Finanziati, armati ed addestrati, prima di diventare fin troppo grandi e quindi temibili anche per chi li ha buttati sul ring mediorientale; parliamo dei gruppi fondamentalisti islamici, oggi riuniti in gran parte nell’ISIS e nel califfato islamico proclamato dai miliziani tra Iraq e Siria. La loro crescita è sfuggita di mano a chi li ha creati, a chi li ha armati per destabilizzare una regione ed in particolar modo il governo di Bashar al Assad.

Non è sfuggita agli occhi ed alle orecchie di chi da mesi segue il conflitto siriano, il grido d’allarme dell’Arabia Saudita: “Fermare l’ISIS prima che sia troppo tardi”. Viene quasi da ridere, se non fosse che gli anni di conflitto siriano e le settimane di occupazione irachena da parte dei miliziani, ha ucciso e continua ad uccidere migliaia di innocenti.

I toni dell’Arabia Saudita, sono quelli di chi alza la voce per creare zizzania in un determinato contesto e poi indica come responsabile il proprio vicino; è risaputo come le cosiddette ‘petromonarchie’, Arabia Saudita e Qatar in primis, abbiano in questi anni incentivato il terrorismo di stampo estremista. Campi di addestramento, soldi, armi, munizioni, assieme agli USA e ad Israele, per migliaia di mercenari e terroristi: questo il sostegno dato dalle petromonarchie, non a caso tra le file dell’ISIS spesso i combattenti non sono iracheni o siriani, bensì sauditi, kuwaitiani, ceceni ed occidentali.

Ma qualcosa è andato certamente storto; l’effetto che l’Arabia Saudita sta subendo, è quello di un’onda di tsunami: le onde anomale infatti, sono contrassegnate da due fasi, nella prima l’onda vera e propria si abbatte travolgendo tutto ciò che incontra nel suo cammino, nella seconda vi è l’onda di ritorno, che si rovescia all’indietro e lascia sul campo il disastro provocato. L’Arabia Saudita, dopo aver spinto l’onda dei miliziani verso Iraq e Siria, oggi rischia di essere travolta dall’onda di ritorno, destabilizzata da quegli stessi elementi da lei addestrati e finanziati.

Infatti con l’avanzata dell’esercito siriano da una parte e con i raid statunitensi in Iraq, molti miliziani dell’ISIS iniziano a ritirarsi ed a tornare nei propri stati di appartenenza; si badi bene: l’ISIS è ancora ben lontana dall’essere sconfitta, forse tra chi la combatte non c’è la vera intenzione di liberarsene ma solo di indebolirla o di tentare di farla “ragionare” secondo proprie regole, ma in queste ultime settimane, come documentato dall’analista palestinese Moiun Rabbani, si assiste a tanti guerriglieri di origine saudita che tornano a casa non senza avere voglia di continuare nella loro azione di morte. L’Arabia Saudita, nel giro di poco tempo, potrebbe assistere al rientro di migliaia di miliziani, elemento questo fortemente destabilizzante per una nazione il cui equilibrio è assicurato esclusivamente dal pugno di ferro della famiglia reale e dei suoi potenti (e spesso criminali) servizi segreti.

Ecco perché dunque Riyadh oggi lancia moniti ed allarmi; sempre nei giorni scorsi, ha affermato che l’ISIS potrebbe essere entro un mese in Europa. Una dichiarazione molto forte, che ha il sapore, più che di un avvertimento, di una vera e propria minaccia: se non ci si sbriga ad assecondare le preoccupazioni saudite, in breve tempo saranno fatti tornare in Europa tutti i guerriglieri ISIS provenienti dal vecchio continente.

Insomma, dopo aver creato queste milizie, l’Arabia Saudita ha voglia di disfarsene in fretta: rischia la destabilizzazione interna ed una magra figura in campo internazionale.

Quel che le petromonarchie, assieme ad USA ed Israele volevano attuare, era una “semplice” forza minoritaria terroristica, capace con la sua guerriglia ad ampio raggio di rovesciare il governo di Bashar al Assad in Siria. Quel che oggi hanno tra le mani invece è, non solo la resistenza di Assad e dell’esercito siriano, ma anche una serie di gruppi, il più “famoso” ormai è l’ISIS, capace di controllare ampi strati di territorio iracheno e duro da sconfiggere.

Il “giocattolino” ISIS, alla cui costruzione ha partecipato attivamente l’Arabia Saudita, oggi è sfuggito via dalle mani, è diventata una bomba ad orologeria anche per chi l’ha creato e rischia di ritorcersi contro, in primo luogo, proprio la monarchia dei Saud. La miccia che i sauditi volevano innescare in Siria, oggi è diventato un grosso ordigno che potrebbe scoppiare a breve nelle loro stesse mani.

Il progetto originario per il medio oriente di petromonarchie ed americani, ossia il rovesciamento nel giro di pochi mesi di Assad e la conseguente perdita di Russia ed Iran di uno strategico alleato regionale, è fallito: l’esercito siriano ha resistito, la diplomazia internazionale ha scongiurato i raid USA su Damasco ed oggi tutti quei gruppi terroristici ben equipaggiati dagli stati prima citati, sono pieni di armi a vagare per il medio oriente.

E adesso l’Arabia Saudita tenta di lavarsi le mani ed incolpare altri attori per questo disastro; sempre nei giorni scorsi, il governo di Riyadh ha accusato Assad di alimentare l’ISIS comprando petrolio di contrabbando. Un’accusa del tutto ridicola e che, come ad inizio articolo, fa concludere con una mezza risata pensando al fatto che, appena 12 mesi fa, il principe ereditario saudita era a Mosca nel tentativo di dissuadere Putin dal sostegno ad Assad in cambio della salvezza della flotta russa ancorata nel porto siriano di Latakia. Un voltafaccia saudito, che ancora una volta dimostra l’ambiguità e la potenzialità distruttiva delle petromonarchie.