come cattiva coscienza.

La seconda dissertazione, “colpa, cattiva coscienza e simili”, esplicita un concetto fondamentale del pensiero nietzscheano: la dimenticanza. Mentre Socrate prediligeva la rimembranza attraverso un processo maieutico, il filosofo tedesco elogia l’oblio e chiama l’uomo a dimenticare e a dimenticarsi. Ma perché dimenticare? e sopratutto cosa dimenticare? Nietzsche pone l’oblio come rimedio alla stabilità dell’uomo moderno alla coscienza, alla morale che la società, dopo un lungo processo storico, approva ed integra perfettamente nella sua cultura e nella sua mentalità, non come semplice forma mentis ma come dogma metafisico elevato a legge universale. Dimenticare la propria coscienza morale, questa l’idea con la quale Nietzsche apre il suo discorso, ma quale coscienza morale precisamente? Prima di sviluppare (/interpretare) le considerazioni del filosofo sulla pena, la colpa e la nascita della coscienza, introdurremo l’origine della morale secondo il pensiero nitzscheano.

Il filosofo di Lipsia teorizza invero due morali: quella originaria e naturale, la “vera” Morale, estrapolata dall’esempio degli antichi e dalla parola buono, che etimologicamente deriva da nobile, aristocratico, forte, superiore; e la morale del gregge, nata con il sopravvento dell’Ebraismo e del Cristianesimo. La prima delle due trova, secondo Nietzsche, la sua massima ed ultima espressione nell’antichità romana, dove buono era il guerriero, il dominatore, il forte, e cattivo – linguisticamente derivato da volgare, plebeo, basso – era appunto il reietto, il debole, il malato.

Il signore aristocratico era la pura incarnazione della morale, una morale basata sulla forza e quindi pienamente terrena, senza riscontri trascendentali, che gridava si alla vita, esaltava e auspicava la naturalità, il coraggio e l’audacia, come la purezza di mente, la salute e la gioia di vivere. Morale era dunque l’uomo “incurante, beffardo, violento”, ma anche quello dissoluto, passionale, crudele e istintivo, l’uomo in quanto uomo.

Ebraismo e Cristianesimo al contrario, hanno dato vita nel tempo ad un paradigma della morale ancora oggi incastrato nell’impianto sociale e culturale della nostra civiltà occidentale, introducendo la separazione dell’elemento razionale da quello naturale. Questa scissione ha reso l’uomo un essere ragionevole, capace di promettere e mantenere, temporale e temporalizzato, prevedibile e calcolabile. La morale del gregge, ebraico-cristiana, nasce con un processo evolutivo non indifferente, attuato dalla casta sacerdotale con una propaganda in stile Goebbels.

Ma in che modo ha origine e successo questo sviluppo? Il filosofo tedesco, contrario a tutte le tesi trascendentali (Ralph Waldo Emerson) e anti-trascendentali del sentimento morale (Adam Smith), fa risalire le radici della moris, al ressentiment, all’odio e al rancore nei confronti dell’aristocratico, potente e dominatore. Il volgo popolare, infatti, secondo Nietzsche, si è specchiato in questo stato di impotenza e invidia, e la casta dei preti, i cosiddetti “falliti della vita”, con false promesse e “speranze ultraterrene” (Così parlò Zarathustra) adularono la plebe ad accettare la morale ascetica del sacerdote, sino a trasvalutare i valori che resero l’uomo puro, mite, povero e malato il buono, mentre cattivo, malvagio e cioè immorale, divenne l’uomo istintivo, violento, impuro, passionale, lussurioso, attaccato alla terra. Questa dislocazione del bene e del male sarà l’origine prima della morale, ed è la rivoluzione che il pensiero nietzscheano ha messo in atto in modo innovativo quanto sconcertante per l’epoca, riducendo la morale – una morale che per secoli ha guidato l’occidente – ad un sentimento così meschino ed infimo.

Il Cristianesimo e l’Ebraismo rappresentano a pieno l’apogeo e il trionfo della rivolta degli schiavi, la vittoria degli ideali ascetici, che rendono pigri e raffinati, poveri e miti, grazie al rovesciamento di tutti i valori, quelli veri e naturali, spontanei e sinceri. La trasvalutazione si basa su concetti effettivamente semplici: non riesco a raggiungere l’uva, la disprezzo, dico che è acerba e rinuncio. È una morale degli schiavi rinunciataria, e le virtù che propone sono umiltà, sacrificio, rinuncia; il merito dello sconfitto che fa apparire la sconfitta una virtù. Il discorso della montagna manifesta a pieno questi concetti, di una morale inventata dagli ultimi, dove Cristo dice: “gli ultimi saranno i primi” (Matteo 20, 1-16). L’ultimo erige a valori i motivi della sua sconfitta.

Gli antichi secondo Nietzsche erano ancora in grado di comprendere le vere virtù: saper primeggiare, impostare la propria vita sotto il segno della propria volontà, lasciare sempre un segno indelebile.

Le virtù della nuova morale sono generate da impulsi psicologici bassi, infimi, squallidi, “umani, troppo umani”. L’azione sacerdotale, per compiere il suo progetto, ha agito anche sul significato linguistico dei concetti, una vera e propria trasvalutazione di senso, che fa finalmente apparire “l’impotenza che non si vendica [come] bontà, la timorosa abiezione [come] umiltà”

La Morale del gregge è infine l’elevazione a norma e a regola metafisica della negazione della morale aristocratica, attuata nella dislocazione di tutti i valori prima considerati buoni e giusti; è il no alla vita in opposizione al si del nobile, del forte, del guerriero.

In questo contesto, dunque, si inserisce la pena, intesa come punizione per i trasgressori della norma della nuova Morale. I Cristiani infatti, da perseguitati divennero persecutori, appena l’imperatore Costantino riconobbe il Cristianesimo come religione ufficiale dell’imperium.

Ma in che modo nasce, si evolve e viene concepita la pena? E in che modo, secondo il filosofo di Rocken questa, rivalutata nel contesto della Morale del gregge, ebraico-cristiana, diventa colpa, senso di colpa, e quindi cattiva coscienza?

Nietzsche anche qui, secondo le due diverse morali definite, concepisce due tipi di pena, o, per meglio dire, due interpretazioni della pena, appartenenti all’una e all’altra morale. Nell’antichità, prima della nascita e della diffusione del sentimento ebraico e cristiano, la pena si concepiva nel rapporto – antico quanto l’uomo stesso – tra creditore e debitore, tra uomo e uomo. Il trasgressore diveniva debitore e quindi era insolvente nei confronti del danneggiato. Il creditore, per ristabilire l’equilibrio perso, si vendicava – concetto inesistente nella Morale cristiana – e il debito veniva saldato attraverso la sofferenza del debitore. Questa sofferenza unicamente fisica, era quindi il mezzo per ristabilire l’equilibrio tra le parti. La giustizia, basata unicamente sulla legge del più forte, ha in sé qualcosa di puramente irrazionale quanto umano, e cioè il piacere di fare del male ad un nemico; l’uomo era crudele, senza provarne vergogna. La compensazione dell’insolvenza avveniva proprio con la manifestazione della sofferenza da parte del trasgressore, e, per l’appunto, come Nietzsche sottolinea, gli atti di giustizia nei confronti del reo erano un tempo degli eventi di festa (roghi, impiccagioni, lapidazioni, squartamenti) dove l’equilibro aveva modo di ristabilirsi. La giustizia manifestava dei sentimenti di violenza, di naturalità violenta.

Tuttavia la nuova Morale, con la trasvalutazione di tutti i valori, muta essenzialmente il concetto di pena, e mentre un tempo la pena era fine a sé stessa, non andava oltre il dolore fisico, ora la pena diviene causa prima della colpa e dell’interiorizzazione di questa da parte della coscienza. Se prima il rapporto si limitava all’uomo sull’uomo, ora era tra Dio e uomo, perfetto e imperfetto, infinito e finito; l’espiazione diventa quindi interminabile, insaldabile e l’uomo, in ogni caso, si trova ad essere in un perenne caso di insolvenza. Nietzsche cerca di trovare attraverso la pena il rapporto idealizzato tra debitore e creditore che dà vita al senso di colpa e al bisogno di chiedere perdono, un perdono infinito verso il perfetto ed il creatore. Il peccato originale è già una colpa in sé, un debito inestinguibile: questo è, secondo Nietzsche, il più autentico e sporco canone morale della giustizia.

La pena viene definita, e possiamo consideralo ancora vero nell’odierna società, come un mezzo di miglioramento del reo, come una protezione della società, come l’impedimento di un danno ulteriore, come espiazione che possa rendere innocuo il peccatore. Ma per Nietzsche, anticonformista sprezzante, la spiegazione è ben diversa. La pena infatti, se prima era la manifestazione esplicita della crudeltà umana, ora, con la “nuova” Morale, viene velata da un sentimento di miglioramento e punizione come vera espiazione dalla colpa, ma che nasconde in sé una verità ben più triste: essa occulta tutta l’impotenza e il risentimento dell’uomo nei confronti stessi dell’uomo, della sua natura animale e pericolosa. Non è solo un atteggiamento di rivalsa tra debitore e creditore per ristabilire l’equilibrio, come era consono per la pena della Morale aristocratica, ma serve a far interiorizzare il sentimento di colpa nella coscienza dell’Io colpevole. La cattiva coscienza è il fine e il processo, prima arcano e ora svelato da Nietzsche, che la morale elabora per arrivare ad essa, è un istinto represso di libertà, è una volontà di potenza incatenata che si dirige e implode in sé stessa sino a rendere l’uomo miserabile, piccolo, schiavo, incarcerato nell’intimo, privo di quella grandezza che potremo abbinare ad un nobile romano valoroso, audace, grande d’animo e di spirito, sprezzante ed incurante, oppure ad un animo ottocentesco e romantico, che si esteriorizza con impeto e con una certa malinconia all’esterno, nella solitudine (pathos della distanza), immerso nella sua grandezza, mentre accetta e guarda con occhio lucido la tragedia dell’esistenza.

La pena, per riallacciarci al ragionamento precedente, è quindi la riproduzione del comportamento normale contro il nemico odiato, cioè il debitore insolvente che pagherà il suo debito con la sofferenza, sofferenza e male che contribuiranno, in parte, a saldare il debito nei confronti di Dio. Ma una volta che il rapporto si idealizza, nella Morale del gregge, fino a crearsi tra Dio e l’uomo, non si genera solo sofferenza ma senso di colpa puro, sentimento di inferiorità, di vergogna dell’uomo per l’uomo.

La pena nasce quindi come negazione da parte dell’uomo – giustificata dalla volontà divina – dell’uomo stesso, divenendo colpa e senso di colpa per l’esistenza stessa, per l’essenza stessa dell’uomo.

“Con ciò, però, si aprì la strada alla più grave e oscura malattia, da cui sino a oggi l’umanità non è guarita, la sofferenza che l’uomo ha di sé, dell’uomo stesso: come conseguenza del distacco violento dal suo passato animale, di un salto, di una caduta quasi, in nuove situazioni e condizioni esistenziali, di una dichiarazione di guerra contro gli antichi istinti su cui fino ad allora aveva fondato la sua forza, il suo piacere e la sua temibilità”.

In questa Morale nuova, razionale, innaturale, ragionevole, la volontà di potenza gioca un ruolo inverso e si nega a sé stessa, si nega la sua naturalità, quella naturalità piena di vita e di passione che profetizzava lo Zarathustra, l’oltreuomo.

Il senso di colpa nasce, pertanto, quando il comportamento non rispetta la norma morale e metafisica annunciata dalle scritture, dal Messia, dalla casta sacerdotale, che reputa sbagliato il comportamento naturale, istintivo, violento.

La colpa è intesa da Nietzsche come sentimento metafisico innaturale ed inumano radicato alla base della coscienza; coscienza di cui dovremo liberarci il prima possibile tramite l’oblio.

Quindi abbiamo visto come la morale del gregge, la morale ebraica, ma soprattutto quella radicatasi nel tempo grazie all’avvento di Cristo, il Messia, l’Unto, il figlio di Dio, abbia dato vita al senso di colpa attraverso la pena e l’interiorizzazione di questa da parte della coscienza. Ma perché questa pena? La pena interiorizzata è divenuta colpa per il semplice fatto di essere uomini, di avere istinti, passioni, di avere in sé una volontà di potenza che vuole esplodere verso la propria naturalità. La figura di Dio, un Dio nuovo, diverso rispetto agli dei pagani, mette l’uomo in condizioni di hybris, e radica in lui un senso di colpa nei confronti del divino, proprio per il fatto di non essere divini. Questa pena interiorizzata è divenuta colpa e senso di colpa attraverso la coscienza di sé, coscienza come consapevolezza di inferiorità e imperfezione. La Morale rende quindi l’uomo “pigro e raffinato”, gli nega la sua naturalità, i suoi istinti, le sue passioni. La negazione è alla base del senso di colpa. L’uomo si sente colpevole di essere come è, e non potendo più sfogarsi liberamente implode in sé stesso.

“Tutto il mondo interiore, agli inizi sottile come se fosse teso tra due strati epiteliali, si è espanso e spalancato, ha guadagnato profondità, larghezza, altezza, tanto quanto le possibilità dell’uomo di scaricarsi all’esterno sono state impedite. Quei bastioni terribili con cui l’organizzazione statale si proteggeva contro gli antichi istinti della libertà – le pene sono fatte soprattutto da questi bastioni – fecero sì che tutti quegli istinti dell’uomo libero e randagio, regredendo, si rivolgessero contro l’uomo stesso”.

L’Io, come soggetto represso e colpevole, si crea nell’interiorizzazione della colpa, in quel processo di repressione della propria essenza e della propria natura; natura che è alla base, secondo Nietzsche, della morale naturale del signore; naturale proprio perché non pensata, non ragionata, fine a sé stessa, che vede nell’uomo solo l’uomo e la sua umanità. É in questa analisi che troviamo tutta l’antropologia nietzscheana nella sua manifestazione più violenta e appassionata. Una Morale in un certo senso anti-morale, a-morale, senza giustificazione, né auto-proclamazione o legittimazione per mano divina ma, al contrario, messa in atto autonomamente e liberamente grazie al diritto di forza. Una concezione che si pone non solo contro l’antropologia rousseauiana ma anche contro il pensiero morale giusnaturalista.

Tutto, dunque, agli occhi dell’uomo, del gregge che segue la morale ascetica posta in atto dalla casta sacerdotale, sembra sbagliato. Tutto ciò che è naturale nell’uomo causa colpa e cattiva coscienza, si sfoga contro di sé, rimane taciuto e represso nella propria coscienza, sporca e macchiata.

“L’inimicizia, la crudeltà, il piacere della persecuzione, dell’attacco, delle mutazioni, della distruzione – tutto quello che si rivolta contro i possessori di tali istinti: questa è l’origine della cattiva coscienza. L’uomo che in mancanza di nemici esterni e resistenze, costretto nelle oppressive strettoie e regolarità di costumi, dilaniava impaziente sé stesso, si perseguitava, si torturava, si punzecchiava, si maltrattava, questo animale che si butta contro le sbarre della sua sbarra ferendosi, che vogliono “domare”, questo essere privato di qualcosa, divorato dalla nostalgia del deserto, che ha dovuto fare di sé un’avventura, una camera di tortura, una giungla malsicura e piena di pericoli – questo dissennato, questo prigioniero disperato e sitibondo di desiderio, diventò l’inventore della cattiva coscienza”.

Superbia, vendetta, acutezza, dissolutezza, amore, sete di dominio, sono caratteristiche naturali alle quali la morale del popolo-gregge, del volgo, dice no, dice no per paura, per impotenza, per risentimento verso il forte che può esercitare liberamente la sua grandezza che può espandersi liberamente, che può gioire della vita in tutte le sue forme naturali.

L’amore che la morale del gregge professa, si è generato nell’odio, nel rancore, ed è così che l’anima umana è divenuta malvagia.

Nietzsche dirà allora: “cos’è il nichilismo se non questo? Noi siamo stanchi dell’uomo”. Egli arriva al nichilismo tramite la morale, nella sua implosione che sarà, secondo Nietzsche, il futuro dell’occidente:

“Cio’ che io racconto e’ la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene, ciò che non puo’ fare a meno di venire: l’avvento del nichilismo. Questa storia può già ora essere raccontata; perche’ la necessita’ stessa e’ qui all’opera. Questo futuro parla già per mille segni, questo destino si annunzia dappertutto; per questa musica del futuro tutte le orecchie sono già in ascolto. Tutta la nostra cultura europea si muove in una torturante tensione che cresce da decenni in decenni, come protesa verso una catastrofe: irrequieta, violenta, precipitosa; simile ad una corrente che vuole giungere alla fine, che non riflette più ed ha paura di riflettere.” (Wille zur Macht)

Senso di colpa, cattiva coscienza, elogio del povero e del debole, dell’antiuomo, per arrivare al desiderio di unione mistica con Dio che è, in fondo, secondo l’ateismo di Nietzsche, unione mistica con il nulla, volontà del nulla, di un’altra vita ultraterrena nella continua speranza di un futuro che non arriva mai, per la paura dell’accettazione della tragedia dell’esistenza. Questo è infine il nichilismo: l’uomo che non è più uomo, che si aggrappa alla metafisica, che tende verso di essa, verso il nulla, e si dimentica della terra e di sé stesso, della sua indole terrena, caduca, naturale, vera, pura, istintiva, dissoluta, empia di passioni e di piacere.

Ormai l’uomo annoia secondo la concezione del filosofo, non è più sé stesso, egli si è perso nel tentativo di raggiungere l’ascetismo, la purezza intellettuale, per sfuggire ai pericoli della vita e all’impotenza nei confronti di questa, all’incapacità del debole di essere uomo, di dimostrarsi uomo. E ora la morale rende uomo chi si astrae dalla sua umanità e naturalità.

Queste sono le considerazione di Nietzsche sulla Morale, sulla pena, la colpa e sulla cattiva coscienza. Attraverso questi concetti si delinea con evidenza sprezzante e innovativa l’idea antropologica che vive alla base di tutta la filosofia nietzscheana. Nietzsche infatti vuole trasvalutare nuovamente tutti i valori come si era posto nel saggio “Volontà di potenza, la trasvalutazione di tutti i valori”. Tuttavia, caduto nel baratro della follia a partire dagli anni 90′ dell’Ottocento, non riuscirà mai a portare a termine il suo progetto (che verrà rielaborato dalla sorella e pubblicato postumo).

Nietzsche vuole un uomo nuovo, l’Oltreuomo, quello incarnato dal suo Zarathustra, un uomo senza crepuscolo, che non tramonta mai, che vive di luce propria e si supera continuamente, mutevole, passionale, istintivo, attaccato alla terra. Ma in fin dei conti, questo oltreuomo, libero dalla metafisica, privo di ideali ascetici, che distrugge tutti i valori della Morale e torna alla Morale della terra, con nuove virtù, non è forse la trappola metafisica, tesa dalla Metafisica stessa, in cui Nietzsche cade?

Genealogia della Morale intanto, si inserisce perfettamente nel contesto del giudizio e del perdono, e rivela come ogni morale, inquadrata in un determinato contesto storico, possa cambiare la concezione di questi due concetti. Con la Morale aristocratica, giudizio e perdono erano momenti di pura vita terrena, dove il giudizio era dato semplicemente dal più forte, e il perdono concesso e accordato solo dopo il ristabilimento dell’equilibrio tramite crudeltà e sofferenza. Nella Morale del gregge questi due momenti costituiscono precisamente due momenti metafisici dell’esistenza umana, poiché vengono messi in relazione con il divino e si trascendentalizzano. Il giudizio è dato unicamente da Dio e quindi dai suoi rappresentanti terreni, dalle scritture, dalle rivelazioni, dal kerygma cristiano, e il perdono, inteso come superamento della colpa, sarà sempre un’ideale posto al di là della vita, oltre la vita stessa, nella speranza ultraterrena che la religione professa. In terra il perdono, l’espiazione e l’annullamento della colpa, restano un processo interminabile, perché l’uomo non chiede perdono a Dio per un semplice atto, ma proprio per essere uomo e per essere sé stesso. Jankelevitch, filosofo francese del Novecento, nel suo saggio Pardonner? scrive:

“Gli ebrei erano perseguitati perché erano ebrei, e non a cause delle loro opinioni o della loro fede: è l’esistenza stessa che era loro rifiutata; non si rimproverava loro di professare una particolare idea, si rimproverava loro di essere.”

La Morale, in un certo senso, non è forse un’analoga negazione dell’uomo, se seguiamo la profezia di Nietzsche? L’uomo, l’essere uomo, è invero messo in condizione di domandare perdono continuamente, sino alla morte, per il semplice fatto di essere, di esistere. Nietzsche critica la volontà del nulla dell’uomo che è chiamato a non essere, ad annichilirsi di fronte a Dio, “a volere il nulla piuttosto che non volere”.

A partire da questo testo, che permette molteplici interpretazioni e lascia molte domande in sospeso, Nietzsche, da abile psicanalista e conoscitore dell’indole umana (considerato appunto un precursore della moderna psicanalisi), ci lascia entrare nelle profondità abissali dell’antropologia, dove si può cogliere quanto la Morale, ideale divino e trascendentale che per anni si è radicato nel cuore dell’uomo occidentale, dal primo cristianesimo sino all’ultimo illuminismo, sia stato alla base della nostra cultura e ora viene ricondotto così intimamente alla terra e ai sentimenti più infimi della natura umana: questa è la grande rivoluzione nieztscheana!

Dal 5 dicembre in Libreria

Copertina Letteratitudine