A Rashtrapati Bhavan, l’imponente e meraviglioso palazzo presidenziale di Nuova Delhi, non si vedeva una folla simile dall’insediamento solenne di Pranab Mukherjee, quasi due anni fa. Narendra Modi, 63 anni, leader del partito nazionalista indù Bharatiya Janata Party (BJP) e trionfatore alle ultime elezioni generali per il rinnovo della composizione della Lok Sabha (la camera bassa del Parlamento), ha pronunciato nel pomeriggio del 26 maggio il solenne giuramento che lo ha reso il quindicesimo Primo Ministro indiano dall’indipendenza del paese. Presenziavano alla cerimonia delegati da tutti i paesi membri della Associazione sud-asiatica di cooperazione regionale (SAARC), incluso il premier pakistano Nawaz Sharif, la cui fino all’ultimo non del tutto scontata presenza, dati i complessi rapporti tra i due stati, lascia ora intravedere nuovi orizzonti di collaborazione tra il suo paese e l’India.

A chi si domanda chi sia Narendra Modi, e come possano spiegarsi le ragioni del suo exploit, si può rispondere tracciandone un profilo sommario. Di umili origini, svantaggiato da una società che tutt’oggi discrimina chi ne fa parte per l’appartenenza castale, Modi ha costruito il proprio successo sulla concretezza dei risultati ottenuti nel corso di una lunga carriera politica, cominciata tra le fila del Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), organizzazione indù di estrema destra, e proseguita in quelle del BJP.

Abile oratore di estrema popolarità, soprattutto tra i giovani, da anni Modi parla direttamente al cuore della nazione indiana tenendo alti i vessilli della difesa dell’identità indù e della lotta settaria alla minoranza musulmana. Una carriera politica, la sua,  certamente non esente da episodi controversi, come il fallimentare contenimento dei violentissimi scontri che, nel febbraio-marzo del 2002, insanguinarono i principali centri dello Stato federato del Gujarat subito dopo la sua nomina a governatore, che costarono la vita a quasi mille persone – in prevalenza musulmane – e riguardo i quali egli non ha tuttora mai espresso alcuna parola di condanna, di ammissione delle proprie responsabilità o di scuse.

Il popolo indiano però, a giudicare dagli strepitosi risultati ottenuti in sede elettorale – 285 seggi solo con il BJP, 355 se si considerano anche quelli fruttati dall’alleanza di centro-destra da questo guidata – è disposto a dimenticare gli errori del passato a fronte di una leadership dinamica, energica e propositiva che sappia rispondere adeguatamente alle esigenze e alle ambizioni indiane tanto sul piano interno quanto su quello internazionale, e che faccia dimenticare le lacune e la debolezza strutturale dimostrate finora dal governo congressista di Manmohan Singh.

Un compito ambizioso per il neo-eletto premier, che consiste fondamentalmente nel compiere su una scala estesa all’India intera quello che dodici anni di incisiva leadership hanno reso possibile nel Gujarat, che ad oggi costituisce uno tra i modelli di sviluppo economico a cui si guarda con più ammirazione, anche fuori dai confini asiatici.

Il governo di Modi, dal 2004 ad oggi, ne ha fatto lievitare il PIL del 12% e ha triplicato il volume degli scambi commerciali – l’intera provincia, da sola, oggi assorbe il 25% delle esportazioni dell’intero paese – ne ha sviluppato le infrastrutture e ne ha migliorato l’establishment governativo, al punto da convincere maggioranze sempre più ampie di imprenditori ad investire il proprio capitale nell’area.

Una consistente porzione di opinione pubblica non dubita che il miracolo sia replicabile anche nel resto del paese, e non è difficile vedere in Narendra Modi una controparte indiana di Shinzo Abe: tratti comuni ai due premier sarebbero l’impegno alla crescita, allo sviluppo e a una migliore gestione delle risorse economiche dei loro paesi, più la ricerca di nuove partnerships internazionali e il rafforzamento di quelle esistenti, a garanzia della stabilità della regione e di un forse simbolico, ma non per questo irrilevante, arginamento del Sinocentrismo asiatico.

 

Dunque, via libera a una maggiore apertura del paese agli investimenti e ai sodalizi esteri; lotta alla corruzione negli apparati di governo e loro progressiva deburocratizzazione; messa a punto di un programma di potenziamento delle infrastrutture e dei sistemi di welfare; ricerca di nuovi equilibri, non necessariamente conflittuali, con il gigante cinese nell’ottica di una maggior integrazione regionale. La condotta autoritaria e poco populista di Modi, il suo rigorismo, il nazionalismo radicale e radicalizzato che egli promuove, costituiscono l’altra faccia della medaglia; si prospettano all’orizzonte l’inasprimento delle posizioni anti-islamiche nel paese e la proliferazione degli scontri settari. Se Narendra Modi giocherà un ruolo di punta per la distensione delle relazioni India-Pakistan come a suo tempo fece Nixon per quelle USA-Cina, se i suoi forti legami con il partito d’appartenenza lo renderanno più simile a Xi Jimping, se le sue politiche di incentivazione del lavoro avranno lo stesso impatto di quanto ne ebbero quelle di Margaret Thatcher, o se, ancora, la politica estera aggressiva e l’avvicinamento alla Cina lo faranno apparire come un Putin in dhoti, è ancora troppo presto per dirlo.

Al di là di qualsiasi analogia postulabile, quel che l’elezione di un self-made man come Modi ha dimostrato al suo paese e al mondo intero è che sembra essere giunta, anche per l’India, un’opportunità di promuovere e vivere il suo peculiare modello di sogno nazionale.

Nel bene e nel male, che all’India sia dato il benvenuto nel ventunesimo secolo.