Dopo un breve periodo di appannamento, dovuto alla mutata situazione internazionale, la NATO ritorna in grande stile grazie alla crisi Ucraina, usata come spauracchio per fare leva sugli antichi timori dei suoi membri orientali e servire gli interessi angloamericani in Europa. Se ancora si poteva avere qualche dubbio sulla reale funzione attuale di quest’alleanza, dopo il vertice in Galles e la conseguente decisione di aprire cinque nuove basi nell’est Europa, appare sempre più evidente il tentativo di proseguire l’escalation nei confronti della Russia con lo scopo neanche tanto recondito di esacerbare il dissidio tra l’Unione Europea e il suo vicino euroasiatico. Fondata nel 1949 la NATO trovò ragione d’essere come alleanza difensiva anti-sovietica e fu specchio del corrispettivo Patto di Varsavia. In un’Europa divisa dalla cortina di ferro e sotto minaccia sia armata che politica del blocco comunista, l’Alleanza Atlantica si cementificò intorno al concetto della “difesa collettiva”, secondo l’articolo 51 delle Nazioni Unite. Lo statuto non lasciava spazio al dubbio che in caso di attacco a uno degli Stati membri, tutti i contraenti sarebbero intervenuti in suo soccorso con tutti i mezzi a loro disposizione. Nei successivi cinquant’anni la NATO affinò la sua capacità di pronto intervento creando un comando unificato, sviluppando strategie comuni e testando tattiche e mezzi tramite esercitazioni collettive; inoltre continuò costantemente ad allargarsi fino a includere di fatto tutte le nazioni occidentali e perfino la Turchia, vera spina nel fianco con i suoi missili puntati verso l’URSS.

Con la caduta del muro e il dissolvimento del pericolo comunista, la NATO iniziò a vedere ridimensionato il suo ruolo di “gendarme occidentale” – il nemico era stato sconfitto e non c’erano altre minacce paragonabili – inoltre la creazione della UE avrebbe dovuto portare a una maggiore stabilità e a un progressivo disimpegno statunitense dal Vecchio Continente. Ma non andò così: l’alleanza nata come difensiva si ritrovò nel 1999 a bombardare la Serbia e neppure una base venne smantellata; anzi vi fu il IV° allargamento con Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria, seguito dal V° nel 2004 che incluse Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia. Nel 2008 entrarono nel club pure la Croazia, l’Albania e si formalizzò la preadesione della Georgia. In quest’ottica si comprende meglio come il progetto d’integrazione europea, inizialmente osteggiato dagli USA – che vedevano nel grosso mercato comune, nella sua valuta concorrenziale nei confronti del dollaro, nel progetto dell’esercito europeo, nel logico sfruttamento e futura integrazione delle risorse russe – trovò invece un nuovo senso come espansione della NATO stessa in tutti gli Stati che un tempo orbitavano nell’alleanza avversa. Così, dopo l’11 Settembre, l’Alleanza Atlantica si presentò con la nuova veste di organizzazione per la lotta al terrorismo; ma, dato il suo carattere prettamente difensivo, non riuscì a coinvolgere i suoi membri a partecipare alla guerra in Afghanistan, in Irak e Libia, se non in ordine sparso.

L’obiettivo importante era comunque già stato raggiunto: far naufragare il progetto ECDR di difesa europea che, nelle intenzioni originarie, avrebbe dovuto prediligere iniziative comuni nel progetto, sviluppo e ricerca di programmi nazionali. Così, dopo il successo dell’Eurofighter e mentre le industrie di armamenti europee razionalizzavano le risorse specialmente in campo aerospaziale ed elettronico (Airbus, BAE System, Finmeccanica su tutti), i governi europei capitanati dalla Gran Bretagna – forte della sua special relanshionship con gli USA – disinnescarono tutte le iniziative comunitarie in campo militare, dotando l’EDA (European Defence Agency) di un budget risicato di 10 milioni di euro. Si presenta ancora oggi l’Europa come incapace di difendersi autonomamente quando in verità, nonostante la crisi, si spende tanto e si spende male – L’EU a 28 ha la seconda spesa al mondo dopo gli USA -, osteggiando programmi comuni che porterebbero occupazione e sviluppo per favorire le importazioni di armi americani. Il caso dell’F-35 è emblematico.

La crisi ucraina, preparata e orchestrata da tempo, porta nuova linfa al progetto atlantista: non solo dà nuovi pretesti per far alzare la voce ai più acerrimi nemici di Mosca (paesi baltici e Polonia in primis), impegna i partner europei a raggiungere il 2% del PIL in spese militari nei prossimi 10 anni (in barba alla crisi e all’austerity) e ufficializza la necessità di creare altre nuove 5 basi nell’Est con una forza di 10.000 uomini, armi e mezzi pesanti dispiegabili in sole 48 ore contro i 4 giorni attuali. Basi che in maniera duratura abbiano una “presenza persistente e non permanente” in modo tale da non violare l’accordo siglato nel ’97 con la Russia che vieta la presenza di basi NATO nei paesi ex-sovietici. Veramente c’è qualcuno a Bruxelles che creda ancora nella possibilità di un’invasione di tank con la stella rossa?