Lo sport, specialmente nelle sue manifestazioni globali, può essere un indicatore significativo delle relazioni internazionali. Nel corso della storia più volte il destino sportivo ha messo di fronte realtà contrastanti, oppure è stato teatro di eventi tragici, come dimostra l’attentato di Monaco 1972. Le discipline sportive insomma hanno spesso presentato forti connotazioni politiche. A tal proposito, è arrivata ieri l’ufficialità della notizia in virtù della quale la Corea del Nord, dopo 12 anni, non avrà nemmeno un rappresentate del paese alle olimpiadi invernali che si terranno a Sochi a partire da venerdì. Il fatto che nessun atleta del regime si sia qualificato all’evento non può essere però l’unico fattore che possa giustificare tale assenza.

Il Comitato olimpico di Sochi, infatti, ha negato al regime di Pyongyang la “wild card”, una sorta di pass che viene solitamente concesso ai paesi più arretrati al fine di promuovere la diffusione delle discipline sportive in tali paesi. Il tutto può essere visto sotto un’altra ottica, ad esempio come un raffreddamento, ed è proprio il caso di dirlo trattandosi di olimpiadi invernali, dei rapporti tra la Corea del Nord, appunto, e la Russia, stanca probabilmente dell’aggressività con cui Pyongyang ha condotto le sue politiche nell’ultimo anno.

Tuttavia, il regime sta comunque pensando di mandare Kim Yong-nam, capo di Stato la cui carica ha solo valore simbolico, a presenziare la cerimonia d’inaugurazione e sarà dunque quanto meno curioso sapere quale sarà la risposta del governo russo a riguardo, non essendo consentito dal regolamento olimpico l’accesso ai capi di Stato o di governo di paesi che non prendono parte alle Olimpiadi.

Tornando brevemente all’aspetto sportivo, chissà cosa il regime ha in serbo per gli atleti che non sono riusciti a centrare la qualificazione alle olimpiadi. Lo sport infatti gode di un’importanza quasi suprema in Corea del Nord, e gli atleti sono considerati come “eroi della Rivoluzione”, ai quali spetta l’onore di rappresentare il paese e metterne in luce l’orgoglio e il prestigio. E le brutte figure non sono tollerate. In tal senso, occorre sottolineare il trattamento riservato dal regime alla nazionale di calcio nordcoreana, all’indomani dell’eliminazione dal mondiale sudafricano del 2010, la cui partecipazione già di per sé rappresentava un’impresa notevole. Dopo la sonora sconfitta patita per mano del Portogallo per 8-0, appena rimpatriati, si sono perse le tracce di numerosi calciatori, altri sono stati invece relegati a lavorare nelle miniere, mentre l’allenatore addirittura è sparito dai radar, facendo presagire qualcosa di nefasto. Dei veri e propri trattamenti punitivi, assurdi se si considera il motivo che li ha generati, e che pure in Corea del Nord assume la veste dell’umiliazione nazionale che non può rimanere impunita.

Questi comportamenti, lungi dall’essere passati inosservati, hanno rappresentato probabilmente un fattore nella decisione del Comitato olimpico di tagliare fuori la Corea del Nord. Oppure, riprendendo l’ottica più squisitamente politica dalla quale osservare la questione, ciò manifesta il primo segnale del logoramento dei rapporti tra Corea del Nord e Russia.